Le risonanze erranti e i limoni di Montale

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di Alfredo Morganti – 20 luglio 2019

Valerio Magrelli oggi racconta su ‘Repubblica’ come abbia utilizzato il “mantra” poetico per sfuggire all’angoscia di una risonanza elettromagnetica. Proprio mentre era “infilato in un cubicolo”, in quel “buio tunnel magnetico” ed era assalito dal “rombo del macchinario”, da “strani ticchettii” e da “suoni bizzarri” narra di aver trovato la forza di resistere recitando versi. Ne enumera anche gli autori: Rilke, Petrarca, Dante. “Sembrerà incredibile – dice Magrelli – ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio”. Questa parabola l’ho trovata esemplare, per come affianca tecnica e umanità, apparato e memoria letteraria. Alla angosciante pervasività della tecnica, il poeta giustappone il mantra dei versi. E che versi! “Nel colmo della notte, a volte, accade / che si risvegli come un bimbo, il vento” (Rilke). Alla artificiosità della tecnica, affianca l’anima che recita, che chiede aiuto alla parola per resistere alla prova di “rombi” e “ticchettii”. Magrelli ne trae la convinzione che la vera risonanza, in quel momento non fosse stata quella elettromagnetica ma quella poetica. Che la memoria lo avesse salvato dall’angoscia di essere a tu per tu e del tutto indifeso dinanzi al macchinario.

La recitazione è stata possibile grazie all’opera della memoria, da cui è emerso l’ausilio che il poeta cercava. Senza memoria egli non avrebbe avuto alcuno strumento da contrapporre all’altro strumento, che lo stava indagando tecnicamente. Proprio i versi hanno prodotto la contro-risonanza, resistendo al pervasivo risuonare tecnico. La loro reminiscenza è come se avesse attivato il cuore, che ha potuto replicare colpo su colpo al macchinario e così riequilibrato i conti. Ri-cor-dare, in fondo, è il gesto che compie Magrelli. Niente a che vedere con una mera archiviazione di files, per quanto si abbia sempre a che fare con dei dati. Ma un potenziamento del battito, un reagente vitale, un contraccolpo dell’animo che risveglia il corpo nella sua interezza, sino alle fibre più lontane, sino ai filamenti nervosi più periferici. Nulla che sappia fare una macchina, per quanto tecnicamente prodigiosa. La forza della parola, la potenza della grande poesia ancora annunciano una ‘salvezza’ a patto che la vita umana, sempre più ridotta a nuda vita di consumatori, sappia evocare i versi tessuti dai poeti. Un po’ come il giallo, che si contrappone alle città rumorose, dove l’azzurro si mostra solo a pezzi, in alto, tra le cimase. Il giallo che scioglie il gelo in petto e che fa scrosciare le trombe d’oro della solarità. Così che “tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza”. La memoria ri-cor-da, insomma, e il cuore risuona.

“ […] Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità”.

(Eugenio Montale, la chiusa de ‘I limoni’)