Intervista a Franco Ferrarotti: “Io e Pavese eravamo due contadini perduti a Torino”

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Questo articolo è appendice dell’articolo: La vita attraverso le lettere di Cesare Pavese, il romanzo più intenso

Intervista a Franco Ferrarotti di Chiara Pera, 15 ottobre 2013

Ha ricordato, tempo fa, che il primo passo verso la rinascita della sociologia italiana nel dopoguerra, si ebbe quando nel ’47 Pavese la invitò a tradurre “The Theory of the Leisure” di Veblen (traduzione che Croce stroncò sul Corriere della sera). Che tipo di relazione c’è oggi tra classe dirigente ed opinione pubblica?

Lei ricorda anni che mi fanno piangere di commozione, se le mie borsette lacrimali non fossero inaridite da molti anni. Però, le sembrerà paradossale, io sono pieno di gratitudine per il Croce di quel tempo, già avanti negli anni. Una specie di vegliardo che, appena uscito questo volume (“The Theory of the Leisure”), tradotto da uno sconosciuto, il 3 gennaio del ‘49, il 15 gennaio gli lancia contro una critica demolitrice sulle colonne del Corriere, accusando Veblen di non capire nulla, tacciandolo della più completa ottusità nel cogliere il carattere storico dei fatti.

Benedetto Croce

Supponendo, Croce, che il traduttore fosse un professore di scuola media o ginnasio o insegnante di inglese sui 60 anni, se la prende un po’ anche col traduttore. Io, invece, avevo scarsamente superato i 20 anni. Quindi dovetti rispondere; e quello fu il mio ingresso ufficiale nella vita intellettuale italiana e non solo, perché poi andai in America, dove in seguito avrebbe insegnato Veblen. Devo dire che senza saperlo, io seguivo il consiglio di Stendhal, quando dice che è bene entrare in società con un duello. Io entravo in società facendo un duello col grande. Colui che Gramsci definì, incautamente, il “papa laico” della cultura italiana.

Quindi, qual è il rapporto oggi, secondo lei, tra classe dirigente e opinione pubblica?

Ecco, lei voleva arrivare a questo; ma io ho il gusto dell’antefatto. Il concetto di classe dirigente è dovuto ad un politologo italiano abbastanza famoso, Gaetano Mosca, che parla di classe dirigente prescindendo dal regime politico: autocratico, costituzionalmente garantito, satrapesco o democratico. In realtà, c’è sempre un gruppo minoritario che, in qualche modo, riesce a dominare la maggioranza attraverso quella che Mosca chiama la “formula politica”. Classe dirigente, poi, è stata tradotta da Pareto come élite, circolazione delle élite: da élite di opposizione, attraverso la lotta, diventa élite governante. Questo concetto non è più sufficiente. Oggi propongo personalmente due considerazioni. La classe dirigente ha bisogno di un’accezione vasta, c’è la classe dirigente governante, ma c’è anche quella influenzante: ci sono i ministri, i politici, i capi di governo, i deputati, i senatori, ma poi ci sono anche i giornalisti, i professori, i sacerdoti. Questa classe dirigente è tale perché è fondata su una legittimazione proveniente dal popolo, viene eletta, naturalmente in un regime democratico. Qual è oggi la peculiarità italiana? È che la grande maggioranza della popolazione, ormai a 70 anni dalla fine delle guerra, percepisce la classe dirigente governante ma anche quella influenzante, come truppe straniere di occupazione in un paese che non conoscono. E che si limitano a sfruttare, a spremere. Di qui la protesta, quella del ’68, che io ho vissuto, giovanile e universitaria; ma poi la protesta del Movimento 5 stelle che è tale e quale. Si tratta sempre di proteste emotive, che non riescono a diventare progetti. Sono fatti più pittoreschi che politici. Non contano niente. Anzi, di recente ho avuto modo di ammirare la pazienza con cui i membri del Parlamento hanno ascoltato le esternazioni, i discorsi assurdi, irrazionali, le linguacce di questa folla di neodeputati che non avevano nulla da invidiare agli indigeni delle isole Pasqua o Papuania. Tutto questo significa che il problema dell’Italia, in questo momento, non è solo l’enfasi sull’emotività, ma è anche e soprattutto il distacco del cittadino comune dalle istituzioni che lo rappresentano. Quindi abbiamo formalmente una rappresentanza democratica ineccepibile, soltanto che questa rappresentanza formale non è rappresentativa.

“La teoria della classe agiata” di Veblen da lei tradotta, scatenò un dibattito all’interno della case editrice Einaudi. Vuole soffermarsi su cosa accadde in quella redazione negli anni del dopoguerra?

