Massimo Amato: L’Italia in trappola tra le regole dell’Ue e il sovranismo. “Dobbiamo cambiare l’Euro, se vogliamo salvare l’Europa”

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di Gian Franco Ferraris

Sabato a Bologna si è tenuta l’assemblea nazionale   èVIVA, ci sono stati numerosi interventi   originali e approfonditi, interventi che potete ascoltare con le vostre orecchie nel video in calce. In sintesi e in modo grossolano evidenzio il contributo di Massimo Amato che in particolare ha sostenuto che lo scontro tra i tecnocratici dell’Ue e i barbari si sta avviando alla battaglia finale e ha ricordato come è accaduto in passato, tra capitalismo e società, il capitale ha sempre scelto di salvare se stesso a discapito della democrazia. Pare non ci sia alternativa, ma al contrario questi passaggi cruciali della società potrebbero portare a un allargamento della società dove le persone avrebbero una migliore qualità della vita. A tale proposito il relatore ha fatto una bella citazione di Claudio Napoleoni, economista che già negli anni ’80 sosteneva questa tesi.

Amato sostiene che occorre uscire dalla polarizzazione tra due tesi che hanno dominato questi trent’anni: la vecchia tesi di Blair di lasciare che i capitalisti si arricchiscano e poi pensare eventualmente a un meccanismo di ridistribuzione dei redditi e la tesi del “Keynesismo straccione” che spera di tornare alla piccola sovranità degli stati, stampare moneta e tirare innanzi.  I tecnocrati dicono che l’Europa deve salvaguardare i propri valori, ma non dicono quali sono questi valori. E’ una Europa muta, dove la società non esiste, anzi dove tra valori e valore hanno scelto il secondo, tanto è vero che già nei trattati di Maastricht c’è scritto che si costruiva l’Europa sulla competizione, ma “quando mai si può unire sulla base della competizione? una vera barbarie”.

E’ il mondo alla rovescia, tanto è vero che in tutti questi anni si è scelto di mantenere rigida la moneta e flessibile il lavoro e si è finiti nel girone infernale della finanziarizzazione e purtroppo la sinistra ha spinto in questa direzione, solo in Europa la sinistra ha pensato che la finanza sta con i poveri, la sinistra ha pensato di democratizzare il mondo della finanza e ci siamo trovati in modo feroce con la finanziarizzazione della società. 

Di fatto si è subappaltata la crescita al mercato e, dopo la crisi del 2010, l’euro è diventato il nostro problema; da allora si sono chiesti gli aggiustamenti solo ai debitori e vediamo quanto è alto il costo della crisi. Solo un esempio: perchè chiamare una norma salvastati quando è una clausola che strozza gli stati debitori? L’errore non è nell’ultimo tratto di strada ma all’origine dell’UE, cioè l’idea che con la finanza e la competizione e si potesse costruire una comunità. Con la crisi si è avuto la prova dell’ingiustizia nella costruzione della casa europea e anche della sua inefficienza. Ora tutti ammettono che serve una riforma fiscale e manovre espansive.

Ma la domanda per la sinistra è come cambiare per risalire i gironi infernali in cui ci troviamo. La prima cosa da fare è una nuova articolazione tra l’economia degli stati e le regole europee, uscire dalla polarizzazione (trappola) che o si sta con l’Europa (con queste regole) o se ne esce con il populismo. Questa polarizzazione schiaccia ogni discorso di rinnovo delle regole: l’Europa starà bene se le economie degli stati membri stanno bene, economie che sono diverse e che non convergeranno mai. Quindi bisogna allentare e cambiare tutte le regole in cui ci siamo imprigionati negli ultimi decenni. Ricordo la mia proposta di una camera di compensazione europea che preveda aggiustamenti e riequilibri sia per i paesi debitori che per quelli creditori. Poi in generale istituire una mutualizzazione per cui il vantaggio che premia un Paese venga compensato agli altri paesi che ti hanno permesso di ottenere quel vantaggio.

E la prima cosa è istituire il fondo europeo per la disoccupazione: questo vuol dire mutualizzazione. Sul fondo europeo di disoccupazione bisogna insistere e fare battaglia, tra l’altro spingerebbe i salari verso l’alto e non verso il basso come le politiche di questi decenni, poi il reddito universale europeo è una questione che vale la pena di mettere sul tavolo. Poi mutualizzazione anche sulla finanziarizzazione, gli eurobond fatti bene che sarebbero molto utili per pagare i debiti pubblici, incentivare gli investimenti sulle infrastrutture e per finanziare il reddito universale. Occorre sostituire la competizione con la cooperazione. Nel mondo attuale dietro i nuovi lavori c’è un vecchio sfruttamento precapitalista tecnologico, occorre pensare a questi lavori con clausole di salvaguardia per chi lavora.

