Le vacanze sono finite

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di Rosa Fioravante – 30 agosto 2017

È vero: stiamo attraversando la più grave crisi del pensiero e delle forme della socialdemocrazia del mondo contemporaneo. Crisi legata indissolubilmente ad una crisi strutturale, al punto da non poter più parlare di “crisi” ma di stadio connaturato, del capitalismo. È vero: le liberaldemocrazie, come ha ricordato pochi giorni fa il Cardinale Parolin: “non sono in grado, di per sé, di garantire la riproducibilità dei presupposti di valore da cui nascono e su cui si fondano”, fin qui l’uomo di Chiesa; l’uomo e la donna di sinistra possono aggiungere: la struttura economica, sociale e politica che l’Occidente si è dato sconta delle falle che portano il sistema stesso alla sua consunzione. Non sono falle da poco perché includono “cosette” quali la possibilità di un aumento sproporzionato delle diseguaglianze che disereda dalla convivenza civile crescenti strati di popolazione, la possibilità di avere milioni di persone che pur lavorando vivono in povertà, la dimenticanza del carattere essenziale dell’istruzione e dell’educazione dei giovani, la possibilità per alcuni di vivere di speculazione parassitaria che non giova al bene comune, la devastazione dell’ambiente che è sempre di conseguenza condanna del genere umano che vi abita a perire o soffrire per le calamità, il cambiamento climatico, la mancanza di risorse, l’inquinamento e molto altro. In questa crisi valoriale dell’Occidente, crisi politica dell’Europa e crisi democratica dell’Italia, si pone la nostra azione politica. Gli accadimenti violenti, umilianti, degradanti della dignità umana che ogni giorno si trovano riportate nelle cronache di giornali sempre meno letti e che ciascuno di noi in misura differente vive sulla propria pelle, non sono tutti frutto di nostre responsabilità. Responsabilità nostra come membri o figli di una certa tradizione politica, e precisamente anche di larga parte della sinistra italiana, europea e occidentale, sono però cose come la deregolamentazione del sistema finanziario, la cessione di sovranità alle multinazionali e alle grandi banche, la subordinazione di obiettivi quali la piena occupazione ad altri indicatori economici, il sostegno a governi di tecnici che poi sbagliano i conti e guarda caso li sbagliano sempre sulla pelle dei poveracci, l’aver sposato un modello di sviluppo che lentamente ha fagocitato tutte le conquiste del novecento per le quali a milioni e milioni i lavoratori, i contadini, gli studenti, le donne, e molti altri avevano lottato.

Eppure, fermo restando tutto questo, non è vero che nulla si possa fare per cambiare lo stato di cose presente. