Le tragedie nelle miniere in Belgio

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Michele Strazza
Fonte: fonte facebook : Maria Cuscela 8 agosto 2014

di Michele Strazza

Dopo la fine della seconda guerra mondiale oltre duecentomila italiani cercarono fortuna nei grandi bacini carboniferi belgi. Costretti a turni di lavoro massacranti e in balia di misure di sicurezza insufficienti, tra il 1946 e il 1963 più di ottocento di loro morirono in un’impressionante serie di incidenti.

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Nel secondo dopoguerra la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone in Belgio aveva creato una situazione insostenibile: a fronte dei 30 milioni di tonnellate di carbone di prima della guerra, alla fine del 1945 se ne produceva neanche la metà, mentre le scorte erano completamente esaurite. Inoltre, dei 137.000 minatori del 1940, ne restavano solo 88.000 nel 1945.
Tutto questo aveva spinto il Belgio, il 23 giugno 1946, a sottoscrivere con l’Italia un protocollo di intesa per la partenza di 50.000 lavoratori, con età non superiore a 35 anni, “a gruppi di 2.000 a settimana in cambio della fornitura annuale all’Italia di un quantitativo di carbone compreso tra i due o tre milioni di tonnellate, a prezzo preferenziale”.
L’accordo, firmato dal governo di unità nazionale di Alcide de Gasperi, mirava anche a garantire parità di salario e trattamento pensionistico e sanitario ai minatori italiani e belgi, nonché il diritto agli assegni familiari per le famiglie rimaste in Italia.
Nel documento erano previsti due i vincoli fortemente sanzionatori: l’obbligo di rispettare la durata minima contrattuale di un anno, sotto pena addirittura della detenzione prima del rimpatrio, e il mancato rinnovo del passaporto oltre all’impossibilità di cambiare lavoro prima di aver trascorso in miniera almeno cinque anni.

Il primo “convoglio” con destinazione Belgio partì da Milano la sera del 12 febbraio 1946. Gli ingaggi iniziali furono alquanto confusi anche perché molti italiani in realtà pensavano di essere assunti come muratori o manovali, non immaginando che si sarebbero trovati a lavorare sottoterra, né che sarebbero andati ad abitare nelle vecchie baracche in lamiera lasciate libere dai prigionieri di guerra russi e tedeschi.
Il contratto di lavoro prevedeva una durata minima di 12 mesi, poi subito portata a 24, nonché un’età minore di 35 anni, ma anche questa venne poi elevata a 40 anni. Nessuna previsione, invece, per l’addestramento al lavoro. Solo con il protocollo d’intesa del 1° aprile 1952 venne introdotta una sorta di periodo di prova e di insegnamento, mentre in quello firmato l’8 febbraio 1954 fu convenuto di adibire il periodo iniziale dei lavoratori (15 giorni), che per la prima volta prendevano contatto con le miniere, proprio ad esigenze di sicurezza, onde garantire una preparazione sufficiente al lavoro nel sottosuolo.

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E così nel 1946 decine di migliaia di italiani vennero assunti per lavorare nei cinque bacini carboniferi belgi (Borinage, Centre, Charleroi, Liège, Campine) con dati in forte crescita. Mentre, infatti, alla fine del 1947 nelle miniere lavoravano circa 30.000 italiani (con una presenza totale di oltre 84.000 italiani, quasi un quarto della popolazione straniera in Belgio), al termine dell’anno successivo essi risultavano 46.120. Negli anni seguenti gli espatri furono minori e si registrarono migliaia di rientri all’anno.
La produzione carbonifera giornaliera belga migliorò, dunque, notevolmente, passando dalle 75.000 tonnellate del mese di maggio 1946 alle 97.000 tonnellate del novembre 1948.
Fallito il tentativo messo in atto dai sindacati belgi di bloccare l’arrivo di manodopera straniera dando preferenza ai lavoratori locali (questi ultimi non risposero agli inviti del governo), nel 1951 un nuovo provvedimento governativo autorizzò l’ingresso di ulteriori contingenti italiani. Questi avrebbero dovuto, non solo fare aumentare il numero dei minatori già esistenti, ma anche consentire un turn over con quelli che avevano svolto già cinque anni di lavoro e che avevano ottenuto il cosiddetto permesso di lavoro “A”, potendo così spostarsi in altri settori come l’edilizia e l’industria. Cosa, del resto, che non avvenne affatto perché i lavoratori, non trovando altri sbocchi, continuarono a lavorare nei bacini carboniferi.

