Cesare Pavese

Pubblicato il 26 agosto 2016 | di Gian Franco Ferraris

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La vita attraverso le lettere di Cesare Pavese, il romanzo più intenso

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”.
Cesare Pavese


Caro Bobbio, 22 aprile 1943
Ti scrivo io perchè Balbo (1) è tornato al corpo. Anzitutto mi commuovo sulla sorte di quella ragazza che sposerai, e poi riprendo alla tua lettera editoriale del 15 aprile.
Sta bene per Von Hugel. Gli darò anch’io un’occhiata, e in caso lo escluderemo dalla Filosofica.
Il Whitehead e lo Haldane che ci segnali sono noti, e il primo venne già bocciato dal Ministero.
Comunque ci pensiamo. Dell’altro vedremmo volentieri il resto, benchè siamo convinti che non venga autorizzato.
Che le rose fioriscano sul tuo sentiero.
Ciao Pavese
ossequi alla tua futura Lady (2) 

valeria cova


Nel 2001, all’improvviso, morì la moglie di Bobbio, Valeria. Bobbio, originario di Rivalta Bormida, aveva 92 anni e la morte della moglie lo aveva reso vulnerabile e annichilito dal dolore. La notte prima del funerale, rilessi gli auguri che Pavese aveva scritto a Bobbio in occasione del suo matrimonio. Bobbio mi chiese di rileggerli, aveva gli occhi e il sorriso di una tristezza cosmica, ma con una scintilla negli occhi mi disse “Pavese era misogino e se sei attento anche da questi auguri traspare!” Non osai chiedergli una spiegazione e tante volte mi sono chiesto che cosa avesse inteso e penso che non troverò mai una risposta convincente alla sua affermazione.

Di certo la vita affettiva fu la vera tragedia di Pavese e lo accompagnò per tutta la vita. Anche dalla lettura delle lettere si vede che il rapporto con le donne, i sentimenti, la sessualità sono stati per lo scrittore una sofferenza senza sosta.

Le lettere raccolte con cura da Lorenzo Mondo e Italo Calvino negli anni ’50 e ’60 si possono dividere in tre blocchi; quelle private in gran parte riguardavano la corrispondenza con gli amici di sempre, le lettere di natura affettiva e quelle relative alle pubblicazioni della casa editrice Einaudi fondata da Giulio (figlio del primo Presidente della Repubblica del dopoguerra). Ovviamente questi ‘blocchi’ di lettere si intrecciano e ricostruiscono un’epoca dal fascismo al dopoguerra di vite, letteratura, politica e si confondono perchè i compagni del liceo Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Augusto Monti (insegnante al D’Azeglio) e Tullio Pinelli (non scrisse libri ma sceneggiature di Fellini, Germi, Lattuada e molto altro), saranno anche autori della casa editrice. Anche le donne amate facevano parte dello stesso tessuto culturale; Tina Pizzardo apparteneva al gruppo di antifascisti torinesi colpiti dalla polizia fascista nel 1935, mentre Fernanda Pivano e Bianca Garufi lavoravano per l’Einaudi.

Le lettere sono una testimonianza importante e critica, non solo del travaglio intellettuale e morale di Pavese, ma di quello di tutta una generazione e un’età.

Letteratura americana e Fernanda Pivano

Una parte consistente delle missive è diretta a Fernanda Pivano; sono le lettere più conosciute, un bizzarro miscuglio di atteggiamenti di Pavese che oscillano tra l’innamorato, il vagamente paterno e il trattatello psicanalitico in cui traspaiono dello scrittore confessioni a volta spietate per l’esibizione delle proprie debolezze ed altre compiaciute dell’incapacità di un autentico legame affettivo.fernanda-pivano_200x406

La corrispondenza tra Pavese e Fernanda Pivano (3) è completa anche grazie al fatto che la scrittrice ne aveva conservato copia, almeno due epistole sono state sottratte dalla donna alla pubblicazione, ‘la signorina Fernanda” rispose ai curatori dell’Einaudi che chiedevano l’autorizzazione per pubblicarle che “Le parole dell’amore non si pubblicano con leggerezza. Sono una parte dell’anima che non merita lo sgarbo della notorietà”.

Queste lettere sono preziose perchè sono un vero e proprio diario di guerra, la guerra vissuta in Italia ‘da civili’, la prima missiva è del 22 agosto del 1940 e l’ultima del luglio del 1945 e con la malinconia dei giovani intellettuali d’allora, oppressi dal regime, dalla guerra, dalla povertà e da un isolamento personale e culturale. Pavese al di là del corteggiamento: chiese in sposa Fernanda Pivano due volte nel 1940 e nel 1945 senza successo, sprona l’antica allieva allo “studio, studio, studio”, la Pivano diventerà una colonna della cultura italiana del ‘900, traduttrice di Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Dorothy Parker, William Faulkner, e molto altro, scopritrice di talenti, ponte tra l’America della beat generation e l’Italia, ma al tempo del loro incontro era una giovane studentessa e a quel tempo era difficile per una donna uscire dai ruoli mediocri imposti dall’epoca e dal fascismo. Pavese la esorta ad avere fiducia in se stessa, lo scrittore svolse il ruolo della levatrice “può studiare e lavorare… Non se l’intende coi Suoi, ma studiando e lavorando si prepara il modo di farsi un’indipendenza” (4). E nel 1943, ebbe inizio la sua carriera con la pubblicazione per Einaudi della sua prima traduzione l’ Antologia di Spoon River. (Ida Bozzi). (5)

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Le lettere e l’Einaudi

Buona parte delle lettere di Pavese proviene dall’appassionato lavoro che lo scrittore svolse per la casa editrice Einaudi che iniziò negli anni ’30 e di cui fu tra i principali collaboratori. Nel 1941 pubblicò il primo libro, questa la risposta di Pavese alla lettera-contratto dell’editore Einaudi (Torino), 2 maggio 1941

Spettabile Editore Einaudi,

accetto le condizioni che mi fate per l’edizione del mio racconto Paesi tuoi. Gradirei che simbolicamente mi fosse versato in anticipo n. 1 pipa, onde fumarmela e preparare in serenità altri e più seducenti racconti.

Giulio-Einaudi

Dev.mo
Cesare Pavese

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Dalla casa editrice venne assunto come dipendente nel 1942. In questi tempi di voucher, la lettera a Giulio Einaudi ha fatto scalpore sul web fino a diventare il manifesto di tutti coloro che, lavorando come free-lance, non ricevono rispetto per il lavoro svolto. Quello che si è omesso è che la lettera fa parte di un carteggio in cui spesso Pavese scherzava con l’editore Giulio Einaudi, a cui questa lettera era indirizzata. Ovviamente Pavese svolse il lavoro, e ovviamente il compenso non erano solo sei sigari Roma:

“Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità.

C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.

Fatevi fare il Bini da un altro”.

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Amici di Cesare Pavese

Gli amici di Pavese

In realtà Pavese era legato all’editore da antica e sincera amicizia, seppure più volte ne lamenta l’avarizia. Buona parte delle lettere di Pavese proviene dall’appassionato lavoro che lo scrittore svolse per la casa editrice Einaudi che iniziò durante la seconda guerra mondiale. Un lavoro meticoloso (Pavese risponde a tutti quelli che scrivono) e di una sincerità stupefacente per chi vive nel mondo di oggi ricco di volgarità ipocrita.

Prendiamo in esame ‘Tra donne sole’ breve romanzo scritto nel 1949 e successivamente sceneggiato per il film “Le amiche” di Michelangelo Antonioni (1955). (in questo link potete vedere una video intervista che ho fatto a Erik Negro)

A conclusione del lavoro, il 26 maggio, Pavese scrive: «Finito oggi Tra donne sole. Gli ultimi capitoli scritti ciascuno in un giorno. Venuto con straordinaria, sospetta facilità. Eppure si è chiarito a poco a poco e le grandi scoperte (viaggio nel mondo sognato da piccolo e ora vile e infernale) sono venute quasi dopo un mese, ai primi d’aprile. Ho avuto un bel coraggio. Ma sospetto di aver giocato di figurine, di miniatura, senza la grazia dello stilizzato. L’assunto non era tragico?» (8).

Augusto Monti

Augusto Monti

Ma cosa hanno percepito i primi lettori di questo libro Pavese? il giudizio di due lettori privilegiati e legati a Pavese Augusto Monti e Italo Calvino fu molto critico: Monti, l’insegnante del liceo d’Azeglio che con l’insegnamento di un rigoroso metodo di studio, influenzò Pavese insieme a Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e tanti altri, lo rimproverò di essere dannunziano nei racconti ‘Il diavolo sulle colline’ e ‘Tra donne sole’ Pavese rispose il 18 gennaio del 1950 “Caro Monti, quando ho letto il paragone con Pastonchi, “l’altro dannunziano”, ho detto: “E’ diventato fesso, e basta”…. col gusto… non si discute…. Ma un giudizio sul “positivo etico” è un’altra cosa e si discute….. Mi viene un sospetto. Che tu sia sentimentalmente così legato all’alta borghesia da seccarti quando senti dir cacca sul suo conto, e volontaristicamente così legato al mondo del lavoro da esigere da un libro il generico astratto ottimismo di tipo militante. In questo caso, è evidente che non possiamo intenderci.” (9)

E ancora Pavese qualche giorno dopo risponderà a Monti in modo ‘più affettuoso’: “Legami sentimentali e ottimismo militante valevano come ritorsione polemica contro il tuo scatto. . Non accettando, come non accetto, la tua accusa di odiare tutti, dovevo pure tener conto che di maltrattati nel mio libro non ci sono che certuni, e questi certuni sono quei signori…Ci siamo spiegati? se tu ritiri il dannunziano, io ritiro il sentimentale e il militante, e mi auguro che tuo nipote Carlo sia altrettanto trattabile. Ciao, sta’ bene e ricorda che Einaudi paga con dolore.”(10)

Pavese allude al fatto che Augusto Monti doveva ricevere i diritti d’autore per il libro Tradimento e fedeltà, Einaudi, Torino 1949, nuova edizione del trittico La storia di papà (I Sansôssí, Quel Quarantotto, L’iniqua mercede).

L’altro giudizio critico è di Italo Calvino. Nel dopoguerra Pavese divenne amico di Italo Calvino (nato nel 1923), che andò stabilmente a lavorare all’Einaudi, Calvino più volte ha manifestato il rammarico di non essersi accorto della crisi esistenziale di Pavese che lo condurrà al suicidio e negli anni successivi per ammirazione o almeno per riconoscenza si spese per valorizzare le opere di Pavese: da più parti si disse che fu Pavese a proporre la pubblicazione del primo libro di Calvino ‘Il sentiero dei nidi di ragno’ che riscosse subito successo. La casa editrice Einaudi nel dopoguerra diventò un punto di riferimento per la cultura italiana, allora non solo non c’era ancora internet ma neanche la televisione. Dopo la morte di Pavese, Calvino curò la pubblicazione del diario di Pavese ‘Il mestiere di vivere’, la pubblicazione di poesie e tradusse lui stesso le poesie in inglese dedicate a Costance Dowling e con Lorenzo Mondo recuperò le ‘lettere’ di Pavese.ItaloCalvino

Tuttavia anche Calvino diede un giudizio ben poco mite sul romanzo Tra donne sole di cui lesse il manoscritto. Il giudizio negativo si focalizzò soprattutto sul personaggio di Clelia, che secondo lui altri non è che Pavese, “con parrucca e seni finiti” e scrive a Pavese: “Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto. Sono ancora di tale opinione, sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento. Ho deciso che è un viaggio di Gulliver, un viaggio tra le donne, o meglio tra strani esseri tra la donna e il cavallo; è una specie di viaggio nel paese degli Hauihnhnn, i cavalli di Swift, cavalli con impreviste somiglianze umane, orribilmente schifosi come tutti i popoli incontrati da Gulliver. È un certo modo nuovo di vedere le donne, e di trarne vendetta allegra o triste. E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo pelosa, con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa, che parla in prima persona e fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca e i seni finti che dici: ‘Ecco, una donna sul serio dovrebbe esser così” (Ferrero 1998: V).

La cosa però che più non lo convince è la rappresentazione dei borghesi, che «sono visti e parlano in modo ovvio e giornalistico». Insomma gli rimprovera di non conoscere a fondo questo mondo e di non aver chiara la propria posizione rispetto ad esso.

Calvino prosegue mettendo in risalto la mascolinità e volgarità del linguaggio usato, identificando come «regina delle donne-cavallo» Momina e affermando che il lesbismo cui si accenna nel testo (tra Momina e Rosetta) non è credibile, fa pensare piuttosto a Pasife che a Saffo, essendo il centro del racconto labirinticamente celato in un segreto morboso; rileva che il mondo rappresentato è visto dal di dentro, da «chi fa i vestiti alle donne-cavallo» e che il vero messaggio del libro è un approfondimento del tuo insegnamento di solitudine, con in più qualcosa di nuovo sul senso del lavoro, sul sistema lavoro – solitudine, sul fatto che i rapporti tra esseri umani non fondati sul lavoro diventano mostruosi, sulla scoperta dei nuovi rapporti che nascono dal lavoro (ed è la parte più bella, Clelia e Becuccio, questa donna che trova la sua regola di vita come scapola, e prende gli uomini come noi si prende le ragazze. (11)

Pavese risponde qualche giorno dopo:

Torino, 29 luglio 1949

Caro Calvino,

non mi dispiace che Tra donne sole non ti piaccia. Le ragioni che ne dài sono la trascrizione fiabesca di un tema letterario; un abbozzo di novella di Italo Calvino. Cavallinità e peni di faggio sono pura e bella invenzione (tutte le mitologie s’incontrano: il faggio è l’albero del Monte Pelion, il monte dei centauri).

Applichi due schemi, come due occhiali, al libro e ne cavi impressioni discordanti che non ti curi di comporre. C’è la definizione di Talino e Momima come fratelli, la scoperta che faccio sempre un viaggio all’altro mondo, che per me bestiale e decadente s’identificano […]; poi applichi lo schema realistico evocatorio (Proust, Radiguet, Fitzgerald) dell’insussistenza di questo mondo scoperto. Evidentemente questo mondo è un’esperienza dei vari io […] e questi io sono la vera serietà (non fiaba) del racconto. Ma tu — scoiattolo della penna — calcifichi l’organismo scomponendolo in fiaba e in tranche de vie. Vergogna.

Mi ha comunque molto consolato la scoperta del filone unitario tra le varie opere.
Godo dei successi cannibalici.

Figúrati se vengo a San Remo. Fossi matto.

Pavese

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La retata del 1935

Il gruppo torinese di giovani intellettuali e ‘compagni’ di scuola venne sconvolto Il 15 maggio 1935, in seguito alla segnalazione dello scrittore Pitigrilli, al secolo Dino Segre, spia dell’O.V.R.A., la polizia segreta fascista.

Fra gli arrestati, oltre a Pavese vi furono Franco Antonicelli, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Michele Giua, Carlo Levi, Piero Martinetti, Massimo Mila, Augusto Monti, Carlo Zini, e venne coinvolto anche Norberto Bobbio.

Nei testi abitualmente questo gruppo viene definito il movimento politico di Giustizia e Libertà, ma in realtà alcuni di questi intellettuali agivano (per quanto possibile) con azioni contro il regime fascista; altri come Pavese e Bobbio vengono coinvolti per frequentazioni di amicizia e nel caso di Pavese anche per la relazione con Tina Pizzardo. Pavese che non si era mai impegnato in attività cospirative contro il regime fascista, in alcune occasioni ha addebitato l’arresto per aver conservato in casa lettere di Altiero Spinelli indirizzate alla donna. Più probabilmente invece Pavese rimase coinvolto perchè faceva parte della redazione la ‘Cultura’ un gruppo di giovani intellettuali che la polizia fascista sospettava in contatto con esponenti di Giustizia e Libertà.

Foa - BobbioLe reazioni all’arresto furono molto diverse secondo il coinvolgimento e il ‘carattere’ delle persone coinvolte: Vittorio Foa uno dei più attivi e coerenti venne condannato dal Tribunale Speciale Fascista, a 15 anni di reclusione per attività antifascista (1936). Le condizioni della reclusione furono durissime, con pesanti conseguenze sulla sua salute e uscì dal carcere di Castelfranco Emilia (MO) nell’agosto 1943 per unirsi alla resistenza.

Norberto Bobbio se la caverà con una lettera di pentimento al duce e pochi mesi dopo, con il richiesto intervento di Mussolini e di Gentile, ottenne la cattedra di filosofia del diritto a Camerino.

Bobbio approfittò di essere di famiglia agiata, il padre Luigi era primario di ospedale a Torino e una parte Ginzburg_Pavese_Antonicellidella famiglia aveva fatto ‘carriera militare’. Questa parte della vita di Bobbio fu poi oggetto di svariate polemiche all’inizio degli anni ’90, nel momento in cui Bobbio era uno dei filosofi più letti al mondo, senatore a vita e candidato a sostituire Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica. Sono testimone diretto (siamo originari dello stesso paese, Rivalta Bormida) che Bobbio più volte raccontò in dialoghi privati e in occasioni pubbliche (nel paese di origine) dolente e ironico le ambiguità della sua famiglia verso il regime fascista. Aveva una sincera e visibile sofferenza nel ricordare uno degli amici più cari, Leone Ginzburg, morto nel 1944 nel carcere di Regina Celi a seguito delle torture nazi-fasciste perchè si era rifiutato di ‘collaborare’.

« La nostra classe, o per lo meno alcuni di noi, avevano acquistato una speciale sensibilità […] per la presenza di un giovane precocissimo, che aveva, a quindici anni – quando entrò al d’Azeglio come studente di prima liceo – tal vastità di cultura, tal maturità di giudizio e tal altezza di coscienza morale da suscitar meraviglia nei professori – e uno di quei professori lo ha chiamato discepolo maestro – e schietta ammirazione, senza invidia, nei compagni: parlo di Leone Ginzburg. »(13)

(N. Bobbio, Tre maestri: Umberto Cosmo, Arturo Segre, Zino Zini, in Id., Etica e politica. Scritti di impegno civile, a cura di M. Revelli, Mondadori, Milano 2013, p. 124.)

Nel tempo ci sono state molte polemiche sul comportamento e sulle ambiguità del gruppo di giovani intellettuali torinesi alimentate dalla pubblicazione della lettera di Bobbio a Mussolini: (14)

  • Eugenio Garin giustifica la lettera di Bobbio, definendola «di tono molto giovanile» e osservando che, a quell’epoca, specie «fra i giovani (…) chi aveva scelto di restare in Italia, doveva accettare tutte le conseguenze di questa scelta. Anche se nell’intimo era contrario al regime, anche se partecipava in forme clandestine a dei tentativi di abbatterlo, doveva tenere un comportamento esteriore che gli consentisse di continuare ad esercitare la propria attività. (…) Era il tentativo di legittima difesa, l’unico margine che ti lasciava un’impresa irta di difficoltà quotidiane, com’è quella di vivere sotto una dittatura. ….
  • Per Gaetano Arfé, la pubblicazione della lettera «non in un saggio biografico ma a scopo sensazionalistico offende l’etica dello storico. Un episodio di debolezza verso il regime non appanna in alcun modo una biografia improntata a valori di moralità. Mi chiedo: che senso ha ricordare oggi un cedimento di Bobbio? Non mi sembra operazione lodevole, e s’inquadra nel tentativo di livellare tutti su uno stesso piano, smarrendo quelle distinzioni che è invece bene non smarrire».
  • Luciano Canfora, dopo aver posto l’accento sul concetto che la dittatura corrompe, delinea il dilemma etico in cui si trovarono alcuni intellettuali antifascisti, posti di fronte alla scelta fra accettare dei compromessi con il regime pur di «conquistare una cattedra universitaria», oppure rinunciare alla cattedra lasciando però in questo modo più spazio ai professori fascisti.
  • Giovanni De Luna afferma che la lettera pubblicata su “Panorama” in realtà non rivela alcunché: infatti – sostiene De Luna – Bobbio aveva già parlato dei suoi rapporti col regime fascista in una intervista pubblicata pochi anni prima sul periodico “Nuova Antologia”. De Luna cita alcuni passi di tale intervista, in cui Bobbio tra l’altro affermava «di non aver mai sentito come una contraddizione l’aver conservato la tessera, pur non essendo mai stato in coscienza un fascista», e di aver praticato assieme ad altri «quel comportamento che veniva chiamato nicodemismo, per cui avere la tessera era un obbligo esterno, non in coscienza». In un altro intervento, uscito lo stesso giorno su “l’Unità”, De Luna suggerisce che la pubblicazione della lettera di Bobbio possa essere letta «all’interno di un disegno politico che punta a delegittimare la prima Repubblica nel suo DNA costitutivo, ereditato dall’antifascismo».

Ma la testimonianza più importante è quella di Vittorio Foa che pagò duramente con anni di carcere il proprio antifascismo. Foa nella intervista che riporto ha difeso tutti i compagni coinvolti nei fatti del ’35: discolpò completamente Massimo Mila, il quale in un interrogatorio pare avesse accusato Foa, attribuendone il cedimento alla violenza fisica e morale operata contro di lui dall’apparato repressivo fascista.FOA

Vittorio Foa, dopo essersi detto «disgustato» dalla pubblicazione della lettera di Bobbio, in una lunga intervista pubblicata su “La Stampa” del 16 giugno 1992(15) sottoriportata, Foa espone in forma più ampia la sua opinione sull’episodio, sostenendo fra l’altro che la lettera di Bobbio «è, da ogni punto di vista, politico o morale, assolutamente irrilevante. L’ammonizione era una violenza nei suoi confronti, era una misura amministrativa che poneva limiti alla libertà personale e alla capacità di viaggiare e lavorare. Era una violenza dalla quale Bobbio aveva il diritto di difendersi: io mi sento di parlare di legittima difesa. (…) Questa lettera va letta come un ricorso nei confronti di un provvedimento amministrativo». Foa critica duramente l’iniziativa di “Panorama” definendola «una forma di denigrazione nei confronti di un uomo la cui vita, tutta la vita, merita ammirazione e rispetto. È un’aggressione, una violenza che ci offende».

Ancora una volta sono un modesto ma diretto testimone della stima e affetto che Vittorio Foa aveva per l’amico Bobbio/Bindi avendolo ascoltato in una lunga conversazione telefonica in occasione della morte di Bobbio in cui Foa faceva le condoglianze alla comunità rivaltese, piccolo paese di origine di Bobbio.

MARTEDÌ’ 16 GIUGNO 1992 LA STAMPA

«Panorama» pubblica una lettera del ’35 al duce.

Parla Vittorio Foa: «Un documento irrilevante»

ROMA DAL NOSTRO INVIATO Alberto Papuzzi

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Vittorio Foa non ha dubbi: «La lettera che Norberto Bobbio indirizzò a Mussolini nel 1935, per evitare un’ammonizione, è del tutto irrilevante, sia politicamente sia moralmente». Il settimanale Panorama ha pubblicato ieri una lettera che il filosofo scrisse al duce l’8 luglio 1935. Bobbio aveva allora 25 anni ed era docente di filosofia del diritto. In maggio era stato arrestato, quando la polizia aveva colpito il gruppo di intellettuali torinesi legati alla rivista La Cultura, tra i quali c’erano, oltre a lui, Leone Ginzburg, Augusto Monti, Vittorio Foa, Renzo Giua, Cesare Pavese, Carlo Levi, Franco Antonicelli, Massimo Mila, Giulio Einaudi. In luglio a Bobbio venne comunicato che gli sarebbe stata inflitta un’ammonizione, provvedimento amministrativo che restringeva la libertà personale e bloccava la carriera universitaria. Il giovane intellettuale scrisse al duce, ricordando di essere iscritto al Pnf e ai Guf e respingendo le accuse di cospirazione con «Giustizia e libertà».

Lettera di Bobbio a Mussolini

«Sono cresciuto – scrive Bobbio – in un ambiente familiare patriottico e fascista (mio padre, chirurgo primario all’ospedale San Giovanni di questa città, è iscritto al Pnf dal 1923)…» E, più avanti: «In questi ultimi anni, dopo aver conseguito la laurea in legge e in filosofia, mi sono dedicato totalmente agli studi di filosofia del diritto, pubblicando articoli e memorie che mi valsero la libera docenza, studi da cui trassi i fondamenti teorici per la fermezza delle mie opinioni politiche e per la maturità delle mie convinzioni fasciste». Conclude: «Rinnovo le mie scuse a Vostra eccellenza se ho presunto di voler fare giungere sino a lei le mie parole, ma mi ha spinto la certezza che ella nel suo elevato senso di giustizia voglia fare allontanare da me il peso di un’accusa, a cui la mia attività di cittadino e di studioso non può aver dato fondamento, e che contrasta con quel giuramento che io ho prestato con perfetta lealtà».

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«Orrendo e ridicolo»: così Bobbio, in un’intervista a Panorama, giudica il testo di quella lettera, dichiarando che l’aveva «totalmente dimenticato». Con l’aiuto della famiglia – l’ammonizione fu tolta. La lettera è apparsa in un servizio firmato da Giorgio Fabre. Andrea Monti, direttore del settimanale, scrive che essa nulla toglie ai meriti poi acquisiti da Bobbio.norb

Nell’articolo si citano documenti che riguardano anche Mila, Antonicelli, Einaudi: un verbale degli interrogatori di Mila che avrebbe compromesso Foa, due lettere al duce di Antonicelli, i verbali degli interrogatori di Einaudi (già resi noti dallo storico Giovanni De Luna). Di quel gruppo, Vittorio Foa – coetaneo di Bobbio, deputato alla Costituente per il Partito d’azione e grande protagonista del movimento sindacale, una lunga milizia politica conclusa, nella scorsa legislatura, come senatore della Sinistra indipendente – pagò più duramente: oltre 8 anni in carcere. Come scrive nel libro di memorie II Cavallo e la Torre, in carcere pensava agli amici liberi: «Ricordavo i distintivi fascisti all’occhiello delle loro giacche, ma li ricordavo solo per affermarne l’assoluta irrilevanza dal punto di vista morale: il distintivo indicava solo un’adesione formale come mezzo per facilitare lo studio e il lavoro (…). Mai mi sono sentito superiore a loro per essere in carcere».

Come vedeva Bobbio? Quali erano i vostri rapporti?

Negli anni dell’università io non l’ho frequentato. Allora lavoravo o facevo il militare. Ma ci siamo laureati entrambi nel luglio del 1931. Nel quadro di laurea, oltre alla sua e alla mia, ci sono anche le fotografie di Alessandro Galante Garrone, Giorgio Agosti ed Egidio Ortona, futuro ambasciatore a Washington. Invece, fra il ’31 e il ’35, Bobbio e io ci siamo frequentati molto. Lo ricordo BOBBIO aveva diritto di difendersi «Questa è aggressione. Tutta la sua vita merita ammirazione e rispetto». La polizia si accani contro il gruppo della rivista «La Cultura» «Quando uscii dal carcere, nel ’43 fu proprio lui la prima persona che venne a trovarmi: e mi parlò del Partito d’Azione» nettamente come un antifascista, sebbene non impegnato in attività cospirative, perché era preso dallo studio. Ma i suoi maestri erano Francesco Ruffini e Gioele Solari, Luigi Einaudi e Pasquale Jannaccone. I suoi amici Leone Ginzburg e Franco Antonicelli. Avevamo comuni amicizie mondane. Per molti mesi ci trovavamo una volta la settimana a giocare ai tarocchi in una bottiglieria di via San Massimo, l’oste si chiamava Giuseppe. Con noi giocavano Franco Antonicelli e Carlo Zini, accesi antifascisti. Con Norberto, che chiamavamo e chiamiamo Bindi, non si parlava di cospirazione ma sempre e molto di politica.

