Note dell’articolo di Cesare Pavese

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Queste note fanno riferimento all’articolo: La vita attraverso le lettere di Cesare Pavese, il romanzo più intenso

(1) BALBO Felice. – Nacque a Torino il 1º genn. 1914 da Enrico, conte di Vinadio e discendente di Cesare Balbo, e da Ada Tapparo. Allievo di Augusto Monti presso il liceo classico “M. d’Azeglio”, abbandonato il cattolicesimo, assimilò la cultura laico-liberale avvicinandosi – in seguito a successive letture – più alla linea crociana che a quella gobettiana del Monti. All’università si iscrisse alla facoltà di filosofia, ma frequentò poi per due anni medicina, passando infine a giurisprudenza in cui si laureò nel 1938 con una tesi su “Diritto e linguaggio” sotto la guida di Gioele Solari.

L’anno successivo ebbe un impiego presso gli uffici direzionali della FIAT, iniziando qui la sua riflessione sul problema della società tecnologica, che diverrà d’ora in poi il tema centrale del suo pensiero. Richiamato alle armi nel 1940, fu inviato sul fronte albanese, dove contrasse un’infezione malarica. Rimpatriato, fu ricoverato in ospedale prima a Bari,

poi a Torino, ove, dal luglio 1941, cominciò a lavorare per la casa editrice Einaudi. In questo periodo avvenne la sua riconversione al cattolicesimo. Nell’ospedale militare di Torino conobbe, nel settembre 1942, A. Tatò da cui seppe dell’esistenza a Roma di un “movimento di sinistra cristiana”, costituito dal luglio 1941 in Partito cooperativista sinarchico. Trasferito nel dicembre nella capitale, al seguito della Einaudi, entrò in contatto con F. Rodano, collaborando con lui e con altri membri del movimento che frattanto si era trasformato in Partito comunista cristiano. Richiamato alle armi nel marzo 1943 e destinato al 3º reggimento alpini Pinerolo, lasciò Roma. Dopo il 25 luglio tornò a Torino, ove rinsaldò l’amicizia con gli intellettuali vicini alla Einaudi, come Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Giaime Pintor ed Elio Vittorini, ed entrò in contatto con esponenti partigiani, tra cui l’operaio comunista Luigi Caprioglio. Ricoverato nuovamente in ospedale in settembre per febbri malariche, alla fine di novembre lasciò il capoluogo piemontese rifugiandosi a Campertogno, in Valsesia, dove lo raggiunse ai primi di dicembre una lettera del Rodano che lo invitava a Roma per partecipare alle lotte del Movimento dei cattolici comunisti. Dopo essersi sposato il 10 dic. 1943 a Torino con Gigliola Berardelli il B. si trasferì nella capitale, ove rimase fino al maggio 1944.

Frutto delle discussioni avvenute in quei mesi all’interno del gruppo, composto da F. Rodano, A. Ossicini, F. D’Amico e il B., è l’opuscolo Il comunismo e i cattolici, materialmente redatto dal D’Amico: il nucleo, concepito dal B., sta nell’idea del materialismo storico nato per situazioni contingenti insieme con il materialismo dialettico, ma da questo facilmente separabile e, in sostanza, riducibile a tecnica della politica.

Dopo una permanenza a Torino durata fino alla fine del conflitto (qui fu arrestato tra il marzo e l’aprile 1945), rientrò a Roma, dove trovò il movimento, che si era frattanto trasformato in Partito della sinistra cristiana, in preda a una crisi profonda, dovuta alla sconfessione manifestata il 6 maggio dal Vaticano in una nota apparsa sull’Osservatore romano(che riprendeva precedenti richiami). Nei mesi seguenti, egli assecondò le posizioni di Rodano, che portarono (nel congresso del 7-9 dic. 1945) allo scioglimento del partito e all’ingresso di molti dei suoi militanti nelle file del Partito comunista italiano. Anche il B. fece questa scelta, che fu coerente con la sua affermazione circa l’inammissibilità della costituzione di un partito cristiano e dell’esistenza stessa di una ideologia cristiana (“La religione cristiana non può annettersi il diritto di dividersi pacificamente il mondo e di condividere le cose insieme a Satana, come fa oggi un certo partito cristiano”; si veda l’intervento del B. al congresso in Per una storia della Sinistra cristiana, a cura di M. Cocchi e P. Montesi, Roma 1975, pp. 238 ss.).

