TU TRA QUELLI CHE SEMBRAVANO ESTRANEI

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TU TRA QUELLI CHE SEMBRAVANO ESTRANEI

Tu, chiara e oscura, Matilde bruna e dorata,
simile al frumento e al vino e al pane della patria,
lì nelle strade aperte da regni poi divorati,
facevi cantare i tuoi fianchi e somigliavi, antica e terrestre araucana,
all’anfora pura che arse col vino in quella regione
e ti conosceva l’olio insigne delle casseruole
e i papaveri crescendo nel polline di antichi aratri
ti riconoscevano e si dondolavano
danzando nei tuoi piedi rumorosi.
Perché sono i misteri del popolo esser uno ed essere tutti
e uguale è la tua madre campestre che giace nelle crete di Ñuble
alla raffica etrusca che muove le trecce tirrene
e tu sei una brocca nera di Quinchamalí o di Pompei
eretta da mani profonde che non hanno nome:
per questo nel baciarti, amor mio, e nel premere con le mie labbra la tua bocca,
con la tua bocca mi desti l’ombra e la musica del fango terrestre
.

P. Neruda