In difesa del Brutto (che non è poi così cattivo)

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La guerra di Troia è un conflitto senza soldati, almeno così ce la racconta Omero, che regolarmente si dimentica di loro. Al massimo li descrive come gli spettatori – ovviamente interessati – degli scontri tra gli eroi. I soldati di Omero sono in sostanza una claque. Eppure sappiamo che ci sono: ogni eroe greco è il capo di un proprio esercito personale, e più questo è numericamente consistente più la voce di quell’eroe è ascoltata nei consigli di guerra. Anche in questo caso i soldati sono soltanto numeri, utili per “sedersi al tavolo della pace”.
Ma esattamente cosa fanno i soldati nell’Iliade? Sono i rematori che hanno condotto lì le navi, sono quelli che hanno costruito l’accampamento, sono quelli che gestiscono i rifornimenti e la salmeria, verosimilmente saranno loro a costruire il cavallo. In sostanza i soldati di Omero sono artigiani e contadini che lavorano per il loro signore. E qualcosa del genere avviene anche nel campo troiano. Combattono anche, ma le loro battaglie, in cui muoiono – da una parte e dall’altra – non meritano mai un racconto.
A un certo punto però questi invisibili riappaiono. E’ il nono anno di guerra: il momento peggiore per l’esercito greco, perché Achille ha deciso di ritirarsi, adirato con Agamennone per il possesso di una schiava. Non esattamente un nobile motivo. L’autorità del re di Micene vacilla, gli altri re sono sempre meno disposti a seguirlo: neppure loro amano quel presuntuoso di Achille, ma capiscono che anche a loro potrebbe succedere la stessa cosa. A questo punto Agamennone si ricorda che ci sono i soldati e quindi decide di fare una bella operazione “democratica” per legittimare il proprio potere. Convoca tutte le truppe, spiega che ormai la situazione è perduta, che – sottinteso per colpa di Achille – Troia non cadrà e quindi chiede loro cosa fare. Naturalmente i soldati non possono davvero scegliere: hanno solo l’opzione di chiedere al loro duce di continuare a combattere. E Agamennone confida nella loro avidità: conquistare Troia significa saccheggiarla e ci saranno oro e donne per tutti. Si sta per ratificare il voto favorevole a continuare la guerra, ma a questo punto prende la parola Tersite. Va bene, torniamo a casa – dice il greco – siamo stanchi di questa guerra. E rinfaccia ad Agamennone la sua avidità, il suo attaccamento morboso alle ricchezze, lo accusa anche per la vicenda di Briseide, usando peraltro parole meno violente e volgari di quelle usate da Achille poco prima contro lo stesso Agamennone. Tersite dice la verità, dice quello che molti soldati pensano, ma non hanno il coraggio di dire.
Agamennone – come al solito – non sa cosa fare. E’ Odisseo che risolve la questione, sicuramente maledicendo in cuor suo il re di Micene per quella idiozia del referendum. Il re di Itaca non usa la sua celebre astuzia, né la sua proverbiale oratoria. Semplicemente afferra lo scettro e riempie di botte Tersite finché questo scappa in lacrime verso le navi. L’autorità è ripristinata e i soldati – lieti dello scampato pericolo – deridono Tersite. La guerra continua.
E Tersite continua a parteciparvi. Anche Achille ha ripreso il suo posto. In uno scontro uccide la fortissima regina delle Amazzoni, Pentesilea, che in precedenza ha già sconfitto molti greci. Come uso le toglie le armi e accorgendosi di quanto sia bella, ancora carico di testosterone dalla battaglia, la possiede. Un atto che non fa onore al più valoroso dei greci. Tersite, ancora una volta, non sta zitto e denuncia questa oltraggiosa necrofilia. E Achille reagisce esattamente come Odisseo, con la forza, ma questa volta uccide quel piantagrane, che ha questa odiosa abitudine di dire sempre la verità.
La forza però non basta. Bisogna trovare una soluzione più efficace. E definitiva. Se ne occuperà Omero, nel suo ruolo di ministro della propaganda degli achei. Tersite è brutto – ci racconta il poeta – è zoppo, è gobbo, ha le gambe arcuate e la testa dalla forma ovale. E’ uno scherzo di natura – eppure questi evidenti difetti fisici sono sfuggiti durante la visita di leva in cui è stato reso abile – e uno così brutto è sicuramente un poco di buono, un vile, un bugiardo. E poi è uno che gioca sempre a dadi; e comunque per giocare bisogna essere almeno in due, quindi c’era qualcun altro con questo vizio nel campo acheo, forse anche tra i re.
E così l’unico soldato che diventa in qualche modo un personaggio dell’Iliade è questo screditato vigliacco dal corpo deforme. E gli eroi possono continuare a rifulgere della loro gloria, grazie ai versi degli aedi. Per i soldati neppure un’ipocrita stele al milite ignoto.

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...