Ritornato a Torino, partecipò alla vita culturale, collaborando al Politecnico di E. Vittorini e dirigendo con N. Bobbio e G. Colli alcune collane presso la Einaudi. Nei numerosi articoli scritti in questi anni, avendo come interlocutori principali N. Bobbio e A. Del Noce, intrecciò un serrato dibattito sul marxismo, sulla religione, sulla ideologia religiosa, sulla filosofia postmarxiana.

Nel frattempo aveva pubblicato L’uomo senza miti (Torino 1945, ora in Opere, pp. 1-103) e Illaboratorio dell’uomo (ibid. 1946, ibid., pp. 105-200).

Qui il B. propone la sua definizione di filosofia come tecnica e combatte contro ogni forma di metafisicismo e di parzialità ideologica. Pur permanendo nel suo pensiero solidi depositi di crocianesimo, oramai punto di riferimento primario per la filosofia del B. è diventato il realismo aristotelico-tomistico. Egli afferma tuttavia di considerare s. Tommaso una guida e un maestro, ma non un punto di partenza e tanto meno un punto di arrivo. Il tomismo balbiano è filtrato attraverso le letture di Gilson, Horváth, Marin-Sola e si caratterizza subito in alternativa al neotomismo francese di Jacques Maritain. Di questo, infatti, non ha la sistematicità né quella specie di deduttivismo ideologico che caratterizza alcune opere del pensatore francese.

Il progressivo distacco dal PCI, già di fatto avvenuto intorno al 1948, fu sancito nel 1950 con il mancato rinnovo della tessera. Il 5 febbr. 1952 apparve su L’Osservatore romano una autocritica firmata dal B., da S. Fé d’Ostiani, da M. Motta, da U. Scassellati e da G. Ceriani Sebregondi, in cui si dichiarava l’impossibilità per un cattolico, secondo le indicazioni del magistero ecclesiale, di appartenere ad un partito marxista.

In quegli anni, il B. si accostò maggiormente alle problematiche filosofiche e sociologiche implicate dalla realtà industriale. Organizzò gruppi di lavoro; fu tra i promotori di alcune riviste (Cultura e realtà nel 1950 con C. Pavese, Terza generazione nel 1953 con B. Ciccardini, G. Baget Bozzo, C. Leonardi). Nel 1956 ottenne l’insegnamento di filosofia morale presso la facoltà di magistero di Roma e venne assunto dall’IRI. Qui si occupò dapprima del settore problemi del lavoro, quindi della formazione dei quadri manageriali presso l’IFAP (Istituto per la formazione e l’aggiornamento professionale).

Gli interessi filosofici del B. negli anni Cinquanta e sino alla conclusione della sua vita si orientano sempre di più, pur se in maniera lucidamente critica, verso l’analisi di pensatori dalla forte problematica etica e antropologica, come Simone Weil e Teilhard de Chardin. Le sue fonti principali rimangono, però, i testi tomistici e neotomistici e i residui delle vecchie letture crociane. Notevole, inoltre, è la presenza nel suo pensiero di suggestioni derivate dalla fenomenologia di Max Scheler. Nel 1962 il B. pubblicò il volume Idee per una filosofia dello sviluppo umano (Torino 1962, ora in Opere, pp. 359-530). Il suo fisico, già debilitato dalla malattia contratta in guerra, non resse a un infarto polmonare: morì a Roma il 3 febbr. 1964. (Giovanni Invitto – Dizionario biografico Treccani)

