Il diritto di piacersi ancora

per mino dentizzi
Autore originale del testo: MINO DENTIZZI

Invecchiare significa anche imparare a conservare un buon rapporto con se stessi: tra le piccole perdite quotidiane, il corpo che cambia e un desiderio che non va in pensione.

C’è un momento in cui ci accorgiamo di non essere più quelli di prima. Non serve un evento importante: a volte basta un gesto. Salire le scale e doversi fermare a metà. Incrociare allo specchio un volto che è il nostro e insieme sembra appartenere a qualcun altro. Vedersi offrire il posto sull’autobus da un ragazzo, con una gentilezza che non sappiamo se apprezzare o temere.

Episodi minimi, che però raccontano qualcosa di profondo: l’invecchiamento non trasforma soltanto il corpo, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. E la sfida non è tanto evitare le perdite, quanto continuare, nonostante esse, a riconoscersi, ad apprezzarsi, a desiderare.

Che cosa vuol dire conservarsi

Si dice spesso che invecchiare bene significhi «conservarsi». Ma conservarsi non vuol dire restare immutati, come un oggetto prezioso chiuso in una teca. Vuol dire continuare a investire energia nella propria vita.

La psicoanalisi ha un’espressione per questo: investimento libidico. La libido, in questo senso, non è soltanto sessualità, ma l’energia del desiderio che dirigiamo verso noi stessi, verso le persone e verso le cose del mondo. Quando investiamo su qualcosa (un nipote, un libro, un giardino, il nostro aspetto) quella cosa diventa importante, ci tiene vivi, dà forma alle giornate. Quando questa energia si ritira, il mondo si fa grigio e indifferente.

Con gli anni, l’equilibrio di questi investimenti viene messo alla prova. Come continuare ad apprezzarsi quando non si è più forti, veloci o autonomi come prima? Come fidarsi di un corpo che non risponde più sempre ai propri desideri? Non sono domande frivole: da come rispondiamo dipende buona parte del nostro benessere psicologico.

I piccoli lutti che nessuno vede

Quando pensiamo al lutto, pensiamo alla perdita di una persona cara. Ma la vita ci chiede di elaborare molte altre perdite, meno visibili e non per questo meno significative. Con l’età diventano più frequenti: un po’ di forza fisica, qualche certezza, un ruolo sociale, un’attività coltivata per decenni, alcune occasioni di incontro.

Potremmo chiamarli microlutti. Presi uno alla volta sembrano trascurabili; accumulandosi, possono cambiare il modo in cui ci guardiamo. Non tutti fanno soffrire, e non tutti allo stesso modo: molto dipende dalla storia di ciascuno, dalle relazioni, dalle risorse a disposizione.

Spesso, dietro una rinuncia pratica, si nasconde una perdita identitaria. L’uomo che non riesce più a coltivare l’orto non ha perso solo un’attività fisica: ha perso la parte di sé capace di far crescere qualcosa. La donna che smette di andare dal parrucchiere potrebbe non aver perso interesse per i capelli, ma essersi convinta di non meritare più quella cura.

Il rischio più grande, allora, non è la perdita in sé. È la convinzione, lenta e silenziosa, di valere meno per aver perduto qualcosa.

Un narcisismo che fa bene

Nel linguaggio comune «narcisismo» è quasi un insulto: evoca vanità ed egocentrismo. Eppure esiste un narcisismo sano, indispensabile alla vita psichica. È la parte dell’amore per sé che ci fa sentire degni di attenzione e di rispetto, e ci permette di prenderci cura di noi senza doverlo giustificare. Non consiste nel considerarsi migliori degli altri, ma nel continuare a considerarsi importanti per se stessi.

In una società che celebra giovinezza ed efficienza, questo equilibrio diventa fragile. Le rughe diventano difetti, la lentezza un limite, la fragilità qualcosa da nascondere. E si insinua un messaggio tanto diffuso quanto pericoloso: se non sei più quello di prima, vali meno di prima.

Non è solo una questione di sensibilità. Le ricerche della psicologa Becca Levy, dell’Università di Yale, hanno mostrato che le persone con una percezione più positiva del proprio invecchiamento vivono più a lungo di chi ha interiorizzato gli stereotipi negativi sulla vecchiaia: in uno studio longitudinale pubblicato nel 2002, la differenza era di circa sette anni e mezzo. L’immagine che abbiamo di noi stessi, insomma, non è un dettaglio estetico: incide sulla salute.

Il corpo, il piacere, il desiderio

Quando si parla di invecchiamento attivo si insiste, giustamente, sulle relazioni, sulla stimolazione cognitiva, sulla partecipazione culturale. Del corpo si parla meno, se non come organismo da curare, monitorare, sottoporre a esami. Eppure il corpo è anche il luogo dell’identità, delle emozioni, del piacere e della relazione con gli altri.

Scegliere un vestito che ci piace, camminare, ballare, farsi fare un massaggio, curare il proprio aspetto: sono gesti che possono sembrare superficiali e rappresentano invece una forma di investimento affettivo su di sé. Non servono a negare l’età, ma a continuare a considerare il proprio corpo degno di attenzione.