Della redazione Einaudi ho fatto parte nei primissimi anni del dopoguerra, fino all’arrivo di Italo Calvino e di Norberto Bobbio che allora si riunivano con Giulio Einaudi e altri specialisti (tra cui francesisti -Paolo Serini introduceva i classici francesi da lui tradotti-, anglisti, e così via) il mercoledì…

Cesare Pavese

Nei primi tempi invece, c’erano solo due persone che lavoravano in via Umberto Biancamano 2: Natalia Ginzburg e naturalmente il grande amico Cesare Pavese, che lavorava dalle 8 del mattino alle 8 di sera, macinando dattiloscritti e saggi, tenendo in piedi la casa editrice. Fu lui a darmi il compito di tradurre Veblen, e poi tradussi Reik con l’introduzione di Freud. Nel caso di Veblen, prima di me (io ero un giovanotto screanzato, strafottente, affamato, come tutti i giovanotti dovrebbero essere) Pavese aveva interpellato Vittorio Foa, che disse “no, non posso tradurre questo testo se prima non ho letto tutte le opere dell’autore”; e poi interpellò Antonio Giolitti, nipote del grande Giovanni Giolitti, che mi confessò in seguito di aver rifiutato perché l’inglese di Veblen è molto difficile. Veblen è di origine norvegese e imparò l’inglese solo verso i 15 anni. È un inglese polisillabico, latineggiante, ironico, pieno di allusioni parodistiche. Pensi: anche l’idea di leisureclass, abbiamo poi tradotto “classe agiata”, ma in realtà “leisure” significa la classe che vive di rendita, che non deve lavorare, mentre poi molte di queste classi lavorano. Tutto questo scoraggiò Giolitti. Io invece non potevo rifiutare, perché ero in condizioni tali per cui la rata della traduzione che Pavese con difficoltà riusciva a farmi mandare da Giulio Einaudi, che è sempre stato un pessimo pagatore, per me era la tessera del pane, andavo avanti, pagavo la pigione dove vivevo. Allora si mangiava in latteria, la sera un biscotto con caffellatte. Questa fu una bella esperienza per me, perché capì che tradurre non è solo traghettare da una lingua all’altra le parole. Tradurre sul serio un autore degno del nome, significa penetrare in profondità, comprendere la famiglia all’origine delle parole, significa ricreare in una lingua diversa gli intenti dell’autore nella sua lingua originaria. Lotte tremende nella redazione Einaudi, a quei tempi, soprattutto con gente che poi non era lì. Uno che mi viene in mente, era un famoso antropologo di cui ora non voglio fare il nome, ma era un crociano e un marxista allo stesso tempo e non voleva si traducessero certe opere come quelle di Reik che sono non storicistiche ma strutturali. Tuttavia, con la connivenza e la complicità di Pavese, l’opera fu tradotta in “Studi sui riti primitivi delle religioni” di Reik.

Vogliamo parlare dell’autore del “Mestiere di vivere”?

Con Pavese c’era un rapporto che veniva da lontano. Lui era di Santo Stefano Belbo, un langarolo. Le Langhe sono quasi montagne, 1000 metri; io sono vercellese, del Monferrato che ha colline più basse. Però tra langaroli e monferrini l’intesa era immediata. Noi eravamo due contadini perduti a Torino: nell’universo iperurbanizzato della grande comunità ebraica torinese e del grande Giulio Einaudi, figlio di Luigi Einaudi, sposato a una contessa.

Pavese al momento della partenza da Brancaleone accompagnato da molti che l’avevano conosciuto e frequentato

Pavese ed io avevamo una complicità contadina basata sul fiuto. In più, durante la Resistenza, con Pavese si saliva da Serralunga, a poco a poco, al santuario di Crea, recitando ad alta voce il corusmisticus del finale del Faust. C’erano i tedeschi in perlustrazione, con due colonne militari che salivano. Noi passavamo in mezzo e loro ci guardavano spaventati, ma non sapevano che noi, recitando il finale del Faust, richiamavamo l’altra Germania, non quella razzista, feroce, bestiale. Ma la grande Germania di Beethoven, di Goethe, di Schiller. Era molto bello tutto questo. Un giorno mi deciderò a scriverne.

Come ha conosciuto Cesare Pavese?

A Casale Monferrato, dove lui era nascosto, perché aveva fatto un anno di confino per antifascismo. Pavese non era un antifascista militante sfegatato. Era però contro il regime. Io ero ragazzino e non avevo nessuna preoccupazione, né militare né d’altro genere, però ci si vedeva, abbiamo fortemente simpatizzato. Lui aveva scoperto, con Elio Vittorini, la letteratura americana come momento di liberazione ed evasione dalla claustrofobia del fascismo. La dittatura fascista non la sperimentavamo come chiusura ideologica, che pur c’era, ma come cappa di piombo soffocante. C’era un bisogno di rompere. Allora con Vittorini, Pavese scopre l’America e quell’antologia americana di autori liberi come Hemingway, Anderson, Steinbeck. Io del resto fui amico, anni dopo, di Faulkner, l’autore di “Santuario”. Pavese era una generazione più avanti di me. Io ho tutti amici di una generazione più avanti ed è un guaio, perché sono morti tutti.

A Pavese, a quanto pare l’accomunava la passione di tradurre autori stranieri…

La nostra vera consacrazione d’amicizia avveniva sulla pagina dell’autore da tradurre. Io ho cominciato per conto mio a studiare le lingue, soprattutto l’inglese e il tedesco; il francese e lo spagnolo non le ho mai considerate vere lingue… L’ideale sarebbe studiare l’ungherese, il finlandese e la lingua dei baschi che sono tra le lingue più difficili. Quando traducevo Veblen e mi veniva da tradurre bene una frase, telefonavo a Pavese e lui, che era noto invece per essere schivo e taciturno, mi dava appuntamento a una piola, un’osteria fuori Torino, dove cominciavano i prati, e lì si beveva fino alle 5 del mattino. Per esempio: “in visioncomparison” in Veblen significa il paragone che uno fa con il vicino, come tradurlo? Ci pensavamo e alla fine: non comparazione ma confronto, non invidioso ma antagonistico. La nostra amicizia era amicizia di terra, di sangue, di contadini. Poi era amicizia di luogo, si andava lì, c’era la guerra, c’erano le truppe di rastrellamento, inventavamo cose a loro carico e li chiamavamo “patate”. Infine questo incontro nel culto della parola esatta, per determinare i contenuti e i significati precisi.