(2) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 697   p. 698 701, 711 – Einaudi 1966

(3) Ida Bozzi «Voglio baciarla. Ho deciso» – Corriere della Sera 15 marzo 2011

(4)  Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 692 – Einaudi 1966

(5) Cesare Pavese il 7 gennaio del 1943 scrive “Cara Fernanda, l’inverosimile è avvenuto. Hanno autorizzato Lee Masters….” cfr. p. 663 mentre in questa lettera del 25 maggio 1943 riporta le lodi di Emilio Cecchi alla traduzione di Spoon River. cfr. pp. 702-3 pubblicata anche in  Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  vita attraverso le lettere  pp. 183-4 – Einaudi 1966

Cara Fernanda,

che Lei è cattiva ed egoista l’ho sempre saputo, ma neanche io non scherzo e quindi sono disposto a correre il rischio.
Ma parlando di cose più decenti, si è decisa o no a studiare? Si ricordi che a Roma non si viene senza sapere una lingua. […]
Sono stato da Cecchi che ha lodato molto la traduzione di Spoon River: è quindi certo che questo libro La renderà celebre. […]
Chi sono questi giovanotti che Le fanno le domande strane per entrare in conoscenza, vorrei sapere. Io non ho mai fatto domande strane alle ragazze, ed è per questo che le ragazze non mi hanno voluto nè poco nè tanto. Mi correranno dietro quando avrò settant’anni, ed io dirò con gusto: avete visto? Bisognava decidersi prima.

Cara Fernanda, quando ci si rifiuta di sposarmi, almeno si ha il dovere di risarcirmi facendosi una cultura e imparandola più lunga di me. Non aspetti a saper leggere un libro quando sarà vecchia come il bacucco e per sedurre i giovanotti non servirà più a nulla essere una raffinata intenditrice di poesia. O, almeno, sposi subito il capostazione e la smetta. […]
Fernanda, si mangia poco a casa nostra e, su cinque, tre hanno preso la tosse asinina. L’attendo anch’io, e in questa certezza La saluto caramente, non senza augurarmi che noi due siamo insieme, in una casetta di mare, entrambi con la tosse asinina, a darci i colpetti sulla schiena e confondere i nostri ruggiti. Suo.
Cesarino

(6) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 590 – Einaudi 1966

(7)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 632 – Einaudi 1966. Nella stessa pagina viene riprodotta la scherzosa lettera-contratto di Giulio Einaudi per “curare…”il Manoscritto di un prigioniero” di Carlo Bini

Certi che il nome dell’insigne curatore (oltre al centenario della morte di Bini) sarà sufficiente ad assicurare il successo del volume, osiamo proporVi come anticipo su un compenso a forfait di L. 800, n. 6 Sigari Roma che Vi saranno portati di persona dal nostro Titolare alla sua prossima venuta costì.

Grati se vorrete favorirci un cenno di conferma, Vi porgiamo i nostri più rispettosi saluti.

Giulio Einaudi

il 30 novembre 1942 Pavese verrà assunto da “Giulio Einaudi Editore” con le mansioni di impiegato di concetto con lo stipendio di L. 2000 mensili lorde.

(8) Cesare Pavese, Il mestiere di vivere p. 370 – Einaudi 1952

(9)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  vita attraverso le lettere  pp. 227-8 – Einaudi 1966

(10) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  vita attraverso le lettere  pp. 229-30 – Einaudi 1966

(11) Vittoria Foti, Contributo critico alla ricezione di
Tra donne sole di Pavese e Le amiche
di Michelangelo Antonioni. Una nuova
proposta di analisi file:///C:/Users/Utente/Downloads/37507-41349-2-PB%20(5).pdf

(12) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  vita attraverso le lettere  pp. 225 – Einaudi 1966

(13) N. BobbioTre
maestri: Umberto Cosmo, Arturo Segre, Zino Zini
, in Id., Etica e
politica. Scritti di impegno civile
, a cura di M. Revelli, p. 124 – Mondadori, Milano 2013

