ll logo, gli scatoloni e la politica

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di Alfredo Morganti – 12 gennaio 2019

È dal 1989 che la sinistra è impegnata sul fronte dei loghi. In trenta anni è stato un tourbillon di nomi, sigle, marchi, bandiere (e scatoloni, direbbe Gianni Cuperlo). Le donne e gli uomini della sinistra italiana, in questa diaspora continua, hanno cambiato partiti e sigle come fossero paia di scarpe, quasi sempre senza sollevare soverchi problemi, ma convinti nella maggioranza dei casi che la pelle andasse mutata per adeguarsi ai tempi, alle novità, al contesto, alle mutate esigenze e così via. In ultimo, col PD, si è mutata la sigla per ‘vincere’. Finalmente, si disse. Guardandola con gli occhi di oggi, tutta questa lunga marcia mette un po’ di tristezza, oltre che ingenerare un certo sconforto. Ma non perché si sia deciso democraticamente di cambiare simboli e nomi, quanto perché il lungo e insidioso tragitto non ha condotto dove doveva condurre, ma ci ha lasciato tutti un po’ soli. Non abbiamo più un grande partito, né un giornale, né una grande classe dirigente, né più la cultura e l’autorevolezza di una volta. Certo, i tempi sono quelli che sono, e la riscossa neoliberista nel tempo ci ha stremato. E non penso che tutto dipenda dagli ‘errori’ di questo o quello (anche se ci sono stati errori). Probabilmente ci sono fasi storiche che ‘curvano’ le vicende in modo tale che i singoli poco possono fare. Detto questo, resta il fatto che i partiti storici si sono dissolti, la Seconda Repubblica ha sbrindellato la democrazia parlamentare, la sinistra è un campo abbandonato o quasi.

In questo abbandono e nella lunga attesa che sembra aver preso tutti, Zingaretti ha detto, come se niente fosse, che il logo non è un problema. Voleva forse dire che non è un dogma e se ne può parlare per le europee. Io ho pensato che è un problema invece, altro che. Trent’anni di storia della sinistra dicono che il simbolo, la sigla, il nome e il loro cambiamento sono senz’altro un problema, incidono sulla coscienza e sui sentimenti, propongono un percorso politico spesso inedito e complicato. Ne prenda coscienza Zingaretti se ha in mente qualcosa in più di una lista elettorale larga, valuti le conseguenze di un cambiamento di fondo, di una riprogettazione del destino della sinistra. Il cambio di nome è un problema. Soprattutto se si tratta di superare l’esperienza del PD, se si intende riavviare il motore della sinistra, se si ha in mente un grande partito plurale, democratico, radicato profondamente nel Paese, nelle istituzioni, nella sua cultura e sensibilità, e che vuole cambiare profondamente questo Paese in termini di giustizia, equità, solidarietà, riscossa sociale. Se poi Zingaretti ha in mente solo l’ennesimo cambio di involucro e gli ennesimi scatoloni, be’, allora vorrà dire che non si impara nulla da nulla. Non servono altri contenitori invertebrati di tutto un po’, ma un partito che punti a ricreare un nuovo sistema dei partiti, una nuova autorevolezza delle istituzioni, una grande partecipazione organizzata dei cittadini, una riforma morale, sociale e culturale del Paese. Al di sotto di questo si tratterebbe soltanto di un’altra grande illusione, di un nuovo cambio di casacca in più, di altri scatoloni che non servono alla crisi della democrazia che ci attanaglia. Ci pensi bene.