Durante la sua prigionia, siete rimasti in contatto?

Non potevo avere alcun rapporto, neanche una cartolina, se non con genitori e fratelli. Ma Bobbio mi fu di serio aiuto nel consigliarmi letture giuridiche o filosofiche. Quando tornava a Torino, andava dai miei genitori che mi trasmettevano per lettera i suoi consigli. A lui debbo la conoscenza di Kelsen e di Husserl e poi anche la lettura, per me assai importante, di Gurwich sui diritti sociali.

Nella lettera Bobbio si presentava come un buon fascista. Lei che ne pensa?

Non facciamo confusioni. Una cosa era essere fascisti, altra cosa essere iscritti al fascio. Molti miei amici, e anche mio fratello, si erano iscritti al fascio pur non essendo fascisti, spesso essendo francamente antifascisti. La tessera del fascio era in molti casi una condizione per poter lavorare in modo adeguato alle proprie capacità, a volte per poter semplicemente lavorare.

Ma come giudica la lettera?

Dico subito che quella lettera è da ogni punto di vista, politico o morale, assolutamente irrilevante. L’ammonizione era una violenza nei suoi confronti, era una misura amministrativa che poneva limiti alla libertà personale e alla capacità di viaggiare e lavorare. Era una violenza dalla quale Bobbio aveva il diritto di difendersi: io mi sento di parlare di legittima difesa. Si difendeva com’era suo diritto, con accortezza, estendendo al presente i suoi antichi sentimenti fascisti. Quella lettera va letta come un ricorso nei confronti di un provvedimento amministrativo.

Perché rivolgersi direttamente al duce, e non al questore, al prefetto?

Ma è chiaro. Bobbio rivendicava una decisione a lui favorevole e la rivendicava da Mussolini, che era di fatto quello che decideva queste cose. Può dispiacere il linguaggio, del resto moderato rispetto alle infinite manifestazioni di piaggeria nei confronti del duce. Ma quello era il linguaggio riverente d’uso. Si usava anche col capufficio.

E come giudica, allora, la pubblicazione della lettera?

Ripeto che la lettera è totalmente irrilevante, ma l’averla usata, messa in grande e isolata evidenza, è una forma di denigrazione nei confronti di un uomo la cui vita, tutta la vita, merita ammirazione e rispetto. E’ un’aggressione, una violenza che ci offende. Da un lato c’è un singolo episodio che solo con qualche forzatura può essere presentato come un cedimento, dall’altro c’è una vita tutta spesa, ogni giorno e ogni ora, per la difesa e la promozione della libertà con una sensibilità acuta per ogni aspirazione alla giustizia: mia vita d’educazione e d’esempio.

Per quali ragioni si denigrerebbe Bobbio?

Io non dispongo della fantasia sufficiente per fare delle congetture. Ma sono abituato alle «clamorose rivelazioni» contro uomini e vicende impegnati nella difesa della democrazia, quando l’opinione pubblica è turbata da scandali, ruberie, dalla sfacciata contiguità fra la politica e gli affari, che spesso sono affari criminali.

Sarebbero dunque rivelazioni strumentali?

Io faccio di queste «clamorose rivelazioni» una questione di verità. Mi interessa meno la domanda: a chi giovano? E’ fin troppo evidente l’ondata che tende a cancellare o infangare la memoria della Resistenza, di quello che l’ha preparata e di quello che ne è seguito, di cancellare i valori fondativi della nostra democrazia.

Però si tratta di documenti storici…

In realtà, al posto della ricerca storica è venuto avanti l’impiego strumentale della storia, l’uso della storia come arma di politica contingente. La storia come manganello.

Il giornalista è tenuto a far conoscere i documenti, poi i lettori giudicheranno, o no?

Ma la verità non è solo evidenza di un oggetto, è anche e prima di tutto rispetto delle sue proporzioni, dei rapporti nel tempo e nello spazio.

E’ in questione, allora, il revisionismo storiografico?

Il revisionismo storiografico è legittimo, il mondo non può stare fermo nella percezione di se stesso. Ma il confine fra ricerca della verità e sua cancellazione va rispettato. Quando lo ha violato, il revisionismo ci ha dato paurosi esempi di menzogna sistematica: penso ai campi di sterminio.

Il giudizio è il medesimo per le rivelazioni su Mila, Einaudi, Antonicelli?

Non è verità ma falsificazione dare della personalità di Massimo Mila, della ricchezza straordinaria della sua passione politica, critica e alpinistica una immagine deformata da un singolo interrogatorio di polizia. Come ignorare il quadro della pressione poliziesca e delle sue tecniche repressive, che non sono fatte solo di violenza fisica. Con Mila ho passato anni e anni in una cella di Regina Coeli e mai, nemmeno per un attimo, ho pensato che qualche parola in un interrogatorio di polizia potesse offuscare l’immagine impegnata di quell’uomo. Più pesante di quella fisica c’era la violenza morale dello stesso interrogatorio di polizia, della ritualità del tribunale speciale i cui giudici erano «seniori», cioè colonnelli della milizia fascista. E ciò che dico per Mila vale anche per Einaudi.

massimomila

Chi tira fuori i documenti ne fa una questione di intransigenza.

Fa pena sentir dare lezioni di intransigenza da chi vive in condizioni radicalmente diverse. Sul solco segnato da Gobetti e da Salvemini penso all’intransigenza come a un valore alto. Ma lo è quando è richiesta a se stessi. Se è richiesta agli altri è un abuso.

C’è chi non ha mai scritto lettere al duce, come lei…

Ma io decisi una scelta di rottura completa con la vita che facevo. Questo lo dico senza nessuna presunzione di superiorità.

E gli accademici che si rifiutarono di giurare al fascismo?

Si è trattato di pochissime persone, che in qualche modo avevano concluso il loro percorso e che desideravano sottolineare fortemente l’autonomia di ricerca che caratterizzava la loro vita. Bobbio, invece, non decise allora di testimoniare pubblicamente la sua fede, ma di coltivarla nella forma del lavoro, di fare politica con la ricerca.

L’immagine di Bobbio è quella di un maestro, lei stesso l’ha ricordato. Può uscire scalfita dall’episodio?

Ci sono dei casi in cui si costruisce su una persona un’immagine di maestro infallibile e allora qualsiasi cosa può apparire un cedimento. Anche per Bobbio è stata creata un’immagine del genere. Non è stato lui a volerlo, l’hanno costruita gli altri. Ma quello che Bobbio rappresenta realmente, non c’è niente che può scalfirlo. Quando io uscii dal carcere, alla fine dell’agosto del 1943, la prima persona che venne a trovarmi, sulla collina torinese dove i miei erano sfollati, fu lui, fu Bindi. E mi parlò del Partito d’azione.

Il Confino

Nella retata della polizia fascista del 1935 viene arrestato anche Cesare Pavese che non aveva mai cospirato contro il regime e dopo un soggiorno nelle carceri di Torino e di Regina Celi a Roma viene condannato a tre anni di confino nel comune di Brancaleone (Reggio Calabria), con lui venne condannata la redazione della rivista “La Cultura”: Giulio Einaudi fu prosciolto in istruttoria con ammonizione, Carlo Levi e Franco Antonicelli furono condannati a cinque anni di confino.

Pavese giunse a Brancaleone il 4 agosto del 1935 come raccontò in una missiva alla sorella Maria:

Cara Maria, sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio e tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo diretto al Municipio.

Il viaggio di due giorni, con le manette e la valigia, è stata un’impresa di alto turismo. Ormai il nome della famiglia è irrimediabilmente compromesso: Le stazioni di Napoli e Roma le ho attraversate nel momento di maggior traffico e bisognava vedere come la gente faceva largo al sinistro terzetto. A Roma una bambina che va ai bagni, chiede al padre: ” papà , perchè nelle manette non fanno passare la corrente elettrica?” A Napoli non è mancata nemmeno la caduta sotto la croce, sotto forma di uno stramazzone – manette, valigia e tutto – preso sulla scalinata del cortile delle carceri. Allora un cireneo si è occupato della valigia.(…)

Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano di tenermi buono e caro. (…) Qui, sono l’unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. (…) La grappa non sanno cosa sia. (…) La spiaggia è sul Mar Jonio, che somiglia a tutti gli altri e vale quasi il Po….
Insomma non chiedo che libri, soldi e saluti dalle amicizie. Ciau (16)

Rileggendo le lettere del confino ho ritrovato un Pavese inquieto e dal carattere difficile, mi è venuto alla mente Carlo Levi che al contrario al confino ha scritto il bel libro Cristo si è fermato ad Eboli.

Le lettere sono indirizzate soprattutto alla sorella Maria poi ad amici come l’insegnante Augusto Monti (a cui all’epoca si rivolge ancora con il ‘lei’) e Mario Sturani, almeno due missive indirizzate a quest’ultimo hanno urtato pure me che ho letto più volte Pavese e ancora di più l’ho pensato.