Il lavoro che dovevano affrontare i minatori italiani era molto duro e scandito da tre turni di 8 ore ciascuno per l’intero arco della giornata, a partire dalle 6,00, dalle 14,00 e dalle 22,00. Alla consumazione dei pasti erano dedicati 20 minuti.

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La paga veniva data due volte al mese, in genere il 10 e il 25 del mese, ma spesso si lavorava a cottimo secondo la quantità di carbone abbattuto. Il salario medio si aggirava, all’inizio degli anni ’50, tra i 220 e i 350 franchi al giorno. Con il lavoro a cottimo si riusciva a raggiungere anche oltre 400 franchi. Per quanto riguarda le ferie, queste venivano calcolate sulla base dei giorni lavorati nell’anno precedente. Dai 6 giorni all’anno del 1948 si passò ai 12 e poi ai 30, grazie all’intervento dei sindacati, specialmente delle Acli.
Pochi fortunati venivano addetti alle fasi di lavorazione espletate in superficie, prima riservate per la maggior parte ai belgi poi aperte anche agli italiani e agli altri emigrati. Consistevano, a mezzo di appositi macchinari, nel lavaggio del carbone, nella separazione dagli altri minerali di scarto e nella divisione nelle varie categorie d’uso.
L’attività principale si svolgeva, dunque, a centinaia di metri sottoterra, a volte anche oltre mille. Il carbone era abbattuto in genere con il martello pneumatico o, in caso di strati troppo duri, con cariche esplosive. In seguito, secondo l’orientamento della vena, il materiale carbonifero veniva fatto scorrere per gravità, in caso di forte pendenza, oppure, in caso di pendenza lieve, spalato e messo su carrelli o su un nastro trasportatore azionato meccanicamente.

L’unico contatto con la superficie era rappresentato da una linea telefonica. I rischi erano numerosissimi. Il lavoro a cottimo costringeva i minatori a risparmiare tempo evitando di mettere in atto procedure di sicurezza come il puntellamento del terreno che, così, finiva col franare mettendoli in serio pericolo.
Altri pericoli provenivano dal gas e dall’acqua, mentre a volte mancava l’aria per la difficoltà a distribuirla su distanze enormi, costringendo così a interrompere il lavoro.
Un’insidia notevole era rappresentata dalla “silicosi”, detta anche “malattia del minatore”, causata da un tasso di polvere molto alto inalato costantemente nelle vie respiratorie. Certo, l’uso della maschera avrebbe dovuto prevenire tale patologia ma è pur vero che non sempre il suo utilizzo era compatibile con il caldo eccessivo o con la scomoda posizione che i lavoratori mantenevano nelle parti più basse del fondo, per cui molti non la usavano, continuando a utilizzare soltanto il fazzoletto intorno alla bocca. Numerosi anche i casi di enfisema, bronchite, tubercolosi e altre malattie professionali.

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Dal lavoro in miniera avevano origine anche altre patologie più comuni: le artrosi causate dalle posizioni assunte nelle anguste gallerie, i disturbi all’udito per i rumori continui dei martelli pneumatici, la febbre per gli sbalzi di temperatura.

