Cromosoma Y: passato e futuro antropologico

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di Toni Gaeta, 15 giugno 2019

Il presente articolo, per essere meglio compreso, ha necessità di una premessa sulle funzioni del cromosoma Y. Come molti già sanno, in diverse specie animali questi è presente soltanto nel DNA dei maschi (cromosomi XY). Le femmine (cromosomi XX) per la riproduzione necessitano dell’unione sessuale. Essa è un presupposto imprescindibile per il rimescolamento dei geni, di cui i cromosomi XX e XY sono portatori: con conseguente biodiversità, per superare le prove della selezione naturale.

Ciò che oggi è oggetto di studio è la forte diminuzione dei geni presenti nel cromosoma Y, per le possibili conseguenze: soprattutto nella specie Homo Sapiens (70.000 anni). Negli anni più recenti si sono accavallate numerose teorie scientifiche. Esse spaziano da coloro che ipotizzano la fine del cromosoma Y (con essa quella delle relative funzioni biologiche) a coloro che, invece, con qualche argomento probatorio, sostengono che la decadenza di tale cromosoma, in atto da circa 200.000 anni (ovvero dalla prima forma conosciuta di specie Homo), sia accompagnata dall’assorbimento delle sue funzioni vitali da altri cromosomi (omologhi e/o autosomi).

Sullo svolgimento di questo dibattito e sulle possibili implicazioni future per l’Homo Sapiens dirò nella 2^ parte di questo articolo. Questa 1^ parte costituisce, invece, un’ipotesi di ricerca da perfezionare, per essere sottoposta al vaglio di riviste accreditate in campo sia storico-culturale sia scientifico.

C’è da dire, comunque, che i giovani intellettuali contemporanei convengono sull’opportunità di abbattere le barriere erette tra ciò che si definisce “scientifico” e ciò che è accomunato come “culturale”, intendendo con quest’ultimo temine l’insieme di tutte le fonti di conoscenza non fondate su metodi e presupposti “scientifici”.(1)

Chiusa la premessa e per venire all’argomento di questa 1^ parte, ho da dire che la lettura del “Maschio è inutile”, scritto da Telmo Pievani assieme con Federico Taddia (2014 – Rizzoli), e la successiva divulgazione dei concetti-chiave contenuti nel saggio, hanno suscitato in me sorpresa e vivo interesse per un aspetto che giudico essenziale.

Il sempre più dinamico (e per questo travolgente) studio del DNA, raccolto dai fossili umani, negli ultimi anni sembra abbia indotto alcuni paleoantropologi a cogliere un dato che si può definire sorprendente. Sembra, infatti, confermata la tesi che vede la specie Homo Sapiens aver vissuto il rischio di estinzione, in un periodo databile tra gli 8000 e i 7000 anni fa. Questa ipotesi, non avvalorata dall’esame dei reperti archeologici, è fondata sull’osservazione della caduta verticale del cromosoma Y nel DNA dei fossili risalenti a tale periodo.

Poiché, come già detto, tale cromosoma è contenuto solo nel DNA maschile, la spiegazione che i paleoantropologi hanno cercato di dare è quella di lotte e/o guerre tra clan rivali, che procurarono innumerevoli morti tra gli esponenti del sesso maschile. Tuttavia, questa ipotesi sembra contrastare con gli studi e le ricerche a suo tempo effettuate con il metodo del radiocarbonio, che escludono l’uso di armi (e connesso stile di vita bellico) tra le popolazioni sia del Paleolitico sia dell’iniziale Neolitico, cui il DNA dei fossili risale.

Occorre dire che le mie conoscenze in ambito di scoperte archeologiche documentano l’esistenza di culture e civiltà matrilineari esistite in quello stesso periodo (VII-VI millennio a. C. ) e diffuse in tutto il mondo (testimoniate e documentate da Heidi Goettner-Abendroth (4)), sempre più sopraffatte dalle invasioni prima di clan e poi di intere popolazioni conosciute come “indoeuropee”. (5)

L’ampia documentazione che ora abbiamo sulle vicende umane di quel periodo attesta che furono quest’ultime le prime a sviluppare le culture di valorizzazione della morte di tipo eroico (cioè a danno di altri uomini e donne allo scopo di soggiogarli): valori contrapposti a quelli ispirati all’eterno ciclo della vita, tipici delle civiltà matrilineari.