27 novembre 1935

caro Sturani

…..Vedo che insisti per sapere titoli di libri da mandarmi….ma ti sconsiglio di spendere altri soldi, non va bene esagerare in beneficenza, perchè a un certo punto non si guadagna più che l’odio del beneficiato.

Ora è cominciato l’inverno sotto forma di piogge, venti torrenziali e umidità notturne, che per la mia asma sono tanto pepe. Questo me brutto, perchè essendo qui il sonno l’unico passatempo non esasperante, sentirselo troncare tutte le notti moltiplica per X la durata dell’esilio.

Il mare già così antipatico d’estate, d’inverno è poi innominabile, alla riva tanto giallo di sabbia smossa; al largo, un verde tenerello che fa rabbia. E pensare che è quello d’Ulisse: figurarsi gli altri.
La grande attrattiva del paese sono i pesci, che a me non piacciono, che così non mangio pietanza non più che un giorno o due la settimana, quando ammazzano la vitella.

Ho quindi comperato una bella corda, l’ho adattata, a nodo scorsoio, e tutte le mattine la insapono per tenerla pronta.

Mi servirà a guadagnarmi un po’ di carne, quando i vicini mi chiameranno a prendere parte all’impiccagione del maiale, che sta ora ingrassando in rigorosa castità.

Mi ha scritto tuo suocero una cartolina dove mi promette libri greci e mi da del commediante. Digli per ora, che se non mi restasse almeno il conforto di recitare una parte, mi sarei già trucidato da un pezzo.

Avrai saputo anche tu che Pinelli ha fatto rappresentare una sconcissima commedia intitolata la pulce d’oro. Io l’avevo letta e l’avevo trovata nel solito suo stile, ma divertente. E’ sporca, sporca, peggio del ‘Tutto bonda’. Così va il mondo. Non può uscire il Dio-Caprone tutto pieno di castissime risoluzioni, e rappresentano siffatte sessualità. Farebbe meglio ad adoperare il credito di cui gode, per farmi tornare a casa. Ma lui pensa a far figli e commedie: due operazioni cui attende esercitando i medesimi organi. E tanto basti.

Saluti alla tua beccaccina
Pav.(17)

a Mario Sturani 25 dicembre 1935

Caro Mario,

Visto che ti vanno male le prediche estetiche cominci con quelle morali?

Adesso mi rinfacci anche di dare a voi la colpa che sono a Brancaleone? ma dove? ma quando? E poi, se mi fa piacere maledire il mare, cosa hai tu da ficcare il naso nei miei odi? Tanto più che non è vero che i poeti, i pittori ecc. ne dicano tutti bene, io per esempio che sono un poeta, ne ho sempre parlato ingiuriosamente.

Mi rimproveri di essere astioso con tutti. possibile che in dodici anni che ci conosciamo tu non abbia capito un elemento fondamentale del mio carattere? Quando Pavese ha un dispiacere, una seccatura, un’indigestione, un morso di pulce, meglio non ammette che nessun altro sia allegro e contento, e fa del suo meglio per guastargli la pace o almeno propiziargli ogni disgrazia. Così è fatto ed è così che trova da star bene, anche quando sta male. ma che proprio tu mi rimproveri di pigliarmela con Tullio è enorme: tu che non fai altro che dirne male per dritto e per traverso e gli rimproveri persino la nascita.

……Mi consigli di lavorare? Non ho bisogno dei tuoi consigli. Quattro mesi, dodici poesie….

Aggiungerò (strettamente confidenziale): qui sto bene, mi trattano con ogni civiltà, sono pagato per non far niente, realizzo insomma il mio ideale di vita….dunque? mi manca una cosa, una cosa sola, e per questo mi piace gridare e sfruttare ogni disagio (chi se ne infischia in realtà dei disagi?) pur di ottenerla nei limiti del possibile. Quale sia questa cosa non si può dirlo a un uomo sposato. E dunque? – ripeti tu – Perchè secchi noi coi piagnistei? E allora lascio perdere ogni spiegazione, perchè se non l’hai capita in 12 anni, non la capisci più.

Passando oltre, lettere come la mia prima, te ne potrei scrivere tutti i giorni, ma questo non significherebbe niente. potrei scrivertene anche in punto di morte. non capisci che mi diverto? Tanto ridendo, tanto lamentandomi? E qualunque cosa scriva per me è sempre materia di piacere? E che se dovessi scrivere esclusivamente per dare notizie, non mi scomoderei nemmeno? Tanto basti…..

Quando un uomo scrive le più belle poesie del secolo, il calvario ha da essere più lungo. Come vedi mi hai attaccato la mania di persecuzione. però che bellezza! mi è capitato come a Dante Alighieri, Omero ed altri sommi.

Va per la selva bruna

solingo il trovator,

domato dal rigor

della fortuna. (18)

Mi sono riconciliato con lo scrittore quando mi è venuto alla mente che durante il servizio militare sono stato lasciato (‘tradito’) dalla morosa per un altro uomo e ho sofferto tanto da cambiare vita. Pavese al confino smaniava per l’amore ossessivo della sua vita: Tina Pizzardo e per capirlo sono esemplari queste due lettere all’amata e alla sorella:

Cara,
scrivo con la tua stilografica. Nonostante la cattiva esperienza non so resistere alla tentazione di una lettera. Non so se le cartoline che ho spedito al vostro indirizzo vi siano giunte. Quattro tue mi sono arrivate. Approfitto di questo bravo ragazzo per mandarti un ricordo. E’ già usato, ma non ho altro.

Io passo le giornate (gli anni) in quello stato d’attesa che a casa provavo certi pomeriggi dalle due e mezzo alle tre. Sempre, come il primo giorno, mi sveglia al mattino la puntura della solitudine. Descriverti le mie ansie è impossibile. La mia pena non è quella scritta, sei tu; e lo sapeva bene chi ci ha così allontanati. Non scrivo tenerezze; il perché lo sappiamo; ma cerco il mio ultimo ricordo umano, è il 13 maggio.

Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai avuto per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai. Tuo

Lettera a Tina Pizzardo, (Brancaleone) 17 settembre ([1935) (19)

Siete un mucchio di fottuti. Me ne importa tanto a me di Frassinelli, di quel bischero di Franco, e se mangio all’albergo!

Quando la finirete di far finta di non ricevere che chiedo notizie, notizie, notizie, e una cartolina firmata, di *?

E avete ancora il becco di scrivermi se ho bisogno di qualcosa. Da un mese non chiedo altro.

Il confino è niente. Sono i parenti che costringono uno a lasciarci la pelle.

Che vi venga il cancro a tutti.

Lettera alla sorella Maria, (Brancaleone) 12 marzo (1936) (20)

Pavese non riceveva notizie dell’amata perché la Pizzardo nel frattempo si era fidanzata con Henek Rieser e lo sposò il 19 aprile del 1936, negli stessi giorni in cui Pavese rientrò dal confino dopo aver chiesto la grazia a Mussolini.

Sulla domanda di grazia questa è la versione di Tina Pizzardo (21)

Non so quando ‒ ma certo non ero ancora decisa a sposarmi, perché non glielo avrei taciuto ‒ la sorella di Pavese mi ha mandato a chiamare per dirmi, con molto imbarazzo e molte esitazioni: «Cesare vorrebbe chiedere la grazia, ma non osa farlo, per lei, per paura che lei poi lo disprezzi».

Leone avrebbe risposto: «Domanda di grazia, mai, per nessun motivo», e più tardi mi ha rimproverata di non averlo detto in sua vece.

A Igea io avevo rifiutato due volte la tessera che Donna Bianca mi tendeva come un salvagente, ma Altiero aveva fatto di più, aveva rifiutato di firmare una domanda di grazia il cui esito favorevole era sicuro, e lo aveva fatto quando era all’inizio dei sedici anni da scontare (e i suoi se l’erano presa con me che non mi ero neanche provata a persuaderlo).

Infatti su questioni come: iscrizione al fascio, domande di grazia, comportamento dinanzi ai giudici, dinanzi al tribunale, io avevo, e ho, idee ben chiare. Ognuno, quando non nuoce agli altri, quando si tratta della sua vita deve decidere da sé e nessuno ha diritto d’intervenire, né giudicare. Se uno è tentato di sottomettersi vuol dire che ‒ come la stragrande maggioranza degli italiani, a quei tempi ‒è già sottomesso. Dovremmo fargli una colpa di essere anche lui come tutti gli altri, di essere una persona normale? Quelli che rifiutano lo fanno, ed era il caso di Altiero, perché se accettassero, la vita per loro non avrebbe più senso.

Ho cercato di spiegare tutto ciò alla sorella di Pavese. «Insomma, lei è per il sì?»

«Né per il sì, né per il no, deve decidere lui. In qualunque caso per me sarà esattamente lo stesso di prima. Non è questo che può farmi cambiare l’opinione che ho di lui.»

Allora la buona Maria si prende paura: sta a vedere che questa se lo sposa in ogni caso. Mi chiede, timidamente, che intenzioni ho verso Cesare.