C’è poi un aspetto di cui si parla ancora meno: la sessualità. Il desiderio, nella vecchiaia, è circondato da un doppio silenzio. Da un lato c’è lo stereotipo dell’anziano asessuato; dall’altro quello, speculare, dell’anziano ridicolo o inopportuno se manifesta un interesse erotico. La realtà è diversa. Un’ampia indagine statunitense pubblicata nel 2007 sul New England Journal of Medicine ha rilevato che oltre la metà delle persone tra i 65 e i 74 anni, e circa una su quattro tra i 75 e gli 85, aveva avuto una vita sessuale attiva nell’anno precedente.

Certo, la sessualità cambia. Può diventare più lenta, meno centrata sulla prestazione, più legata alla tenerezza, al contatto, alla vicinanza. Può essere ostacolata da malattie, farmaci, vedovanza, mancanza di riservatezza, soprattutto per chi vive in una struttura residenziale. Ma il bisogno di toccare e di essere toccati, di sentirsi desiderabili, di condividere intimità non scade con l’età. Negarlo, o liquidarlo con un sorriso imbarazzato, significa togliere alle persone anziane una parte della loro umanità.

Non esiste un modo giusto di vivere il proprio corpo. Per qualcuno conterà l’attività fisica, per altri l’eleganza, per altri ancora l’intimità o semplicemente il piacere di sentirsi a proprio agio. Ciò che conta è poter scegliere senza essere giudicati.

Quando si smette di piacersi

Una signora di ottant’anni, che chiameremo Maria, arriva in ambulatorio accompagnata dalla figlia. Gli esami sono discreti, cammina da sola, la memoria tiene. Eppure qualcosa non va. Da quando è rimasta vedova ha smesso di truccarsi, indossa sempre la stessa vestaglia, ha lasciato il coro della parrocchia. Quando le chiedo che cosa le piaccia ancora fare, risponde con un’alzata di spalle: «Alla mia età, ormai…».

Situazioni come questa sono frequenti. Non sempre si tratta di depressione: a volte è un ritiro silenzioso, un graduale restringersi degli interessi e delle aspettative. Le frasi si somigliano: «Non ne vale più la pena», «Che mi importa di come mi vesto?», «Tanto non devo andare da nessuna parte».

Non ogni rinuncia è un sintomo. Con gli anni le priorità cambiano, ed è legittimo lasciar andare ciò che non ha più significato. Il problema nasce quando la rinuncia non è una scelta, ma la conseguenza della convinzione di non meritare più attenzione. È come se la persona avesse ritirato da se stessa il proprio investimento affettivo, e lì il confine con la depressione può farsi sottile.

Il buon invecchiamento non è un obbligo

C’è però un rischio opposto, che merita di essere nominato. Negli ultimi decenni abbiamo costruito un’immagine dell’invecchiamento «positivo» fondata sull’attività, sull’autonomia, sulla partecipazione. È stata una conquista importante contro lo stereotipo della vecchiaia come puro declino. Ma può trasformarsi in un nuovo modello discriminatorio, se suggerisce che si invecchia bene solo restando efficienti, dinamici, in forma e soddisfatti.

Non tutti possono farlo, e nessuno dovrebbe esservi costretto. Esiste una buona vecchiaia anche nella fragilità, nella malattia, nella dipendenza dagli altri. Chi ha bisogno di assistenza non perde il diritto di piacersi, di esprimere preferenze, di conservare la propria immagine e la propria dignità. Anzi, è proprio nella vulnerabilità che il riconoscimento della persona diventa più importante.

A chi si prende cura

Una parola, a questo punto, a chi assiste una persona anziana: familiari, operatori, medici.

Accanto alle domande abituali (dove fa male, come dorme, se cammina, se ricorda) vale la pena di farne un’altra: che cosa le piace ancora fare? Che cosa le manca? La risposta può dire sullo stato di salute quanto un esame del sangue.

Allo stesso modo, lavare, vestire, pettinare, aiutare a scegliere un abito non sono soltanto prestazioni assistenziali. Sono occasioni per rispettare il pudore, preservare un’identità, sostenere l’autostima. Chiedere quale camicia preferisce, rispettare l’abitudine di un profumo o di un rossetto, garantire un po’ di riservatezza a una coppia che vive in struttura: sono gesti piccoli, ma dicono alla persona che è ancora vista come tale. La cura autentica non si limita a conservare le funzioni: cerca di conservare la persona.

Diversi, non meno

Il compito psicologico più difficile della vecchiaia è forse proprio questo: accettare di essere diversi senza convincersi di essere diventati meno. Non si tratta di negare le perdite, ma di riconoscere che il proprio valore non coincide con la bellezza, la forza o l’autonomia.

La nostra identità non è una fotografia scattata in gioventù a cui restare fedeli per sempre. È una costruzione continua, che può accogliere nuovi interessi, nuove forme di intimità, nuovi modi di abitare il corpo. Non è un processo automatico: richiede un lavoro interiore e condizioni sociali e relazionali che lo rendano possibile.

Conservarsi, allora, non significa trattenere l’immagine di ciò che siamo stati, ma continuare a ritenersi degni di cura, non abbandonare il proprio corpo quando cambia, tenere aperta, finché si può, la porta del desiderio. L’amore per se stessi non ha una scadenza anagrafica. Invecchiare non dovrebbe voler dire smettere di piacersi, ma imparare a piacersi in un altro modo.

Mino Dentizzi

Babelezon bookstore leggi che ti passa

Articoli correlati

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.