La renzata

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Renzi non è stato una parentesi né un caso, non è piombato nel PD gettandosi da un paracadute. Renzi va interpretato, in realtà, come un modo (deprecabile) di affrontare la crisi della sinistra, innestandosi a pieno sul loftismo veltroniano e sull’ideologia del partito leggero e senza ‘corpo’. L’ex Sindaco ha proposto un partito leaderistico, personale, mediatico, simil populista, raggrumato attorno a un clan, pronto a spezzare le reni alla tradizione della sinistra e a buttarsi al centro per rubare consensi ai moderati (in special modo di destra). Ha raccolto un partito che, a suo dire, sbagliava rigori a porta vuota (ma con un patrimonio elettorale del 25,6%, che saliva al 30% come coalizione) per condurlo, dopo quattro anni di avanspettacolo e dopo aver fantasticato il 40%, verso il deliquio. Nel frattempo, con quel 25,6% ci ha governato per circa due anni e mezzo, esibendosi soprattutto in bonus, sgravi e regalìe. Oggi Renzi, minaccia la scissione, ma è solo un colpo di coda dell’animale ferito, la cui medicina per la soluzione della crisi della sinistra si è rilevata peggiore del male.

Ecco perché oggi non si chiude una ‘parentesi’ renziana, sempre che si chiuda davvero, ma si apre la possibilità di affrontare la crisi della sinistra con una modalità più efficace e più aderente ai bisogni della democrazia, del rinnovamento e di chi vive, da ultimo e penultimo, questa fase storica. Zingaretti ha già messo il primo mattone, con una leadership che è opposta a quella renziana, ed è invece inclusiva, tende a valorizzare le differenze, punta alla unità per quanto articolata, non cerca protagonismo ma lavora come primo tra pari. Altri mattoni serviranno e molti di essi dovremo raccoglierli tra le macerie dell’edificio crollato. Di certo, il ‘nuovo’ non è mai il ‘nuovo’, se non in termini ideologici, ma una faticosa rielaborazione del meglio che la realtà ci presenta, più gli elementi che la stessa realtà ci sfida a cogliere, a proporre, anche in modo inedito, coraggioso, temerario per certi aspetti. Scomporre e ricomporre, diciamo sempre. Secondo le modalità della prassi e quasi in corso d’opera. ‘Scomporre’ quel che c’era, raccogliere i mattoni crollati, scegliere con cura ciò che la tradizione e la realtà ci propongono, e poi ‘ricomporre’ i vecchi con i nuovi mattoni, quelli prodotti dal nostro bisogno di capire quali siano le esigenze e i bisogni che la storia e il passato non potevano ancora, per evidenti ragioni, conoscere.