Franco Ferrarotti

E qui Pavese era un vero fratello maggiore, perché aveva tradotto “Big Money” di DosPassos; e poi ha tradotto “Moby Dick” di Melville per Frassinelli, un piccolo editore di Torino. Erano traduzioni classiche in cui l’originale era reso in un italiano degno della grande tradizione della nostra lingua. L’italiano è una delle lingue meno conosciute e più belle che ci siano, perché è una lingua che ha quasi tutte le parole piane. Il francese invece è tutto troncato, e quando mi chiedono cosa penso del francese rispondo che è una successione di singulti repressi. L’italiano è parlato bene da pochissime persone, con la tv è prevalso un italiano medio, guaglionesco. Il mio rapporto con Pavese era un rapporto di amicizia vera e quindi immotivata, come un grande amore, di pelle e, nello stesso tempo, c’era un grande contenuto intellettuale e anche politico. Qui il discorso si fa difficile. Pavese non è mai stato un marxista ortodosso, era di sinistra, anche comunista a un certo punto, sia io che lui abbiamo collaborato con l’Unità di Torino sotto la direzione di Ottavio Pastore alla terza pagina. Ci collaborava anche il calabrese Raf Vallone, poi diventato attore di cinema.

È noto l’isolamento di Pavese di fronte alla guerra partigiana e il suo distacco dai turbolenti fatti di quegli anni. Ci vuole spiegare quali erano le sue idee politiche?

È difficilissimo. Le idee politiche di Pavese come idee politiche formali, si può dire che non esistessero. Lui era convinto della necessità di ribaltare e trasformare profondamente la struttura italiana. L’Italia era stata rovinata, anchilosata, cadaverizzata dal fascismo per oltre 20 anni. Non dimentichiamo che il paese, negli anni ‘43-‘45, è stato sì liberato, ma prima è stato occupato, saccheggiato, devastato da truppe straniere, come avvenne dopo la caduta dell’impero romano nel 476 d.C. Ancora una volta gli italiani hanno potuto mantenersi vivi aggrappandosi alle realtà primordiali, che erano appunto le realtà familiari e questo l’ha salvato.
Pavese era molto legato ai valori tradizionali e quindi era anche strutturale, non storicista. Lo storicismo pensa che la storia di per sé abbia poteri automatici, per cui tutti i problemi sono storici e storicamente vengono risolti. Lo stesso fascismo Croce lo considerava una piccola parentesi. Pavese no. Pavese aveva il senso del mito, il grande mito, “La luna e i falò”. “I dialoghi con Leucò” che io cito in “Atman — Il respiro del bosco”, è il libro trovato sul suo comodino, quando si suicidò a Torino l’ultimo weekend dell’agosto del ‘50 all’hotel Roma. Era il suo libro preferito.

Franco Ferrarotti

Pavese, però, era anche di sinistra, era un comunista eterodosso. La gente dimentica che la lotta al fascismo fu condotta soprattutto dai comunisti. Il fascismo aveva un occhio di riguardo per gli intellettuali, Croce addirittura non fu mai disturbato, e anche gli intellettuali che finivano in carcere, per esempio quelli del Partito d’Azione, venivano non dico rispettati ma nemmeno maltrattati. Gli operai militanti comunisti invece venivano torturati e uccisi. Il fascismo mostrava il suo viso più feroce verso la classe operaia. Questo gli americani non lo hanno mai capito. Non hanno mai capito perché in Italia i comunisti, teoricamente nemici della libertà, potessero essere considerati come i grandi oppositori del fascismo e quindi grandi fautori della libertà. Non potevano capire, ma gli americani capiscono pochissimo. In Pavese politico convivevano sopravvivenze culturali, convivevano momenti antitetici che lui in qualche modo riscattava, riusciva a fare fertilizzare, incrociare, fecondarsi attraverso il momento poetico.

Nel 1935, Norberto Bobbio inviò una lettera a Mussolini, definendo infondate le accuse a suo carico di attività eversiva contro il regime. Nel 1992 la lettera divenne oggetto di polemiche e Bobbio naturalmente si difese. Qual è il suo parere su tali scelte “obbligate”?