(14) https://it.wikipedia.org/wiki/Lettera_di_Norberto_Bobbio_a_Benito_Mussolini

(15) Alberto Papuzzi “Parla Vittorio Foa: «Un documento irrilevante» La Stampa, MARTEDÌ’ 16
GIUGNO 1992

(16)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 pp. 422-3 – Einaudi 1966

(17)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 pp. 470-1 – Einaudi 1966

(18)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 pp. 477-8 – Einaudi 1966

(19)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 pp. 441- Einaudi 1966

(20)Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 517 – Einaudi 1966

(21) Tina Pizzardo, Senza pensarci due volte, il Mulino, Bologna 1996

http://www.classicitaliani.it/Pizzardo/Pizzardo_storia_Pavese.htm

(22) Chiara Fera , intervista a Franco Ferrarotti: “Il mio amico Cesare Pavese e quelli che non l’hanno mai capito»  Calabria on web –  15 ottobre 2013 http://www.calabriaonweb.it/2013/10/15/il-mio-amico-cesare-pavese-e-quelli-che-non-lhanno-mai-capito-mi-telefono-prima-di-suicidarsi-ma-io-ero-al-mare-3/

(23) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 p. 51 – Einaudi 1966

(24) Lorenzo Mondo, Cesare Pavese  Lettere 1924-1944 pp. 54- Einaudi 1966

(25) Cesare Pavese, Il mestiere di vivere p.  e seguenti  – Einaudi 1952

(26) Cesare Pavese, Poesie edite ed inedite – a cura di Italo Calvino p. 176  – Einaudi 1962 (sesta edizione)

(27) Bianca Garufi e Cesare Pavese, Fuoco Grande, Einaudi 1959.

(28) Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, (racconti – conversazioni a due tra personaggi mitologici), Einaudi 1947.

(29) Mariarosa Masoero, curatrice del volume  Una bellissima coppia discorde: il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950), Firenze, Leo S.Olschki, 2011,  pp. 166

(30) Andrea Sisti, Cesare Pavese e Bianca Garufi: una bellissima coppia discorde, in Letteratura – 16 giugno 2012

Cesare Pavese e Bianca Garufi: una bellissima coppia discorde

(31) Andrea Sisti, Cesare Pavese e Bianca Garufi: una bellissima coppia discorde, in Letteratura – 16 giugno 2012

Cesare Pavese e Bianca Garufi: una bellissima coppia discorde

……Ma è, soprattutto, l’elemento di conflittualità che oppone l’uomo alla donna che il testo di Fuoco grande rimanda all’esperienza legame, tra il 1945 e il 1950, delle vite di Cesare Pavese e Bianca Garufi: “Sempre tra noi s’era creata quella discordia (corsivo mio) scottante e selvaggia, quella rabbiosa tenerezza, che è il rigurgito della campagna divenuta città” (p.50). Come non riportare la parola “discordia” alla lettera chiave del 17 aprile 1946, quella che intitola la ricostruzione del carteggio tra Cesare e Bianca, “una bellissima coppia discorde”?

Il 23 marzo 1946, pur soffrendo atrocemente per una infiammazione delle sinovie pararticolari, Bianca lascia la Colonia Arnaldi di Uscio per Milano (Cesare l’aveva raggiunta a Uscio domenica 10 marzo e si era fermato qualche giorno), con la previsione di fermarsi due o tre mesi: un salto nel buio nella ricerca di un lavoro, anche se “lavoro non ne ho ancora trovato. Ho visto mezza Milano per questa ragione” (14 aprile 1946). Il 17 aprile 1946, citando i vv. 26-27 della poesia Sempre vieni dal mare (la settima del suo breve e intenso canzoniere d’amore per Bianca), “Combatteremo ancora / combatteremo sempre”, Cesare le scrive: “Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero dopotutto e producente. Ciascuno ha i suoi sistemi – noi siamo una bellissima coppia discorde, e il sesso – che dopotutto esiste – si sfoga come può”.