«Nessuna. Non lo sposerò mai, se è questo che vuol sapere. E lui lo sa. Credo che anche lei sia d’accordo con me.»

«Sì, troppa differenza d’età.»

Le brillano gli occhi di contentezza, povera cara donna.

Pavese ha fatto domanda di grazia (chissà che cosa gli ha riferito la sorella) e in marzo è tornato dal confino. …..

Al confino, da certi misteriosi accenni della sorella, si era messo in mente che io fossi in carcere (come è provato da un biglietto che conservo); arrivando aveva saputo da Sturani che ero in procinto di sposarmi.
…..
Appena arrivato è venuto a cercarmi a casa. Mi portava un regalo ridicolo e commovente: una scatolina di belletto che aveva comperato per me a Genova fra un treno e l’altro. Per esattezza devo dire che non ho mai avuto il tempo, e neanche l’arte, di mettermi qualcosa sulla faccia, salvo un po’ di rossetto sulle labbra.

Era molto triste, ma stranamente remissivo. Suppliche sì, e veramente toccanti, mai però lo scatto di chi si sente tradito. Infatti, riflettevo, lui sa di non aver nessun diritto. Con lui sono sempre stata sincera (nei limiti della decenza) e speranze non gliene ho mai date.

Pareva che avesse accettato il suo giusto ruolo d’amico.

A testimonianza che, al di là delle scelte politiche ed esistenziali, restava salda l’amicizia e la stima tra gli ex allievi antifascisti del D’Azeglio è da leggere questa lettera di qualche anno dopo di Vittorio Foa dal carcere che consiglia ai genitori la lettura del primo libro di Pavese pubblicato dall’Einaudi:

Ho letto ed ho sentito dire cose entusiastiche sul libro Paesi Tuoi di Pavese. Forse lo leggerò. Leggetelo. Pare che non sia semplicemente un’imitazione di certe mode letterarie americane, ma un’opera originale e profonda sulla vita piemontese, anche se improntata a quei modi espressivi spicci e vigorosi a cui ci hanno ormai abituati DosPassos e Steinbeck.

Lettera di Vittorio Foa ai genitori, dal carcere di Civitavecchia, 11 agosto 1941

Verrà la morte e avrà gli occhi di Connie

L’AMORE TORMENTATO DI PAVESE. DA TINA PIZZARDO A CONSTANCE DOWLING ALLA FINE.

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”.
Cesare Pavese

In un’intervista (22) scanzonata riportata in appendice (da leggere) uno “spensierato” Franco Ferrarotti sostiene che la tragedia di Pavese avveniva per “quello che i giuristi italiani chiamano il “congresso carnale”, un impotenza psicologicamente indotta, per cui andava in bianco. Se legge Stendhal spesso dice “Stavolta ho fatto fiasco”. A una persona superficiale come me e come tante altre, la cosa non fa né caldo né freddo, però per un uomo come Pavese questo era un fallimento terribile.”

Non occorre essere psicologi per intuire che Pavese aveva ‘ altri’ problemi che erano all’origine del suo infelice rapporto con il sesso. Ci sono due lettere di Pavese a 19 anni che mi hanno fatto sempre pensare che lo strazio di Pavese era già scritto prima ancora di cominciare la vita affettiva, sono indirizzate a Milly, una soubrette che raccoglieva un’ampia popolarità e a Mario Sturani in cui raccontava i suoi tormenti d’amore per la stessa attrice di rivista:

Lettera a Milly – marzo 1927 (23):

Certo signorina non potrà non stupirla, per non dir peggio, questa lettera di una persona che lei non conosce affatto.

Vorrei poter farmi perdonare scrivendole che se lei non conosce me io conosco lei, ma non sarebbe sfacciata la pretesa? Pure…

Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla. Conosco le sue linee esteriori, qualche istante della sua vita e soprattutto quel po’ di anima che da un viso si può rivelare a un osservatore attento.

Ma è poco, signorina, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei.

Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni e lei è lontana, tanto lontana.

Lettera a Mario Sturani, (Reaglie, luglio 1927) (24):

E’ tornata la mia ballerina. Per questo ho tardato un po’ a risponderti. Il primo giorno l’ho voluta rivedere, poi mi sono imposto di girare tutta la notte per le strade delle mie colline, tra i boschi. Ho preso un freddo cane. E’ bella, sì, giovane, meravigliosa, tutto quello che si può dire, ma ci sono le poltrone in mezzo tra me e lei e nelle poltrone ci sono sempre seduti molti uomini. Questo piccolo fatto mi ha fatto riflettere e a poco a poco, e ci ho sofferto mica poco, la bella, la divina, la venerea lavoratrice delle gambe mi è svanita dalla mente. […]

E’ sparita ed era giusto. Che cosa ne avrei fatto tanto? […]

Se la più bella delle donne che mi passano accanto per la strada volesse me, me me solo, che cosa ne farei tanto? Io non so che cosa sia questa maledizione che ho indosso. Questa domanda che non mi lascia adorare in pace più nulla e nessuno.

TINA PIZZARDOTina_Pizzardo

Da queste lettere il destino amoroso di Pavese sembrava segnato; eppure, a leggere dal diario ‘a posteriori’ di Tina Pizzardo, la donna dalla voce roca, l’impressione che le suscitò Pavese nel primo incontro nel luglio del 1933 fu tutt’altra:

Cesarino: a quei tempi era un bel ragazzo alto, snello, un gran ciuffo sulla fronte bassa, il viso liscio, fresco, di un leggero color bruno soffuso di rosa, i denti perfetti. Mi piacevano i suoi occhi innamorati, le sue poesie, i suoi discorsi tanto intelligenti che diventavo intelligente anch’io, mi piaceva il senso di fraternità che ci veniva dalla stessa origine bottegaio-contadina, da un’infanzia vissuta nei nostri paesi delle Langhe, e per tanti versi simile.

Tina Pizzardo – Senza pensarci due volte

Per Pavese furono “di fatto” cinque anni drammatici e dal 1936 al 1938 il diario di Pavese ‘Il mestiere di vivere’ è diventata un’autentica cadenza della sofferenza come potete leggere nei brani (25):

26 gennaio 1938

Se si accorgesse di far soffrire a lui la metà di ciò che ti lascia soffrire ogni giorno, gli cadrebbe ai piedi e gli chiederebbe perdono.

Quant’ eri ingenuo a credere, l’ aprile del ‘ 36, di avere avuto la tua ragione. Ora sai che, quando si è cominciato a straziare una persona, diventa un bisogno attaccarsi a questa persona e continuare con tutta la ferocia per ridurlo all’ estremo. Si può chiamarla filantropia: colpito mortalmente un animale, lo si insegue nella tana per levarlo da soffrire. Che rimprovero puoi farle se non che va lenta, troppo lenta e non ti schiaccia una volta per tutte?

3 Febbraio 1938

“Carissima. Malgrado questi mesi di orrore, malgrado questa distruzione stupida e inconscia d’ogni energia che restava a un pover’uomo che ha saputo soltanto straziare; malgrado la dissipazione di ogni bene che ancora avremmo potuto in avvenire vivere insieme; malgrado tutto il male che mi ha fatto – la compiango nella sua tristezza e nella sua inutilità, voglio bene non soltanto a quel corpo, ma ai suoi occhi pesanti, a tutte quelle sue futili e affannose fatiche, a tutto il suo splendido passato di povera bella donna innamorata della vita. Povera bambina: sia questo il mio saluto e la mia preghiera”.

26 marzo 1938

A che cosa ha servito questo lungo amore?

A scoprire tutte le mie tare, a provare la mia tempra e giudicarmi.

Vedo ora il perchè del mio isolamento fino al ’34. Sentivo inconsciamente che per me l’amore sarebbe stato questo massacro.

Niente si è salvato. Nemmeno l’integrità fisica: non servo alle donne. La coscienza si è spaccata: vedi lettera e tentazione omicida. Il carattere si è piegato: vedi confino. L’illusione dell’ingegno è sparita: vedi lo stupido libro e la mia natura di traduttore. La fermezza dell’uomo comune, persino, è venuta meno: a trent’anni non ho un mestiere.

Sono arrivato al punto di sperare la salvezza dall’esterno, e non c’è oscuramento più grande: penso ancora che con lei potrei vivere e lottare. Ma di quest’illusione fa giustizia lei stessa: mi ride in faccia e così risparmia anche quest’ultima penosa esperienza.

“….siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori noi gli uomini, i padri…”. Tutto giusto. Solo che non siamo nemmeno padri.

Se dopo il primo distacco non sono più stato io e ho vissuto come una larva, come vivrò dopo quest’altro a cui si reciderà un giorno? Anche fisicamente, ora non sono più lo stesso.

Eppure è accaduto a molti che un amore li ha distrutti e ammazzati. Sono forse più bello perchè non debba capitare a me?
La lotta ora non è più tra il sopravvivere o decidermi al salto. E’ tra decidermi al salto da solo come sono sempre vissuto, o portare con me una vittima – perchè il mondo se ne ricordi.

Tutti i giorni, tutti i giorni, dal mattino alla sera, pensare così. Nessuno ci crede: è naturale. E’ forse questa la mia vera qualità (non l’ingegno, non la bontà, non niente): essere invaso d’un sentimento che non lascia cellula del corpo sana.
E’ davvero l’ultimo orgoglio: nessuno per nove mesi avrebbe retto a uno strazio simile. Anche lei che parla: un altro – chiunque – a quest’ora l’avrebbe già uccisa.