È l’intellettuale italiano. Non voglio dire che sia un servitore a tout faire, però anche oggi abbiamo molti esempi. Non voglio dire che la taccia di servilismo si addica a uomo come Bobbio, dotato di una moralità specchiata, ex Partito d’Azione, ecc… Però, la carriera innanzitutto. La lettera di Bobbio, che è stato ingeneroso rendere pubblica, era la lettera di un giovane aspirante a una carriera accademica che, con il fascismo imperante, non poteva essere aperta se non a qualcuno che in qualche modo avesse le carte in regola dal punto di vista del Partito nazionale fascista. Per le classi modeste, la tessera del Pnf era la tessera del pane, mentre per gli intellettuali e aspiranti accademici la non militanza contro il Pnf era la garanzia di poter continuare a fare concorsi. Per nostra fortuna, ci sono stati altri personaggi della storia italiana che, non avendo mire intellettuali e non volendo diventare professori universitari, non hanno fatto domanda di grazia, o mandato lettere servizievoli a Mussolini. Per esempio il presidente Pertini, che non era un intellettuale, ma un socialista più emotivo che razionale. Dubito che Sandro Pertini abbia mai letto Marx, credo che si sarebbe addormentato alla terza pagina. Lui non scriveva articoli, ma in Francia, da fuoriuscito, ha fatto il muratore; Pertini era una figura molto bella, quando la madre gli prepara la lettera per chiedere la grazia a Mussolini dopo anni di carcere, rifiuta. E poi questo Paese, a parte Pertini, ha avuto uomini, e questo ci riscatta molto, come Piero Gobetti: picchiato a morte dai fascisti, e poi va a morire a Parigi nel ‘26. Nel 1600 l’Italia ha avuto uomini come Giordano Bruno, bruciato vivo per le sue idee. Addirittura, per non farlo parlare, gli mettono la mordacchia. Senza riconoscergli il diritto, che viene riconosciuto in tutti i diritti esistenti al mondo ai condannati a morte, di dire le ultime volontà. Il condannato a morte ha questo diritto sancito fin dal codice di Hammurabi. Questo è un paese che ha grandi testimoni di verità che lo riscattano da una generale tendenza all’ossequio e al servilismo verso il potente del giorno.

Tra le tante illustri personalità dell’antifascismo che si rivolsero a Mussolini, c’è anche Cesare Pavese, mandato al confino nel 1935 in Calabria. Pavese scrisse due lettere di sottomissione a Benito Mussolini. Se Bobbio fu spinto dalla mancanza di coraggio, quali furono secondo lei le motivazioni di Pavese?

Pavese era soprattutto un artista, un poeta, non un uomo politico. Dubito persino che sia mai stato veramente un antifascista militante, certo non è mai stato un marxista storicistico-ortodosso. Era un uomo anche fortemente religioso, in fondo voleva soprattutto essere messo in grado di seguire la sua vocazione poetico-espressiva.

Cesare Pavese

Il caso del politologo Bobbio è molto diverso. Nella vicenda di Pavese non entrerei nei dettagli personali, però lo faccio con molta discrezione. Pavese aveva nei rapporti con le donne alcuni problemi. Lui aveva una ragazza, Fernanda Pivano, aiutata da Pavese a tradurre l’antologia di Edgar Lee Masters, la famosa ballata di Spoon River. Mi parlava spesso del suo suicidio, amava scherzare con l’idea della morte. Ci son persone che flirtano con l’idea della propria morte. Io credo di essere stata l’ultima persona a cui ha cercato di telefonare, ma ero al mare. Mi telefonò all’hotel Dora di Ivrea, dove ero collaboratore personale di Adriano Olivetti. Non credo che nel suo suicidio abbia avuto una parte fondamentale una donna, a cui del resto però sono dedicati i versi postumi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Lei si chiamava Constance Dowling. Mia moglie conosceva molto bene la famiglia, e una sorella, Doris, che recitò in “Riso amaro” di Beppe De Santis, i cui dialoghi furono scritti da Pavese. Io addirittura da giovanotto screanzato dovevo, secondo Pavese, fare la parte del cattivo studente che invece fu data a Gassman. Rifiutai, perché la tentazione di far l’attore non mi ha mai sfiorato. Mi basta fare l’istrionico professore. Pavese non era un uomo politico. Le sue sono richieste esistenziali senza rilievo politico; poi non s’impancava mai, non esiste un discorso di Pavese su come ci si comporta in politica, come invece hanno fatto altri. Per carità molta reverenza, ma Bobbio ci ha inondati di discorsi e libri su cos’è la democrazia. Bobbio era un professore di filosofia del diritto, finalmente a Torino dopo aver fatto il giro d’Italia. Lo chiamavano sempre “illustre filosofo col podere”. Un po’ come D’Alema, che ha una fattoria in Toscana dove producono, dicono, un ottimo spumante che io rifiuterò sempre di bere.

Quando ha visto per l’ultima volta Pavese prima del suicidio?