Vediamo di analizzare questo stralcio della lettera, significativo perché ha offerto il titolo alla paziente ricerca della Masoero sulle lettere, inedite, della Garufi. I versi introduttivi “Combatteremo ancora / combatteremo sempre” vanno al cuore del problema: l’autentico senso del rapporto instaurato dall’uomo Pavese con la donna, rapporto che non può essere se non di conflittualità. E’ pur vero, scrive Cesare Segre nell’introduzione al Mestiere di vivere, che “sembra che Pavese si rivolga sempre a donne che, in modo diverso, sono le meno adatte a realizzare il tipo di unione che lui vagheggia”, per cui “si potrebbe parlare di atteggiamento masochistico di Pavese; e simmetricamente sembra che le donne abbiano sviluppato nei confronti di Pavese il loro sadismo” (p. XV) – lascio alla psicoanalisi l’approfondimento di questa disposizione. La conflittualità sarebbe allora legata alla terribilità dell’archetipo di donna di cui Bianca è soltanto un epifenomeno, quella “terra dura e mare” che si compendiano in una medesima realtà “dolcissima ma sanguinosa e durissima”, con la conseguente sconfitta del più debole, cioè Cesare, pronto a definirsi “inetto”; ma è anche vero che il suo intellettualismo sentenzioso dilata e universalizza la portata del conflitto Cesare – donna amata, in questo caso Bianca, in virtù di quella ciclicità (“ciò che è sempre stato, sarà”) che ha la fissità della realtà mitica. Così, l’analisi strutturale della negatività femminile, al di là della facile accusa di misoginia, gli fa scoprire delle costanti comportamentali castranti per l’uomo Cesare come per qualunque altro uomo, portandolo alle apocalittiche, disperate, conclusioni del 9 settembre 1946: “Sono un popolo nemico le donne, come il popolo tedesco”.

Nella specifica conflittualità con Bianca, sempre nella lirica sopracitata, sei mesi prima, aveva definito il senso del loro rapporto “come buoni nemici / che non si odiano più”. Il 18 luglio 1944 aveva scritto: “L’amore è una crisi che lascia avversione”, e il 18 novembre 1945 “Sono tuo amante quindi (perciò) tuo nemico”. In questi anni si sta dunque maturando un tòpos pavesiano determinato quanto feroce, che lo accompagnerà sino alla morte nel 1950: la sotterranea misoginia di sempre si è ora consolidata in lucida teoria del pòlemos che informa il rapporto tra due amanti, poiché l’amore sottintende la sessualità, e nel sesso c’è “la vita e la morte” (cfr. I ciechi in Dialoghi con Leucò), il sesso è “roccia”, realtà durissima e impenetrabile (ibid.), e già nel 1937 scriveva “che la vita sia una lotta per la vita si vede bene nei rapporti sessuali di uomini e donne” (15 dicembre 1937).

La”bellissima coppia discorde” del 17 aprile 1946 trovava una anticipazione nella lettera di Cesare a Bianca, in cura nella Colonia Arnaldi: “io credo che sarà più proficuo tra noi il rapporto amanti-in-lotta, odi-et-amo” (7 marzo 1946) e troverà conferma nella lettera milanese di Bianca a Cesare, tendente a escludere l’amore quale condizione di un sereno rapporto tra uomo e donna: “Decisamente l’amore non c’entra per niente altrimenti non potrebbe esserci questo senso di straordinaria gioia, spontaneità e freschezza nei nostri rapporti” (23 agosto 1946).

Ma non è solo la sessualità l’elemento perturbante, pur restando l’elemento precipuo che ferisce Cesare la notte del 26 novembre 1945, l’ennesimo colpo basso “il colpo basso che ti ha dato Tina lo porti sempre nel sangue [….] Lo sai che ti lascia per questo?” (7 dicembre 1945); la coppia è “discorde” anche per motivi più contingenti, caratteriali, di personalità.