Le difficili condizioni di lavoro e la mancanza di adeguate misure di sicurezza provocarono moltissimi incidenti e veri e propri disastri. L’11 maggio 1950 muoiono 40 lavoratori a Trazegnies. Le vittime italiane sono 3. Il 21 settembre dell’anno successivo nuova sciagura a Quaregnon: 7 morti tra cui un belga e 6 italiani.
A marzo del 1952 scendono in sciopero i minatori dei bacini del Borinage e di Charleroi per protestare contro le condizioni di lavoro e la mancanza di adeguate misure di sicurezza. Tre mesi dopo in due incidenti presso il bacino di Charleroi muoiono 10 minatori tra cui 6 italiani. Il 22 novembre dello stesso anno altri 2 morti presso Nense. Alla fine dell’anno su 40.604 lavoratori italiani impiegati ne risultano deceduti per infortuni ben 75, l’anno successivo si arriva a quota 99.
Il 13 gennaio 1953 un incidente presso le miniere di Wasmes (Borinage) costa la vita a 16 minatori, tra cui 9 italiani. Le vittime salgono poi a 21 perché altri 5 minatori, tra cui 3 italiani, muoiono nelle settimane successive.
Il 26 settembre è la volta della miniera di Quaregnon, sempre nel Borinage, dove 12 lavoratori, tra cui 7 italiani, vanno incontro a una morte atroce nel pozzo “Espérance”, schiacciati da una gabbia dell’ascensore. Il 24 ottobre in un incidente presso Many si contano 26 morti, di cui 14 italiani.
Sono proprio questi ultimi episodi a costringere l’Italia a sospendere le partenze in attesa di garanzie sulla sicurezza delle miniere. Il 28 novembre le proteste provenienti dal Paese e dalle forze politiche portano alla formazione di una Commissione d’Inchiesta che, dopo aver lavorato per 15 mesi, non arriva ad alcuna conclusione, producendo solo la pubblicazione di un Libro Verde nel 1955 dove si evidenziava che le autorità del Belgio non avevano permesso di controllare i sistemi di lavoro e di prevenzione degli infortuni. Così riassumeva amaramente quel lavoro il relatore: “…non si è riusciti a procedere ad un’inchiesta sistematica per sapere se la regolamentazione in vigore per la sicurezza del lavoro veniva fedelmente applicata in tutte le miniere”.

Il 19 gennaio 1954 sono i 23 italiani morti a Mousen Fontaine a scuotere l’opinione pubblica. L’8 febbraio del 1954 il Belgio firma un secondo protocollo d’intesa con l’Italia, prevedendo un diverso contratto di lavoro per i minatori italiani ma gli incidenti continuano. Il 16 maggio 1954 altri 7 morti a Quaregnon dove, due anni dopo, in un’altra sciagura muoiono 8 minatori tra cui 7 italiani; quest’ultima tragedia provoca l’intervento del governo italiano che blocca l’assunzione nelle miniere, suscitando le proteste belghe. Nell’aprile 1955 a Sclessin si registrano 39 vittime, di cui 14 italiane.
Ma è nel 1956 che si verifica il più grave e sanguinoso incidente della storia mineraria belga. La mattina dell’8 agosto un incendio scoppiato nella miniera del Bois du Cazier di Marcinelle provoca 262 vittime di 12 diverse nazionalità (136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 francesi, 6 greci, 5 tedeschi, 2 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino). Le operazioni di salvataggio si protrassero fino al 23 agosto quando una scena agghiacciante si presentò alla vista dei soccorritori: i minatori non avevano avuto scampo ed erano rimasti uccisi dalle esalazioni di gas.

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Il primo ottobre del 1959 il Tribunale di Charleroi manderà tutti assolti gli imputati della catastrofe. A seguito della tragedia le autorità italiane bloccano nuovamente le partenze dei convogli di manodopera. Solo dopo la conferenza convocata dalla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) nel marzo del 1957 vengono presi alcuni provvedimenti per migliorare la sicurezza del lavoro nelle miniere, tra cui l’uso obbligatorio delle maschere antigas.
L’11 dicembre di quello stesso anno l’Italia firma con il Belgio un nuovo protocollo di intesa con nuove garanzie, ma ormai l’industria estrattiva belga ha deciso di rivolgersi altrove per la ricerca della manodopera. Nelle miniere ora predominano greci, turchi e marocchini.
Nel 1957, su 151.898 lavoratori nei bacini carboniferi belgi, 45.819 erano italiani. Tra il 1946 e il 1960 ben 230.000 italiani lavorarono nelle miniere belghe.
Dal 1946 al 1956 il numero degli italiani morti nelle miniere e in altri incidenti di lavoro sono stati circa 650. Secondo i dati in possesso delle Acli, tra il 1946 e il 1963 i lavoratori italiani morti in miniera furono 868.

BIBLIOGRAFIA
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