Lo vidi esattamente al ritorno da Roma, dove ha vinto lo Strega nel ’50. Mi complimentai e lui fece una smorfia, ci abbracciammo e mi disse: “tu dove vai?” e io: “non lo so”. Io allora andavo dove capitava. All’epoca avevo, come si dice oggi, una relazione, fa un po’ ridere. Insomma, mi vedevo molto spesso con Anna Maria Levi, sorella di Primo Levi, a Torino. Fu lei a portarmi, io ero refrattario, alla Biennale di Venezia. Anna Maria Levi era un’ottima storica dell’arte. Tornando, ci fermammo a Verona per vedere la chiesa di San Zeno. Tornai poi ad Ivrea all’albergo, faceva molto caldo, io non sono esattamente un nuotatore, non amo il mare, ma una volta tanto si va in acqua. E fu quello il giorno in cui si tolse la vita con una manciata di sonniferi, come nel suo romanzo “Tra donne sole”. Come una sua eroina, un suo personaggio. Mi cercò al telefono, e non c’ero. Credo che abbia cercato anche Felice Balbo, e non c’era. Non l’ha trovato, e in effetti lasciò poi scritto, a parte i “Dialoghi con Leucò” sul tavolino, il famoso biglietto “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono, non fate troppi pettegolezzi. Va bene?” Anche io ho affittato per un po’ di giorni quella stessa stanza, e ho dormito all’hotel Roma in piazza Carlo Felice. Il suicida crede sempre di essere ancora vivo dopo che si è suicidato, e sembra che gli importi molto di cosa dirà la gente. Freud ci ha illuminati su questo sdoppiamento. Basta leggere “Il mestiere di vivere”. Non è per colpa di Constance Dowling che si tolse la vita, però certamente questa giovane americana dava a Pavese un’idea, in quegli anni, di un mondo totalmente altro, anche letterariamente. Le americane negli anni ‘50 erano donne che avevano mangiato bene anche durante la guerra: latte, burro! E questa americana, Constance, era una emerita stupida, non capiva. Quando ha saputo del suicidio era in America e disse: “Non sapevo che fosse uno scrittore così importante”. Poi poverina morì tragicamente qualche anno dopo nell’Illinois nel Midwest. Però, certamente, ha parlato all’immaginazione di un uomo difficile nel rapporto con le donne come Pavese.

Franco Ferrarotti

Ne “Il mestiere di vivere” c’è, ad un certo punto, una frase che io ricorderò sempre perché me la diceva lui: “Adesso tornerà, sta per tornare? Come andrà? Io ho già fallito una volta”. Cosa voleva dire? Pavese aveva nel momento più importante, quello che i giuristi italiani chiamano il “congresso carnale”, un’ impotenza psicologicamente indotta, per cui andava in bianco. Se legge Stendhal spesso dice “Stavolta ho fatto fiasco”. A una persona superficiale come me e come tante altre, la cosa non fa né caldo né freddo, però per un uomo come Pavese questo era un fallimento terribile. Pavese è stato uno dei miei grandi amici. Siamo in presenza di una personalità robusta, complessa culturalmente, estremamente agguerrita che crede nel mito come racconto metastorico, per cui non può essere storicista, né crociano né marxista. C’è un autore che lo ha conosciuto, Davide Lajolo, collaboratore dell’Unità ed ex fascista fino all’ultimo. Era fascista al punto di essere andato volontario nella guerra civile spagnola nei battaglioni fascisti in aiuto di Francisco Franco. Chiamato Ulisse, firmava così i suoi pezzi sull’Unità di Torino. Non meriterebbe menzione, ma lo faccio perché ha scritto “Il vizio assurdo”, accusando Pavese di essere troppo colto. Su Pavese si sono dette troppe cose fuorvianti, spesso proiezioni di problemi personali degli scriventi. Un altro giudizio fuorviante su Pavese lo diede Natalia Ginzburg in “Lessico famigliare”, dove cita anche dei miei versi definendoli bruttissimi e in effetti lo erano. Dice che Pavese era come un ragazzone mai cresciuto e, di conseguenza, con complessi di timidità. Nient’affatto! Pavese era semplicemente come me: un ex contadino che, in un ambiente urbano, a contatto per esempio con Natalia Ginzburg iperurbanizzata da secoli come le comunità ebraiche nelle città italiane e non solo, si sentiva non dico a disagio, ma non aveva il senso dell’intercambiabilità delle persone. Gli iperurbanizzati hanno molti contatti, ma contatti corticali, essiccati, non sono profondi. I contatti di Pavese invece erano radici profonde. Veda “Paesi tuoi”… La nostra amicizia era basata sulla nostra comune radice contadina, terra, fusto. Non si sa niente, se non si tocca con le mani. L’amore è solo nel toccare. Lui vedeva in Constance Dowling, come allora accadeva in Europa, e soprattutto in Italia, il prototipo di una vita diversa, di una libertà totale, persino di una verginità, di una ingenuità primordiali. La dico tutta: il recupero di un’innocenza perduta. Noi abbiamo troppa storia, quelli non ce l’avevano. Nessuno lo ha capito. Pavese è il grande mito, “La luna e i falò”, “I dialoghi con Leucò”, la donna madre che ti dà la vita ma anche la morte, mito orfico. Queste son cose che le donne e gli uomini di oggi non coltivano più.

E del Pavese scrittore?

Chi è il vero scrittore? La vera scrittrice? Quando noi parliamo, adesso, in realtà milioni di persone parlano con noi. Spesso, noi crediamo di parlare ma siamo parlati, la lingua ci preesiste. Gli scrittori son persone che si illudono, o hanno la strana ambizione di sgretolare la lingua ricevuta dalla tradizione, sgretolarla dall’interno, ricreando il significato delle parole, reinventarle. Celine, era filonazista ma era un sovversivo, molto più di Elio Vittorini o di Cesare Pavese, perché reinventò il francese aulico congelato, fermo a Racine nel ‘500.