Ferma restando la dicotomia uomo contemplativo-donna pragmatica, sottolineata da Pisolini quale elemento discriminante tra Cesare e il suo universo femminile, dicotomia già teorizzata da Cesare quando scriveva “Le donne hanno una profonda fondamentale indifferenza per la poesia. Somigliano in questo agli uomini di azione – le donne sono tutti uomini d’azione” (14 ottobre 1940), se è vero che Cesare resta fermamente, nella  sua vita e nei suoi personaggi, “contemplativo”, massimamente coerente nella sua disposizione, è altrettanto vero che Bianca, dal punto di vista della sua organizzazione della vita pratica, risulta discontinua se non velleitaria, attirandosi, per questo, come già detto, i continui rimproveri di Cesare. Se Bianca nella sua irrequietezza è eraclitea, Cesare nella sua “monotonia” (“sto anzi teorizzando la monotonia come condizione di ogni validità”: ultima lettera a Bianca, del 3 febbraio 1950) è parmenideo. La irrequietezza di Bianca è testimoniata dalla sua incapacità di mantenere un posto di lavoro, oltre che dagli spostamenti per le città italiane, laddove Cesare resta fedele a due soli modelli: Torino “il più bello di tutti i paesi” (cfr. Estate di San Martino, dicembre 1932) e Roma, luminosa e fiorita, anche per l’incedere di Connie (cfr:Passerò per Piazza di Spagna, 28 marzo 1950).

Ulteriore elemento di rimprovero da parte di Cesare è la dispersività rivelata da Bianca nell’impegno letterario, che la vede autrice di un romanzo, la prosecuzione sempre a due voci, entrambe sue, di Fuoco grande, nonchè di racconti, poesie, un abbozzo di testo teatrale e un diario, e traduttrice dal francese. Come scrive la Masoero nella sua introduzione: “Pavese pretende ciò che egli per primo è disposto a dare, ovvero una dedizione pressoché assoluta alla letteratura; in Bianca egli nota e lamenta “l’andazzo di sfiorare un’occupazione e poi mollarla, more solito”, il voler “fare troppe cose in una volta”, il “servire tanti padroni”, l’essere insomma “un pietra che rotola” e non raccoglie muschio. Bianca passa da momenti in cui è “assetata di scrittura” [….] ad altri caratterizzati da una vera e propria “nausea fisica” per la stessa (le mancate traduzioni di romanzi francesi [in primis: La nausée di J.P.Sartre], chiesti e ripetutamente sollecitati, ne sono una prova lampante)” (p.VII).

Questo rigore di Cesare – riflesso nell’impegno letterario di un più ampio rigore verso se stesso – motiva i ricorrenti rimproveri mossi per lettera a Bianca, come: “E’ quasi un anno ch’io sono convinto che tu non porterai mai niente a termine” (29 aprile 1947), o “Fai una cosa sola, fai una cosa sola, Bianca, e falla bene” (10 gennaio 1948), o ancora, riferendosi all’ennesimo cambiamento di lavoro, “si capisce che sono aggressivo: Tanto per cambiare cambi di nuovo. Sai bene che io esigo fedeltà e monotonia” (23 agosto 1948).

Bianca non ci sta ad essere rimproverata, e a sua volta gli muove rimproveri: “Una volta finalmente non sono pietra che rotola. Peccato però che tu abbia detto una volta questa frase” (12 gennaio 1949) o comunque lo accusa per il tono misogino delle lettere inviate, o per l’atteggiamento assunto nei suoi confronti, come si evince dalla prima lettera del carteggio, inviata a Cesare – che lavora da luglio presso la sede romana dell’Einaudi – durante la vacanza estiva presso la madre, in Sicilia: “Vorrei sapere qualcosa di te, se stai bene, se si ancora così crudele” (30 agosto 1945).