Io sono marxista e questa è una questione essenziale, è venuto il momento di staccare il reddito dal salario, eliminare l’equivoco che il lavoro e la moneta stiano insieme, è questo un cardine del sistema capitalistico, ma non è affatto vero. Con la tecnologia oggi possiamo liberare l’uomo dal ricatto del mercato del lavoro, sprigionando nuove energie: non si deve lavorare per vivere e neanche vivere per lavorare: si deve semplicemente lavorare liberamente! di cose da fare ce ne sono tantissime perchè l’uomo – Napoleoni docet, “deve andare altrove per fare altro”. Ma bisogna partire dal fatto che la sinistra deve smettere di fare la stampella a un capitalismo che non funziona più ma deve sposare la società.

Di seguito pubblico un’intervista a Massimo Amato del maggio 2019, in cui spiega il suo pensiero di politica economica meglio di quanto io ho sommariamente riportato.

#èviva
Assemblea Nazionale èVIVA

Assemblea nazionale 23-11-2019

Publiée par ÈViva sur Samedi 23 novembre 2019

 

Intervista a Massimo Amato su Linkiesta – 21 maggio 2019

di Francesco Cancellato

«Il miglior amico del peggio è il meno peggio». Massimo Amato è un professore di storia economica alla Bocconi di Milano, dove tiene un corso intitolato “Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale”, ma del bocconiano ha poco o nulla: keynesiano fino al midollo, convinto sostenitore delle valute complementari, esperto del franco Cfa e di valute africane, è uno degli economisti più eterodossi d’Italia. Soprattutto, è un convinto sostenitore dell’idea che con le monete si faccia politica, e che le politiche monetarie possano decidere il destino delle nazioni. Per questo, pur da europeista, è convinto della necessità di cambiare le regole economiche che regolano l’Unione Europea, e l’Eurozona in particolare. E per questo ha deciso di candidarsi alle elezioni europee, nella circoscrizione nord ovest, per la lista La Sinistra: «Oggi l’euro è percepito come una specie di museruola ai politici – spiega a Linkiesta -. Il paradosso è che ha stritolato quelli che facevano bene i compiti, permettendo l’arrivo di incompetenti e avventurieri. Io vorrei semplicemente che l’Unione Europea smettesse di essere miope e autolesionista».

In cosa consiste questo autolesionismo, professor Amato?
Consiste nel fatto che l’Unione Europea, da quando è nata, pensa di salvarsi costruendo dei meccanismi che impediscano ai politici eletti di fare “cavolate”. Questo è l’Euro dei parametri di Maastricht: una macchina che impone vincoli, insensati e molti difficilmente rispettabili. Col risultato che le “cavolate”, nel corso degli anni, si sono moltiplicate, e da tutti le parti: l’Italia, per esempio, che al primo refolo di espansione si è negoziata un bel deficit al 2,04%, non solo inferiore ai massimi, ma soprattutto tutto volto a finanziare interventi in spesa corrente come il reddito di cittadinanza e, ancor peggio, quota 100.

Sta dicendo che Di Maio e Salvini sono colpa dell’Euro?
È la storia dell’euro a parlare: da quando esiste, l’Italia è passata dal 100% per cento debito Pil al 132%. Il motivo è semplice: grazie alle possibilità di finanziamento sui mercati finanziari l’euro ha consentito di fare deficit importanti e di indebitarsi sempre di più. Salvo presentare il conto con la crisi

L’Euro è un incentivo all’indisciplina fiscale, quindi? Eravamo abituati a pensare il contrario…
Dico che la “disciplina” è stata largamente disattesa da tutti, e non solo sul piano fiscale: l’euro ha reso possibile un’indisciplina commerciale che prima non era possibile.

Come mai?

Semplicemente perché c’era la valvola di regolazione della svalutazione. Mi spiego: in un sistema di monete nazionali la Germania non avrebbe potuto accumulare un enorme surplus commerciale come quello che ha accumulato in questi anni. Banalmente, il funzionamento dei mercati dei cambi avrebbe imposto all’Italia di svalutare e alla Germania di rivalutare.

E oggi non può.
Oggi c’è una moneta unica, che si fonda sui parametri di Maastricht, che vigilano (vigilerebbero…) sull’indisciplina fiscale, ma non c’è nessun parametro che vigili sull’indisciplina commerciale, che è una cosa altrettanto pericolosa.