Franco Ferrarotti

Lo fa esplodere. Il vero scrittore è sempre un rivoluzionario, e va al di là delle povere miserabili coordinate concettuali del discorso politico. Pavese aveva una sovrana indifferenza. Quando andavamo in giro per le colline di Ozzano, Monferrato, Serralunga, nelle piole di Torino, pensavamo a bere, mangiare, tranquilli. Lui a Torino viveva da una sorella tabaccaia, quando qualcuno capitava lì, le chiedeva: “lei è sorella di Pavese?” e lei: “Si, lo volete vedere?”, tirava una tendina e lui era lì che mangiucchiava. Stupendo. Su questi aspetti di Pavese non mi faccia aggiungere altro altrimenti finirei col parlare di cose troppo intime.

Allora non le posso chiedere cosa le resta di Pavese?

I libri. La poesia è mediocre. “Paesi tuoi” è un libro che ti rivela la complessità del cosiddetto semplice mondo contadino, che è legato ai ritmi primordiali, ha delle passioni tremende. Ci sono figli naturali, incesti, solitudine. E poi “Il compagno”, “La luna e i falò” e “Dialoghi con Leucò”. L’uomo non ha scritto molto, è morto a 42 anni. Io sono nato nel ’26, per me lui era un fratello maggiore che non mi dava mai la schiena, perché si camminava affiancati. Anche questo fatto è per me importante: mi dava fiducia, come non faceva neppure mio padre. La cosa più bella che mi diceva mio padre è “sei fortunato, perché se fossi nato gatto saresti già in una chiavica”. Di Pavese resta l’esempio di un discorso che è artistico: l’arte quando c’è, esplode. Pavese, in questo senso, è un vero scrittore. Il suo italiano non sempre è accettabile, non è certo un cultore della forma. Elio Vittorini, uno con cui Pavese ha lavorato, certamente è più collegato al momento politico. Pavese non avrebbe mai fatto l’esperimento del “Politecnico”. Vittorini asseriva: “Non suoneremo il piffero per la rivoluzione”, ma intanto il piffero lo stava suonando. Uno che nasce pifferaio rimane pifferaio. Pavese no, stava fuori. E questo lo rendeva aperto alle scienze sociali. Io ero interessato alla sociologia che non c’era in Italia. Il mio grande amico Nicola Abbagnano firmò la mia tesi di laurea dopo che Augusto Guzzo si era rifiutato di farlo. Ma diceva Abbagnano: “tu fai filosofia, non puoi fare sociologia che non c’è e non ci sarà mai”. Ed io: “Mi piace solo quello”. E quando insisteva: “Ma come? E cosa fai?”, replicavo: “Faccio altro. A me dell’università non importa un fico secco”. Pavese era la mia quinta colonna, la talpa segreta, credeva in queste scienze, che erano state seppellite dal neoidealismo di Croce e Gentile con la collaborazione di cattolici, tomisti, monsignor Olgiati e compagnia bella, e degli stessi marxisti imbevuti di idealismo, come ha riconosciuto Lucio Lombardo Radice. I marxisti italiani non hanno mai fatto ricerche sul campo, veramente sociologiche. Fanno delle esegesi critiche-sociologiche su Marx, sui testi marxisti, ma non fanno per il nostro tempo ciò che Marx ha fatto per il suo: l’analisi sul campo. Recitano Marx come le litanie, sono i vermi della carcassa. Lei mi pone una domanda terribile. A me resta di Pavese l’esempio di una grande coerenza, sia teoretica che esistenziale, dell’artista con sé medesimo, con la sua coscienza e con tutti i suoi problemi aperti.

Tra i suoi libri graditi a Pavese?

I miei primi due libri non sono più disponibili, li ho pubblicati nel ’45: “L’appello” (un discorso che tenni alle forze antifasciste perché non si facesse il gioco né dei russi né degli americani) e “Punti fermi”. Nel ’54 ho pubblicato “Sindacati e potere negli Stati Uniti d’America” che lui non ha potuto leggere. Ma Pavese amava molto i miei due saggi in risposta a Croce, pubblicati nella rivista di filosofia del ’50: “La sociologia di Veblen” e “Un critico americano di Marx”: erano le critiche che Veblen fa al marxismo per dimostrare che Croce non era strumentalmente in grado di capire ciò di cui parlava. E questo era il massimo dell’irriverenza per un giovanotto. Croce parla della sociologia di Veblen senza sapere di cosa si tratti e dell’ottusità di Veblen a proposito del carattere storico dei fatti. Croce non ha nessuna idea della previsione storica futura, perché la rinnega, perché rinnega le scienze sociali, la sociologia, che è l’unico strumento di autoascolto che una società moderna ha per diventare consapevole di se stessa. Pavese aveva il gusto per Malinowski, Reik, per i sociologi e soprattutto per gli antropologi, gli studiosi del mito. Amava, in sostanza, ciò che usciva dalla “dittatura del neoidealismo”, come la chiamò Remo Cantoni, che dominava all’epoca la cultura italiana. Pavese ed io siamo riusciti a far stampare Reik: “Lo studio del rito delle religioni primitive” uscì nella Collana Viola contro la volontà del direttore della collana e di Giulio Einaudi. Fu una piccola guerriglia urbana interna alla case editrice. Pavese ed io avevamo il gusto contadino dei sotterfugi, del prendere in giro la gente e far passare le cose per ciò che non erano: per esempio, mettere una nota a piè di pagina volutamente sbagliata per vedere quanta gente se ne accorgeva. Oggi queste cose non esistono più, perché sbagliare note è quasi normale.

Qual è il suo parere sul valore della produzione letteraria di Pavese?

