Cesare Pavese è morto suicida il 27 agosto 1950

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Cesare Pavese  venne trovato morto nell’albergo Roma di Torino: aveva ingerito oltre dieci bustine di sonnifero. Era il 27 agosto 1950.

Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò che si trovava sul tavolino della camera d’albergo  aveva scritto:

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Il 17 agosto aveva scritto sul diario, pubblicato nel 1952 con il titolo Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950: «Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò» e il 18 agosto aveva chiuso il diario scrivendo: “La cosa più segretamente temuta accade sempre … Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Aveva scritto in modo febbrile per tutta la vita (1908 – 1950) e pare ovvio che si sia congedato dalla vita congedandosi dalla scrittura. Singolare casomai che lo fece da scrittore famoso. Solo due mesi prima aveva vinto il Premio Strega, in quella occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella di Constance, l’ultimo amore a senso unico di Pavese che il 14 luglio scrisse sul diario: “Tornato da Roma da un pezzo. A Roma apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla. L’ultima dolcezza l’ho avuta da D. non da lei“.

In fondo Pavese si è sempre sentito in esilio, esule “dalla vita, dal sesso, dalla donna, dall’amore” (Fabrizio Bandini). Con il tempo la sessualità diventa il perno della vita, ma vissuta come mutilazione. In molti hanno trovato una spiegazione psicanalitica:  L’infanzia di Pavese, dopo la scomparsa del padre, è sicuramente segnata dalla presenza dominante della madre, donna rigida e severa (A. Guiducci).

A Pavese non mancarono le amarezze nella vita politica, annotò nel diario il 15 febbraio “Pavese non è un buon compagno… Discorsi d’intrighi dappertutto. Losche mene, che sarebbero poi i discorsi di quelli che ti stanno più a cuore”, e ancora il 20 maggio: “Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia”.

Tutavia, la morte che lo accompagna per tutta la vita è l’infelicità affettiva,  T. (Tina Pizzardo, la donna dalla voce rauca), F. (Fernanda Pivano, la studentessa di Lettere), B. (Bianca Garufi), citate insieme nel Mestiere di vivere in data 7 dicembre 1945: “E’ già due volte in questi giorni che metti accanto T,F,B. C’è qui un riflesso del ritorno mitico. Quel che è stato, sarà”. Tre donne che hanno inciso, quasi in senso chirurgico, nella vita di Pavese, segnandogli l’anima con tre ferite indelebili; tre donne in cui si riassumono tre sconfitte parallele sul piano di una impossibilità di matrimonio, di creazione di una famiglia, di paternità, di soddisfazione sessuale del partner; tre donne che portano con sé tre date di fallimento: 13 agosto 1937 (pomeriggio), 25 settembre 1940 (sera), 26 novembre 1945 (notte). I fallimenti sono tre ma, a mio parere, l’unica donna veramente amata è stata Tina Pizzardo.

L’ulteriore, significativa, sconfitta si consuma  con Constance Dowling (Connie), l’attrice americana per la quale ha scritto molti soggetti cinematografici, che lo lascerà  segnando “l’eterno ritorno del dolore, della contorsione, della delusione, della fine della speranza” (Gigliucci). Per ricordare Pavese abbiamo pubblicato la raccolta di poesie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” accompagnandole con le riflessioni scritte nel diario e  ricostruito la storia d’amore con Connie Dowling, raccontando la storia poco conosciuta della donna amata da Pavese e dal regista Elia Kazan.  Abbiamo anche pubblicato una scherzosa lettera del 1940 all’indirizzo di Fernanda Pivano.

Gian Franco Ferraris