Tale circostanza induce a pensare che molto probabilmente la paleoantropologia esclude il rapporto scientifico con l’archeologia. Se questo rapporto di proficua collaborazione esistesse, paleontologi, antropologi ed archeologi avrebbero numerosi strumenti per giungere a comuni considerazioni sulla storia dell’Homo Sapiens. Una di quest’ultime è di grande importanza per l’interpretazione di tutta la Storia degli ultimi 5000 anni (ovvero dalla scrittura ufficiale in poi: 3000 a.C.).

Considerando che 5000 anni sono una goccia nella lunga storia della specie Homo – 200.000 anni – (70000 dall’Homo Sapiens), c’è da dire che la grande archeologa Marija Gimbutas ha dimostrato la presenza di forme di scrittura, adoperate dalle civiltà matrilineari già 6-7 mila anni fa (6). Se fosse stato possibile ufficializzarle e interpretarle, molto probabilmente noi oggi sapremmo assai di più sugli accadimenti compresi tra il VII e il IV millennio a. C. La loro lettura potrebbe narrare come gli uomini dei clan e popolazioni indoeuropee uccidevano tutti gli uomini delle civiltà matrilineari.

Oggi i reperti archeologici ci parlano di utensili e monili di pregiata fattura, realizzati in ceramica e terracotta, assai verosimilmente ascrivibili alla bravura di mani femminili, quale asse portante (ma non esclusivo) delle società matrilineari. Questo non significa che gli uomini si dedicassero all’addestramento militare. Infatti, alcune testimonianze di saggisti moderni e di storici d’epoca greco-romana involontariamente ci fanno sapere quali lotte e quali lunghe battaglie dovettero sostenere uomini male armati e poco addestrati, contro eserciti ben armati e meglio organizzati di popolazioni già provenienti da ciò che allora era conosciuta come Asia.

Lo scopo era quello di appropriarsi delle donne, uccidendo tutti gli uomini, per poter seppellire valori ispirati all’adorazione della Dea: culture molto radicate, che ancora oggi sopravvivono in forme diverse.

Il rischio di estinzione (di cui sopra) sarebbe stato causato da interruzione e/o impoverimento della riproduzione sessuale, per assenza di uomini. Tuttavia, la convergenza del sapere molto concentrato sulla sola “genetica” con quello proiettato verso la scoperta della storia dei popoli, grazie a ritrovamento e interpretazione di reperti archeologici, potrebbe dirci molto di più sul nostro vero passato.

N.B.

(1) – Il termine più adatto per indicare la totalità del sapere ritengo sia stato già coniato: ovvero “umanismo” (2) (da non confondere con Umanesimo). A favore di tale mia convinzione si erge sempre più ineludibile il sapere “ambientalista”. Esso implica la necessaria convergenza di tutte le conoscenze, sia scientifiche sia di tipo comportamentale (quindi profondamente culturali): quelle che in ultima analisi costituiscono il maggior ostacolo alla trasformazione di economie (produzioni, consumi e innovazioni) fondate sull’utilizzo delle risorse fossili (carbone, petrolio, gas) in economie fondate su risorse rinnovabili (sole, acqua, vento, riciclaggio e/o riutilizzo prodotti finiti). Non aver colto questo importantissimo aspetto della attuale era geologica (cosiddetta “antropocene”) (3) é storicamente il più grave errore di tutta la Sinistra occidentale.

(2) L’Umanismo è il risultato di una lunga tradizione di libero pensiero che ha ispirato molti tra i più grandi pensatori e artisti di tutto il mondo e che è all’origine della scienza stessa. Come da Dichiarazione di Amsterdam del 2002.

(3) Antropocene – L’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2e CH4 nell’atmosfera.

(4) – Le società matriarcali – Heidi Goettner-Abendroth (Edizioni Venexia)

(5) Vedi https://www.nuovatlantide.org/testimonianze-sulle-cause-della-fine-dellantica-europa-i/ e

https://www.nuovatlantide.org/testimonianze-sulle-cause-della-fine-dellantica-europa-ii/

(6) – https://www.nuovatlantide.org/sprovincializziamo-leuropa-dominata-dai-mercati-riscrivendo-la-storia/