Da un punto di vista strettamente formale e letterario mi rifaccio a Debenedetti. L’aspetto letterario di Pavese presenta asperità, passaggi irrisolti, non sempre la struttura del racconto è rettilinea come dovrebbe essere. Inoltre c’è una confusione tra narrativa, saggistica, filosofia, racconto in senso classico, e così via. Io con questa istanza critica, che fu poi quella che gli fu rivolta, posso esser d’accordo. Il grande merito di Pavese fu prima di tutto la rivalutazione delle scienze umane scomparse in Italia che sono tre: psicologia sociale, antropologia culturale e sociologia. L’altro merito è l’aver fatto esplodere dall’interno la suddivisione dei generi letterari (poesia, narrativa, saggistica). A questa conclusione lui è arrivato anche leggendo bene l’Ulisse di Joyce. Ha capito che le categorie esterne sono forse utili dal punto di vista didattico, ma nella realtà, chi racconta nello stesso tempo ragiona e chi ragiona sragiona. Il poeta precede lo scienziato, la coscienza problematica conosce mille vie per esprimersi o per tacere, per restare come un rovello interiore che può anche condurre al suicidio. Il valore di Pavese è quello di non essersi legato ad alcuna forma letteraria specifica.

Quanto ha inciso nella vita e nella produzione culturale di Pavese il confino di un anno in Calabria?

Non tanto quanto si penserebbe, perché ad esempio per un uomo come Carlo Levi il confino ha dato visibilità a questo dottore appartenente alla grande comunità ebraica di Torino, facendone uno scrittore:

Gian Maria Volonté nel panni di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”, film del 1979 diretto da Francesco Rosi

“Cristo si è fermato a Eboli” ha fatto il giro del mondo. Addirittura per Carlo Levi il confino significa la scoperta del Mezzogiorno. Questo ipertorinese, iperurbanizzato, scopre ad un certo punto il mondo meridionale, magico; il mondo in cui se un uomo entra in una casa e dopo in quella stessa casa entra una donna, è finita, il “congresso carnale” è dato per scontato. Pavese è invece uno scrittore apolitico, antipolitico, metapolitico. È uno scrittore mitico. La luna calabrese è come quella piemontese. Voglio dire che c’è in lui una relativa indifferenza o estraneità agli ambienti specifici. Non ha subito l’impatto con il sud che ha avuto Carlo Levi. A Carlo Levi il confino ha riordinato la vita, a Pavese semplicemente ha fatto perdere la donna. Quando è tornato a Torino c’era questa donna col culo da cavolfiore e l’ha trovata che andava con altri. Come mai? Sono arrivati gli inglesi che davano il cioccolato, nel ‘44-‘45 non si poteva competere con il cioccolato. La sua tendenza a vedere nel mito un’essenza umana metastorica lo rendeva relativamente indifferente ai paesaggi storici. Il suo vero mondo storico, il suo paesaggio dell’anima era il Po, Santo Stefano Belbo, la campagna. La sua era una visione limitata ma profonda.
Quando mi rifugiai a Hastings, essendomi tornata la bronchite cronica di cui mi ammalai vivendo a Londra, lui mi scriveva: “Che bello, sei ad Hastings come Gugliemo il Conquistatore, spero che continui a lavorare su Reik perché non si fa per partenogenesi! Io non viaggio, preferisco starmene qui a Torino, abbiamo la Cina sotto i piedi. Viaggiare è inutile”.

Che differenze sostanziali avverte tra le visioni del Mezzogiorno di Pavese e quelle di Carlo Levi?

Carlo Levi ha una visione politica del Mezzogiorno: un’aerea da recuperare, modernizzare, far muovere. Per Pavese, invece, l’immobilità del Mezzogiorno era il riflesso del grande mito. L’idea di progresso illuministica, di un progresso come fatalità cronologica, è a lui del tutto estranea. Non si progredisce, si sta sul posto e si approfondisce, si comprende a fondo e si vive. Tutto è già stato detto, il mito è racconto metastorico, astorico, che contiene tutta la verità umana possibile. Siamo in una posizione del tutto non storicistica, anticrociana, antigentiliana, antidealistica, antimarxistica (almeno contro il marxismo di maniera). Non dimentichi che ho iniziato a vivere con lui verbalmente, attraverso il colloquio: l’oralità per lui era molto più importante della scrittura. Anche se si parlava poco, essendo lui schivo, trascorrevamo bellissime serate di orge orali. Anche io sono figlio dell’oralità, parlo con la carta, ma per parlare con la carta bisogna scrivere. Scrivo tutto a mano, sono contro i mezzi elettronici perché li ritengo fattori di appiattimento culturale che mercificano. Sono la istessità di passaggio dallo stesso allo stesso. Mentre il mito è un grande racconto.

Uno scrittore introspettivo come Pavese cosa aveva in comune con la sociologia?

Molto. Perché la sociologia parte da un impulso interiore problematico, filosofico. Ma ha l’ambizione di tradurre questo impulso filosofico in una verità che da soggettiva e privata diventa intersoggettiva e pubblica. Questa è la grande novità della sociologia.

Dal suo osservatorio privilegiato che idea s’è fatto del Mezzogiorno italiano? Un paradiso abitato da diavoli o un’area che paga ancora lo scotto di un processo di unificazione del Paese che l’ha penalizzato?