“Ti voglio bene, cara, e ti odio, sei per me letteralmente l’aria che respiro, se mi manchi ti maledico come fa un annegato; mi fa male fisicamente esser lontano da te; non sei per me una donna, sei l’esistenza stessa; dove sei tu è la mia casa, tutto il resto è niente….”
“Come stiamo a coglioni? vediamo se mi fai godere”.

“Quando avrai finito di volerti fare degli amici portando la gente a letto? In questo modo fai solo dei disgraziati”.
“Allora non ci verrò mai più”. – La sua logica.

perchè pensi sempre a te?-

-Se non ci penso io, chi ci pensa?-

La cosa segretamente e più atrocemente temuta, accade sempre.

Da bambino pensavo rabbrividendo alla situazione di un innamorato che vede il suo amore sposarne un altro. Mi esercitavo a questo pensiero. E voilà.

27 marzo 1938

Una domenica passata a vagolare col pensiero come una mosca leggera, tutto intontito corpo ed anima, percorso da brividi di rabbia, o stretto dalla mano di ferro, o blandito da una vagula apprensione di futuro meno atroce.

Osservo che il dolore abbrutisce, intontisce, schiaccia. Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il mondo, è come troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha urtato con la rotula interna del ginocchio: tutta la giornata con quell’istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un’enorme ferita.

Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perchè sono solo, e domani avrò una rapida felicità, e poi di nuovo i brividi, la stretta, lo squarcio. Non ho più, fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è riuscito, ma ora è una ricaduta e, come tutte le ricadute è mortale.

Eppure a questo stato si aggiunge un’altra sofferenza, come chi, tagliato in due, senta ancora un mal di denti. E’questa: che da Brancaleone ho scritto un 2 febbr. una lettera simile, quella della crosta. Questa è stata la mia vita da allora? Valeva la pena essere così vile, per ottenere che cosa? Altri squarci, altra cancrena, altro sfottimento.

Sono diventato idiota. Mi chiedo e richiedo: che cosa le ho fatto di male? Abbi il coraggio, pavese, abbi il coraggio.

E non dimenticare il 13 agosto. Pensa a tutte le notti che con lui ha goduto. Questo è stato, è stato, e te l’hanno detto, e sarà ancora.

Pensa che hai un merito, se spacci te solo. Ti sarà contato.

—-
Tina Pizzardo nel diario pubblicato nel 1996 ‘Senza pensarci due volte’ racconta il proprio punto di vista per molti aspetti diverso da quello di Pavese. Io non ho una conoscenza e una formazione specifica di psicologia ma penso che tenersi Pavese per amico e utilizzandolo anche involontariamente come rivalsa per le tristezze coniugali sia stato per Pavese un vero e proprio strazio – una mutilazione sessuale. Se poi, come racconta la Pizzardo c’era una grande comprensione, la voglia di parlarsi per ore, gli stessi ricordi, il tormento della propria incapacità sessuale si trasforma in un vero tormento. Tormento e strazio che poi possono essere stati congeniali alla psicologia da tragedia di Pavese, della sua patologia di ‘bisogno’ di sublimare la donna.

Resta un mistero che cosa ha detto Tina Pizzardo a Pavese il 13 agosto del 1937. Pavese il 30 dicembre di quell’anno scrive “E in quest’anno è venuta al pettine la mia lunga e segreta vergogna. In quest’altro 1934 c’è anche il 13 agosto. Eppure vivo. Non è un miracolo?” (26)

E per tutta la vita ricorderà ripetutamente come una ferita mortale …il 13 agosto. (anche nell’incontro con Constance Dowling). Tina Pizzardo nel suo diario scrive:

“Infine il 13 agosto ’37 (a un tavolo di caffè a Porta Palazzo) per porre fine alle sue tormentose insistenze trovo il coraggio di dirgli ciò che per pietà gli ho sempre taciuto, ciò che lui sa e finge di non sapere, ciò che mai avrebbe voluto sentire.

«È la fine di tutto», dice lui.

«Il giorno che lo vorrai saremo di nuovo e solo amici», gli rispondo. E ci lasciamo.”

Infine un’annotazione curiosa, nelle ‘Lettere’ pubblicate da Einaudi a cura di Lorenzo Mondo e Italo Calvino  non è stata riportata nessuna lettera tra Cesare Pavese e Battistina Pizzardo (a parte quella del confino) e nel ricostruire questo amore (a senso unico?) ho recuperato parte dei diari di entrambi i protagonisti.

—-
BIANCA GARUFI

Anche tu sei l’amore

Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.

Cesare Pavese

Poesia dedicata a Bianca Garufi, protagonista delle 9 poesie “La terra e la morte” (26). Bianca Garufi e Cesare Pavese hanno lavorato insieme nel 1945/46 alla costruzione della casa editrice Einaudi nella sede romana e hanno scritto a 4 mani un bel libro incompiuto “Fuoco grande” (27). Bianca è anche l’ispiratrice del libro Dialoghi con Leucò (28): Bianca stessa è l’alba, Leucò [leukôs è bianco, in greco], candida e agghiacciante: insieme hanno vissuto un bellissimo amore discorde.garufi (1)

Almeno questo è quello che sostiene Mariarosa Masoero che nel 2011 ha pubblicato il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (29). La Masoero da anni, in modo serio, prosegue lo studio dell’uomo Pavese e delle sue opere.

Le lettere della Garufi erano del tutto inedite e soltanto in parte erano state pubblicate quelle di Pavese nella edizione Einaudi curata da Calvino (30)

L’importanza di questo volume consiste nel fatto che si può seguire passo a passo il cammino dolce e poi dolente di una storia d’amore di Pavese che incontrerà tutta la vita difficoltà relazionali tali da impedire un rapporto costruttivo con la donna. L’inizio del loro incontro è promettente: “Ho cominciato a prendere coscienza che noi due, per me, era qualcosa che esisteva” e qualche tempo dopo “… qualcosa di più della passione”.

E’ curioso che la corrispondenza iniziata nell’estate del 1945 da Bianca in vacanza proseguirà nell’autunno seppure i due si vedano tutti i giorni sul lavoro e non avrebbero bisogno di scriversi. Probabilmente era un interesse intellettuale reciproco che aiutava a chiarire le parole, a integrare le difficoltà dei discorsi, a dirsi e a mettere a nudo i pensieri.

Dopo l’idillio della prima conoscenza il rapporto si corrompe: pesa la solita questione sessuale e il carattere di Pavese: l’orgoglio, “ma anche Bianca è persona difficile nel rapporto umano, che (Masoero p. VIII)”. (31)

Anche il romanzo “Fuoco Grande” scritto a capitoli alterni da Cesare Pavese e Bianca Garufi rimane incompiuto all’undicesimo capitolo, uscì nel 1959 da Einaudi per volontà di Italo Calvino.

Bianca che nel frattempo si dedicò a studiare la psicoanalisi junghiana, riprese il romanzo, sempre con le due voci narranti, che verrà pubblicato nel 1962 col titolo di “Fossile”. (32)

Dopo il suicidio di Pavese si trovano due riflessioni di Bianca Garufi: la prima è un leit motiv pari a quella di tutte le altre donne dell’universo femminile pavesiano, nei confronti di Cesare: “Gli volevo bene, ero affascinata dalla sua cultura ma non innamorata. Era un uomo estremamente cerebrale”.

Pavese peraltro ha scritto nel diario “ho visto l’alba, non é molto, dalle sue finestre della parete accanto. Era la nebbia, era il palazzo, era la vita, era il calore umano. Dorme Astarte-Afrodite-Mèlita. Si sveglierà scontrosa. Per la terza volta é venuto il mio giorno. Il dolore più atroce è sapere che il dolore passerà. Adesso é facile umiliarsi. E poi? – Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945 (33)

Il secondo ricordo di Bianca Garufi è datato 31 dicembre 1950:

“Ho scritto, su queste pagine, che Pavese si è suicidato? Sì, il 28 (sic) di Agosto. Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare”.

CONSTANCE DOWLING

Questa poesia scritta da Cesare Pavese l’11 marzo del 1950, dopo una breve vacanza a Cervinia con l’attrice americana Constance Dowling, é la prima delle 10 poesie – 8 in italiano e 2 in inglese – dedicate a Connie, l’ultima illusione d’amore dello scrittore. L’ultima poesia ha la data del 11 aprile 1950.

Nel leggerle si percepisce chiaramente il passaggio dalla speranza per un amore duraturo con cui costruire una vita familiare alla consapevolezza che si era trattato “solo di un flirt”, che sarà il pretesto che lo condurrà al suicidio. Le poesie sono state trovate alla morte dell’autore, in una cartella nella scrivania della casa editrice Einaudi a Torino, che era anche l’ufficio di Pavese. Di pugno sul frontespizio aveva scritto “verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” e con questo titolo verranno pubblicate per la prima volta da Einaudi nel 1951.

To C. from C.

You,
dappled smile
on frozen snows –
wind of March,
ballet of boughs
sprung on the snow,
moaning and glowing
your little “ohs”-
white-limbed doe,
gracious,
would I could know
yet
the gliding grace
of all your days,
the foam-like lace
of all your ways –
to-morrow is frozen
down on the plain
you, dappled smile,
you, glowing laughter

Tu,
screziato sorriso
su nevi gelate –
vento di Marzo,
balletto di rami
spuntati sulla neve,
gemendo e ardendo,
i tuoi piccoli “oh!” –
daina dalle membra bianche,
graziosa,
potessi io sapere
ancora
la grazia volteggiante
di tutti i tuoi giorni,
la trina di spuma
di tutte le tue vie –
domani è gelato
giù nella pianura –
tu, screziato sorriso,
tu, risata ardente.

Cesare Pavese (Traduzione di Italo Calvino) (34)

A capodanno del 1950 a Roma Pavese incontra le sorelle Dowling, attrici americane alla ricerca di successo a Cinecittà. Doris sta girando Riso amaro, a cui Pavese ha collaborato per la sceneggiatura. In primavera si innamora della sorella Connie. Dalla speranza dell’inizio si passa presto all’idea del suicidio. E vero che la malinconia, l’autoderisione, l’idea del suicidio sono costantemente presenti dall’inizio del diario, ma la disperazione delle ultime pagine sono una vera marcia funebre sconvolgente. (35)

connipulita

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere 1935- 1950. Edizione Einaudi 1952 (36)

Cervinia, 6 marzo

Stamattina alle 5 o 6. Poi la stella diana, larga e stillante sulle montagne di neve. L’orgasmo, il batticuore, l’insonnia. Connie è stata dolce e remissiva, ma insomma staccata e ferma. Il cuore mi ha saltato tutto il giorno, e non smette ancora. (Da tre notti quasi non dormivo. Parlavo, parlavo). Quella che si chiama passione non sarà poi semplicemente questo dibattersi del cuore, questa tara nervosa?

Sono molto deteriorato dal ’34 e dal ’38. Allora ero smaniosissimo ma non malato.

Eppure tutto mi pare un wandepunkt epocale. Tutto. Ma la figura di lei socialmente e moralmente? Se ci fosse un malinteso?

E io? non mi illudo nel vecchio modo, scambiando per valori umani dei semplici condimenti di distinzione, glamour, avventura, haut monde? La stessa America, il suo ritorno ironico e dolce, entra come valore umano, vero?

9 marzo

Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a 25 anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. E’ così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto lei mi ha cercato. Ma perchè non ho osato lunedì? Paura? Paura del “13 venerdì”, paura della mia impotenza? è un passo terribile.

16 marzo

Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. E’ una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei – terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese 22 marzo (37)

22 marzo

Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe essere morta.

Devo avvezzarmi a scrivere come se questo fosse normale.

Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l’ansia” del possesso” ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. E’ uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare.

23 marzo

L’amore è veramente la grande affermazione. Si vuole essere, si vuole contare, si vuole – se morire si deve – morire con valore, con clamore, restare insomma. Eppure sempre gli è allacciata la volontà di morire, di sparirci: forse perchè esso è tanto prepotentemente vita che, sparendo in lui,la vita sarebbe affermata anche di più?

25 marzo

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perchè un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere 1935- 1950. Edizione Einaudi 1952

27 marzo

Niente. Ho un carbone in corpo, brace sotto la cenere….

28 marzo

Bene. Aveva scritto. Le ho parlato, lontano. Non mi vuole subito. Ebbene, questo è bello. Lavora.

26 aprile

Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione – L’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito?…

8 maggio

E’ cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera, all’imbrunire, stretta al cuore – fino a notte.

13 maggio

In fondo, in fondo, in fondo, non ho colto al volo questa straordinaria avventura, questa cosa insperata e fascinosa, per ributtarmi al mio vecchio pensiero, alla mia antica tentazione – per avere un pretesto per ripensarci…? Amore e morte – questo è un archetipo ancestrale.

16 maggio

Adesso il dolore invade anche il mattino.


Constance Dowling, l’attrice americana bella e legnosa, ricordata per essere stata la musa delle ultime poesie di Pavese e l’ultimo infelice amore dello scrittore è stata per 10 anni la passione fisica del regista americano Elia Kazan.

E’ una storia poco conosciuta e molto singolare. Io stesso che per tutta la vita ho letto Pavese ne ho preso conoscenza nel 2004, quando il Corriere della sera ha pubblicato un articolo ben documentato di Polese Ranieri.

Nel 1988 Kazan pubblicò la sua monumentale autobiografia “A life” (38) e numerosi critici si affrettarono a leggerla sperando che venisse svelata la verità su uno degli episodi più luridi della storia politica d’America: Nel 1952 Kazan entrò in rotta di collisione con molti colleghi registi e attori per la sua collaborazione al cosiddetto comitato McCarthy. Elia Kazan, nonostante avesse avuto un passato da comunista, fece numerosi nomi (undici dei quali erano attori o registi di primo piano, tra cui alcuni dei suoi più stretti collaboratori e amici) inclusi quelli di persone che non erano mai state comuniste, ma che avevano partecipato a movimenti di sinistra in modo molto generico: alcuni di essi ebbero la carriera distrutta.

Ebbene, in “A life” non c’è una parola sul suo tradimento ma oltre 100 pagine sono dedicate alla sua passione divorante per Constance (1920 – 1969) e a raccontare che facevano l’amore ovunque ed in ogni momento; Connie non aveva 18 anni ed il famoso regista 29. E’ curioso e significativo che mentre i due uomini scriveranno centinaia di pagine per descrivere il loro amore, non esiste una versione di Constance la cui identificazione è soltanto riflessa nei due uomini.

The cats will know

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole-
viso di primavera;
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

(10 aprile 1950)

L’ultima delle dieci poesie scritte da Cesare Pavese per Connie Dowling pochi mesi prima del suicidio, scritta a Roma durante una lunga notte di attesa dell’attrice. Secondo i pettegolezzi, lei avrebbe trascorso buona parte della notte con un attore con cui aveva una relazione.

Nella poesia c’è tutta la tristezza e la delusione per un incontro mutilato rispetto alle aspettative ma, partendo dalla propria condizione esistenziale, un velo di tristezza avvolge tutta l’umanità: è la consapevolezza della vanità della vita. Solo “i gatti lo sapranno” perchè vedono anche al buio. La vita deluderà anche le aspettative dell’attrice americana che sperava di avere successo a Roma nel mondo del cinema.constance-dowlingsensuale

Questa interpretazione trova conferma, del resto, nella lettera che Pavese scrisse a Connie Dowling il 17 aprile 1950:

“Carissima, non sono più in animo di scrivere poesie. Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te. Questa l’ho scritta qualche pomeriggio fa, durante le lunghe ore all’Hotel in cui aspettavo, esitando, di chiamarti. Perdonane la tristezza, ma con te ero anche triste. Vedi, ho cominciato con una poesia in inglese e finisco con un’altra. C’è in esse tutta l’ampiezza di quel che ho sperimentato in questo mese: l’orrore e la meraviglia. Carissima, non avercela a male se sto sempre parlando di sentimenti che tu non puoi condividere. Almeno puoi capirli. Voglio che tu sappia che ti ringrazio di tutto cuore. I pochi giorni di meraviglia che ho strappato dalla tua vita erano quasi troppo per me – bene, sono passati, ora comincia l’orrore, il nudo orrore e io sono pronto a questo. La porta della prigione è tornata a chiudersi di schianto….Farai in tempo a ricevere La luna e i falò. Forse sarà già ad aspettarti ain North Vista Avenue prima che tu arrivi. Sono così contento che ci sia il tuo nome. Ricorda che ho scritto questo libro – interamente – prima di conoscerti, eppure in qualche modo sentivo in questo libro che stavi per venire. Non è stato meraviglioso viso di primavera, io di te amavo tutto, non solo la tua bellezza, il che è abbastanza facile, ma anche la tua bruttezza, i tuoi momenti brutti, la tua tachenoire, il tuo viso chiuso. E pure ti compiango. Non dimenticarlo.”.  (39)

(Qui un articolo sulla morte di Pavese)

Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese venne trovato morto all’albergo Roma di Torino . Aveva ingerito dieci bustine di sonnifero (40). I suoi amici stretti, a partire da Giulio Einaudi, hanno sempre tenuto un riserbo sulla morte di Pavese; L’unica che ha rotto il silenzio è stata   Natalia Ginzburg, che frequentava da molti anni Pavese e che ha dedicato allo scrittore un capitolo di “Lessico famigliare”, in appendice riporto questa testimonianza insieme a una recente intervista di Franco Ferrarotti (che è stato ‘scoperto’ da Pavese) (41), spensierata ed efficace  e al racconto illuminante di Guido Ceronetti.

Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della camera d’albergo, Pavese scrisse:

“Perdono tutti

e a tutti chiedo perdono. Va bene?

Non fate troppi pettegolezzi”.

ultime_parole_pavese


 

Appendice 1: Verrà la morte e avrà gli occhi di Connie (leggi qui)

Appendice 2: Da “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg (leggi qui)

Appendice 3: Ferrarotti – Intervista di Chiara Pera 15 ottobre 2013 “Io e Pavese eravamo due contadini perduti a Torino” (leggi qui)

 

Autore Originale del Testo: Gian Franco Ferraris

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