La svolta mancata della manovra finanziaria

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Autore originale del testo: Guglielmo Forges Davanzati
Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia

Guglielmo Forges Davanzati, La svolta mancata della manovra finanziaria, “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 10 gennaio 2019

La legge di Stabilità del Governo Conte bis, appena approvata, sembra muoversi in una direzione di sostanziale continuità rispetto a quanto fatto dai precedenti Governi, almeno nel senso che non inverte significativamente la rotta rispetto alle misure di austerità fin qui attuate. Il fabbisogno statale – ovvero la quantità di risorse necessarie alla copertura finanziaria del bilancio dello Stato italiano al netto degli interessi – è in riduzione, dai 43 milioni dello scorso anno ai 41 milioni del 2020.

Il Governo continua a spendere molto per spese correnti – pensioni, sussidi, reddito di cittadinanza – e poco per spese in conto capitale – per esempio, opere pubbliche, costruzioni di strade, messa in sicurezza del territorio. La spesa in conto capitale è preferibile, per la crescita economica, rispetto a quella in conto corrente, dal momento che costituisce un trasferimento di risorse alle generazioni future e crea uno stock di capitale pubblico disponibile in una prospettiva di lungo periodo, a fronte del fatto che la spesa corrente – pur garantendo, o potendo garantire, acquisizione di consenso – esaurisce i suoi effetti in un orizzonte temporale limitato e ha effetti moltiplicativi relativamente più bassi.

Nel bilancio di previsioni 2019-2021 si legge che le spese correnti ammontano a circa 508 milioni di euro, a fronte di spese in conto capitale pari a circa 48 milioni di euro. La spesa per il pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico non accenna a diminuire, attestandosi intorno ai 5 milioni annui. E’ questo, da molti anni, il problema delle finanze pubbliche italiane ed è ormai un problema strutturale: si continua a ridurre la spesa ma il debito in rapporto al Pil continua ad aumentare per effetto del continuo aumento degli interessi che lo Stato italiano deve ai suo creditori. E’ un problema che fu ben chiaro ai migliori economisti italiani fin dagli anni settanta-ottanta, in particolare ad Augusto Graziani, che legò l’andamento del debito (e la crescita dei tassi di interesse) ai crescenti squilibri delle partite correnti. In altri termini, questa fu la sua tesi, data la debolezza della nostra struttura produttiva, le esportazioni italiane non riuscivano a generare tassi di crescita tali da recuperare un gettito fiscale sufficiente a rimborsare gli interessi sui titoli di Stato. Non a caso, il rapporto debito pubblico su Pil passò dal 60% del 1980 al 120% della metà degli anni novanta.

Sono molti a ritenere che gli interessi sui titoli di Stato aumentano se il tasso di crescita si riduce. Ciò a ragione del fatto che la bassa crescita si associa a maggior rischio di restituzione del debito, dunque a maggiore percezione di insolvenza. E’ poi un dato di fatto che la crescita economica italiana continua a essere inferiore a quella dell’area euro. La commissione europea stima, a riguardo, che la crescita della zona euro dovrebbe essere nell’ordine dell’1.2% nel 2020 e nel 2021 a fronte di una modesta ripresa, in Italia, prevista nell’ordine dello 0.4%. A ciò si può aggiungere che l’Italia, negli ultimi anni, ha realizzato con la massima intensità e la massima rapidità, nel confronto con altri Paesi dell’Eurozona, politiche di moderazione salariale che hanno avuto l’unico effetto di comprimere la domanda interna e, per conseguenza, di frenare la crescita. L’aumento del debito pubblico – nelle condizioni istituzionali date e considerando i vincoli europei relativi al rapporto deficit/Pil e al rapporto debito pubblico/Pil (rispettivamente fissati al 3% e al 60%) – richiede crescente tassazione, implicando riduzione del reddito disponibile, riduzione dei consumi e ulteriore riduzione della domanda interna (peraltro non compensato da un adeguato aumento della domanda aggregata derivante dalle esportazioni).

E’ stato stimato che la spesa per interessi, in Italia, è circa pari alla spesa che lo Stato italiano sostiene per la formazione: come dire, se si volesse esemplificare con un riferimento al bilancio familiare (sebbene il confronto è parzialmente improprio), che una famiglia spende annualmente più per la restituzione di un mutuo che per l’istruzione dei figli.

Si stima, a riguardo, che la spesa pubblica per la formazione è, in Italia, di gran lunga inferiore alla media europea e che il divario fra i nostri investimenti pubblici nel settore della ricerca scientifica e quelli degli altri Paesi dell’eurozona è in continua crescita. A ciò si può aggiungere che il maggior definanziamento riguarda l’istruzione universitaria: mentre nel 2017 la spesa pubblica per l’istruzione primaria e secondaria era sostanzialmente in linea con quella europea (1.5 e 1.7 per cento in rapporto al Pil rispettivamente, a fronte di medie UE di 1,5 e 1,9 per cento), la spesa in istruzione terziaria era ed è notevolmente inferiore alla media della media europea.

L’economia italiana è precipitata in una spirale perversa fatta di continua caduta della domanda interna e conseguente continua riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro. Il nesso è rinvenibile in questi effetti:

1. Una bassa domanda interna implica bassi ricavi e bassi profitti, dunque bassi investimenti privati (soprattutto da parte della gran parte delle nostre imprese che non ricorre ai mercati finanziari, ma ai fondi interni, per finanziare i propri investimenti) e, per conseguenza, bassa produttività

2. Una bassa domanda interna disincentiva le nostre imprese a crescere sul piano dimensionale: come ampiamente certificato su basi teoriche ed empiriche, piccole dimensioni aziendali sono associate a bassi salari e bassa produttività del lavoro.

In tali condizioni, ci si aspetterebbe maggior coraggio e maggiore lungimiranza da parte del Governo: tenendo conto dei vincoli istituzionali europei, sarebbe possibile e auspicabile aumentare la spesa pubblica per la ricerca scientifica: possibile perché gli importi a tal fine stanziati sono agevolmente reperibili da altre poste del bilancio pubblico (per esempio, agendo sulla maturità dei titoli pubblici di nuova emissione), auspicabile per l’ovvia ragione che una più diffusa istruzione e maggiore ricerca scientifica – di base e applicata – è una fondamentale pre-condizione per attivare un percorso di aumento della produttività del lavoro e di ripresa della crescita economica.