La risposta di Cesare del 3 settembre è sottile e tagliente come è nel suo stile di approccio con le donne, inconsciamente teso ad allontanare la persona cara pur di soddisfare il masochistico bisogno di autopunizione (Massimo Mila lo invitava il 25 luglio 1945 “a non fare l’eautontimoroumenos, che è la specie più stupida di mattana”); le scrive, infatti, “Crudele lo sono ancora certamente, se crudeltà si può chiamare il normale contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro”…….

(32) Bianca Garufi, Il Fossile, Einaudi 1962

(33) Cesare Pavese, Il mestiere di vivere p.   303 – Einaudi 1952

(34) Cesare Pavese, Poesie edite ed inedite – a cura di Italo Calvino pp. 178 e seguenti – Einaudi 1962

(35) 

Davvero un bel documentario a due voci e tre video sull’ triangolo Connie, Kazan, Pavese. Grazie a voi due ! Adesso conosco meglio Constance Dowling, attrice di cui non avevo mai sentito parlare. Attrice che non ha mai recito nei film di Kazan ! Dopo la lettura del “Mestiere di vivere” (in lingua francese), ho voluto saperne di più sulla musa di Pavese, anzi l’ispiratrice del suo suicidio. E vero che la malinconia, l’autoderizione, l’idea del suicidio sono costantemente presenti dall’inizio del libro, ma la disperazione che suda nelle ultime pagine mi hanno proprio sconvolto. Sembra che una coppia scrittore / attrice non sia portata per la felicità ! Romain Gary e Jean Seberg, Arthur Miller e Marilyn Monroe, Cesare Pavese e Constance Dowling… tre coppie e quattro suicidi ! Una specie di maledizione.

(36) Cesare Pavese, Il mestiere di vivere pp. 391 e seguenti – Einaudi 1952

(37)  Cesare Pavese, Poesie edite ed inedite – a cura di Italo Calvino pp.  188-9 – Einaudi 1962. Pubblicata pure in Cesare Pavese, Poesie del disamore e altre poesie disperse, (comprende oltre a Poesie del disamore e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le poesie escluse da Lavorare stanca, poesie del 1931‑1940 e due poesie del 1946), Einaudi, collana “Nuovi Coralli”, Torino, 1962.

(38) Elia Kazan, A Life.  New York: Knopf. ISBN 0-394-55953-3. – 1988

(39)  Cesare Pavese, Lettere, 2 voll., 1966: I, 1924-1944, a cura di L. Mondo; II, 1945-1950, a cura di I. Calvino – Einaudi 1966.

(40) Pavese è entrato nella fase acuta della crisi esistenziale, passa alcuni giorni nella casa di vacanza di Giulio Einaudi a Bocca di Magra, il 12 o 13 agosto torna a Torino e la notte del 27/28 agosto si toglie la vita.

Il 18 agosto scrive sul diario: “La cosa più segretamente temuta accade sempre……Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio….Ci vuole umiltà non orgoglio….Non parole. Un gesto. Non scriverò più. “

La riflessione di Fernanda Pivano ” Quella sera aveva inghiottito la sua polvere assassina; nessuno di noi gliela aveva tolta dalle mani. Ci ha perdonato, ci ha chiesto perdono. Di che cosa, Pavese? Che cosa le avevo fatto, che cosa mi aveva fatto, che cosa ci aveva fatto dopo aver aiutato decine di scrittori a farsi conoscere, con quel suo viso tragico che aveva dimenticato il sorriso, quella sua vita segreta che non aveva svelato a nessuno, quella sua infinita conoscenza del mondo che non le è bastata per sopportarlo.” (Fernanda Pivano)