Io ho scritto un libro, “La piccola città- Dati per l’analisi sociologica di una comunità meridionale”, uscito nel ‘59 da Edizioni di Comunità. Ho fatto anche una ricerca sulla mafia in Sicilia da costume locale a problema dello sviluppo nazionale e internazionale. Il problema è questo: il Mezzogiorno d’Italia ha  avuto un destino tragico, perché attraverso le rimesse degli emigranti ha mandato in Italia il capitale di accumulazione primitiva per lo sviluppo nazionale. Ma questo capitale, mandato alle poste italiane del Sud, è stato pompato a vantaggio delle fabbriche del Nord. Dunque, la grande emigrazione ottocentesca italiana ha fornito i mezzi per lo sviluppo del Nord Italia. Oggi il Sud soffre di un complesso di abbandono, si sente orfano, prevale in esso un atteggiamento di dipendenza e di attesa d’aiuto dall’esterno. Inoltre le grandi capacità creative sono andate via, non dimentichiamo che alcuni dei cervelli migliori sono fuori: Gentile è di Castelvetrano, Luigi Pirandello è di Agrigento, il politologo Guido Dorso è di Avellino. Il Mezzogiorno ha delle grandissime energie interne che sono tuttavia bloccate in Sicilia dalla mafia, in Calabria dalla ‘ndrangheta, a Napoli dalla camorra, in Puglia dalla sacra corona unita. A tal proposito Pavese parlava di mito della gran madre: la mafia è madre mediterranea, cioè è familistica, organizzata per cosche di tipo familiare, è piatta, orizzontale. Non solo, la mafia non può essere sconfitta dallo stato di diritto, perché lo stato di diritto è basato sulla legge, e la legge è uguale per tutti, mentre la mafia dà una protezione ad personam. Quanto ho appreso del Sud è questo: grandi capacità di pensiero originale, di imprenditorialità industriale produttiva, che però vengono frustrate, assorbite, profondamente vampirizzate da forme parafamiliari, familistiche, locali. In altre parole, il grande valore della solidarietà familiare nel Sud si è trasformato, si è degradato in solidarietà delinquente, in omertà.

Corrado Alvaro. Di lui Ferrarotti dice: “Forse come scrittore è più grande di Pavese”

E questo taglia fuori il Sud dai circuiti di sviluppo nazionale. Il Nord, infatti, continua a vedere nel Sud soltanto un mercato di consumo. Ma ci sono state delle eccezioni: il mio amico Adriano Olivetti a Matera e a Pozzuoli (qui faceva la “Lettera 22” con l’architetto Cosenza), Enrico Mattei (morto tragicamente, pare a causa della manomissione del suo aereo da parte di un mafioso durante il suo soggiorno siciliano). Il Sud può uscire da questa sindrome soltanto nel quadro di uno sviluppo europeo, ha una grande energia potenziale di sviluppo che non riesce a realizzarsi. Ad esempio, è ricco di giovani talentuosi costretti a scappare. È ripresa la grande emigrazione, ma ciò è vero per tutti i giovani italiani. Su questa piaga sociale ed economica ho scritto un libro, “La strage degli innocenti. Note sul genocidio di una generazione”. L’Italia ormai è un paese senescente, che mentre protegge il lavoro salariato, quelli che già lavorano, scoraggia le assunzioni. Questa è la tragedia italiana in questo momento: ci sono molti capitali, molta liquidità in tutto il mondo, che non aiutano però l’occupazione. Chi potrebbe assumere non lo fa, perché è come sposare qualcuno in regime di non divorzio: non riesce più a disfarsene. Parlo di ciò ne “Il paradosso italiano”.
Ad intervista conclusa, Ferrarotti mi accompagna all’uscita, ma prima di lasciarmi andare aggiunge: “Mi dispiace doverle dire, visto che Pavese la interessa molto, che forse come scrittore Corrado Alvaro è più grande di Pavese. Mi costa molto doverlo dire. ‘Gente in Aspromonte’, ‘L’uomo è forte’ son bellissimi libri. È inutile che mi dicano ‘Ma Alvaro era foraggiato da Mussolini’. È vero, come molti giornalisti. Ma Alvaro è un grande scrittore. Riallacciandomi al discorso di prima, la mia teoria è che non importa il contesto (fascismo, bolscevismo, comunismo), il grande scrittore va al di là, travalica la forma del regime politico in cui gli capita di vivere attraverso la scrittura originale. È la forza della scrittura…

Il “chi è” di Ferrarotti

Professore emerito dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, Ferrarotti è la sociologia. La prima cattedra in Italia nasce con lui negli Anni Sessanta. E’ il più conosciuto dei sociologi italiani all’estero. Le sue pubblicazioni sono tradotte in francese, inglese, spagnolo, russo e giapponese. Collabora con le maggiori riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee. Si è interessato dei problemi del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della tematica dei giovani, della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni. Ha privilegiato un approccio interdisciplinare tra impostazione teorica e ricerca sul campo.
Intellettuale poliedrico e instancabile, Ferrarotti nasce il 7 aprile del 1926 a Palazzolo Vercellese. E’ stato consigliere dell’industriale Adriano Olivetti, diplomatico, deputato, professore ordinario, membro della New York Academy of Sciences. Per saperne di più:

http://lnx.francoferrarotti.com/