Però è un po’ diverso, su. La Germania è una potenza commerciale globale, compete con Usa e Cina.
Non è che la Germania sia forte solo grazie all’Euro: c’è sempre stata una grande capacità tedesca di esportare e di far crescere la sua produttività. Ma la svalutazione reale da parte tedesca ha messo fuori mercato l’Italia in parecchi Paesi e questo ci ha fatto soffrire non poco, tant’è che il nostro export è rimasto al palo per anni, già prima della crisi del 2008.

Poi però è ripartito e oggi sostiene tutto il peso della nostra misera crescita economica. Anche grazie all’interscambio con la Germania.
Sì, ma a prezzo di una forte riduzione delle potenzialità della domanda interna. Il mercato interno europeo si è ridotto a causa della deflazione imposta dall’euro, e quindi la crescita del nostro export è una crescita “al ribasso”.

Però è un fatto che altri hanno investito e noi no. Che altri hanno sostenuto l’innovazione tecnologica e noi l’abbiamo subita.

Vero. Io dico però che ci sono stati dei meccanismi di aggiustamento che sono stati usati in modo molto parziale, per non dire che non sono stati usati mai.

Tipo?

Una moneta davvero comune è una moneta che a fronte di squilibri commerciali interni alla zona euro impone a tutti, creditori e debitori, di essere solidali, e di contribuire all’aggiustamento degli squilibri: del resto era questo il motivo per cui siamo ci siamo messi assieme fin dall’inizio dell’avventura europea. Essere solidali, cooperare, e non per motivi moralistici, ma per solide ragioni economiche. Altrimenti che senso avrebbe l’Unione Europea? Se dobbiamo solo competere senza cooperare, questo è già un modo non per evitare, ma per farsi la guerra.

Però non può chiedere all’operaio di Düsseldorf di pagare felice la pensione al signor Dimitrios o lo stipendio ai forestali di Caltanissetta.
Sono d’accordo con l’operai di Düsseldorf. Quello è assistenzialismo, non cooperazione. Ma una mutualizzazione dei costi sociali della disoccupazione è un’altra cosa, e si può fare. Così come avrebbe senso una politica di alti salari in Germania, che darebbe benessere all’interno a contribuirebbe al rilancio della domanda in Europa.

E allora cosa c’è di sbagliato nella disciplina di bilancio?

Volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Cioè?

Cioè che ai tedeschi non vada bene nulla dei bilanci pubblici di Grecia e Italia, ma loro possono permettersi di fare tutto il surplus commerciale che vogliono, perché hanno paura di lasciare quote di mercato alla Cina e degli Stati Uniti. Peraltro, avendo tenuto artificialmente basso il valore dell’euro, l’Europa ha sovvenzionato le esportazioni tedesche. L’Europa è in surplus con l’esterno, e quindi l’euro dovrebbe apprezzarsi. Se l’economia non è un’opinione.

Veniamo al punto, però: come se ne esce?

La mia idea è che ognuno debba fare la sua parte.

Ok, quindi?

Prima cosa: facciamo rispettare un altro parametro, non deciso a Maastricht, ma nella Procedura per gli squilibri macroeconomici: un tetto al surplus, e una sanzione in caso contrario, in modo che ci sia un incentivo a che i saldi commerciali, mediamente, devono essere in pareggio. Senza il vincolo esterno degli squilibri commerciali, si posso più facilmente liberare risorse per gli investimenti senza che controeffetti esplosivi. Ad esempio, la Banca Europea per gli investimenti potrebbe emettere bond per somme importanti da destinare agli investimenti in tecnologie green ed energia. Un asset sicuro, al riparo dalle aspettative negative dei mercati.

Una specie di camera di compensazione delle bilance commerciali, pare di capire. Tutto il surplus tedesco diventa investimento europeo, in estrema sintesi.
Sì, una camera di compensazione come quella che operò tra il 1950 e il 1958 e che diede ottimi risultati. Certo non tutto il surplus tedesco, ma una parte importante. Ciò che conta sono le tendenze. Una re-immissione dei surplus in circolazione è utile, oltre che giusta. Che l’Europa abbia bisogno di ripartire con le politiche fiscali “aggressive” ormai lo dice addirittura Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale: vogliamo dargli retta anche oggi, dopo che l’abbiamo osannato quando tesseva le lodi dell’austerità e della riduzione del costo del lavoro? Ad esempio, servono politiche di green investment, perché ormai le rinnovabili stanno diventando una parte importante della produzione. La BEI andrebbe potenziata in modo da farla diventare il driver di una ripresa degli investimenti in Europa. E aspettare non serve a nulla. Se non a far trionfare definitivamente i sovranisti. Che i problemi non li vogliono risolvere, ma anzi hanno bisogno di alimentarli. Semplicemente perché verrebbe meno la loro base elettorale.