Cesare Pavese è morto suicida il 27 agosto 1950

(41)  Chiara Fera , intervista a Franco Ferrarotti: “Il mio amico Cesare Pavese e quelli che non l’hanno mai capito»  Calabria on web –  15 ottobre 2013 http://www.calabriaonweb.it/2013/10/15/il-mio-amico-cesare-pavese-e-quelli-che-non-lhanno-mai-capito-mi-telefono-prima-di-suicidarsi-ma-io-ero-al-mare-3/

Sulla vita alla casa editrice Einaudi sono significativì i ricordi di Franco Ferrarotti intervistato da Chiara Fera e di Italo Calvino:

“La teoria della classe agiata” di Veblen da lei tradotta, scatenò un dibattito all’interno della case editrice Einaudi. Vuole soffermarsi su cosa accadde in quella redazione negli anni del dopoguerra?

Della redazione Einaudi ho fatto parte nei primissimi anni del dopoguerra, fino all’arrivo di Italo Calvino e di Norberto Bobbio che allora si riunivano con Giulio Einaudi e altri specialisti ( tra cui francesisti -Paolo Serini introduceva i classici francesi da lui tradotti-, anglisti, e così via) il mercoledì…

Cesare Pavese

Nei primi tempi invece, c’erano solo due persone che lavoravano in via Umberto Biancamano 2: Natalia Ginzburg e naturalmente il grande amico Cesare Pavese, che lavorava dalle 8 del mattino alle 8 di sera, macinando dattiloscritti e saggi, tenendo in piedi la casa editrice. Fu lui a darmi il compito di tradurre Veblen, e poi tradussi Reik con l’introduzione di Freud. Nel caso di Veblen, prima di me (io ero un giovanotto screanzato, strafottente, affamato, come tutti i giovanotti dovrebbero essere) Pavese aveva interpellato Vittorio Foa, che disse “no, non posso tradurre questo testo se prima non ho letto tutte le opere dell’autore”; e poi interpellò Antonio Giolitti, nipote del grande Giovanni Giolitti, che mi confessò in seguito di aver rifiutato perché l’inglese di Veblen è molto difficile. Veblen è di origine norvegese e imparò l’inglese solo verso i 15 anni. È un inglese polisillabico, latineggiante, ironico, pieno di allusioni parodistiche. Pensi: anche l’idea di leisure class, abbiamo poi tradotto “classe agiata”, ma in realtà “leisure” significa la classe che vive di rendita, che non deve lavorare, mentre poi molte di queste classi lavorano. Tutto questo scoraggiò Giolitti. Io invece non potevo rifiutare, perché ero in condizioni tali per cui la rata della traduzione che Pavese con difficoltà riusciva a farmi mandare da Giulio Einaudi, che è sempre stato un pessimo pagatore, per me era la tessera del pane, andavo avanti, pagavo la pigione dove vivevo. Allora si mangiava in latteria, la sera un biscotto con caffellatte. Questa fu una bella esperienza per me, perché capì che tradurre non è solo traghettare da una lingua all’altra le parole. Tradurre sul serio un autore degno del nome, significa penetrare in profondità, comprendere la famiglia all’origine delle parole, significa ricreare in una lingua diversa gli intenti dell’autore nella sua lingua originaria. Lotte tremende nella redazione Einaudi, a quei tempi, soprattutto con gente che poi non era lì. Uno che mi viene in mente, era un famoso antropologo di cui ora non voglio fare il nome, ma era un crociano e un marxista allo stesso tempo e non voleva si traducessero certe opere come quelle di Reik che sono non storicistiche ma strutturali. Tuttavia, con la connivenza e la complicità di Pavese, l’opera fu tradotta in “Studi sui riti primitivi delle religioni” di Reik.

Testimonianza di Italo Calvino sulla funzione di operatore culturale di Cesare Pavese (dai Saggi)

”Vero è che non bastano i suoi libri a restituire una compiuta immagine di lui: perché di lui era fondamentale l’esempio di lavoro, il veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna”

((42) Guido Ceronetti  “Verrà la morte e avrà gli occhi di Connie” La Stampa, domenica 22 agosto 2010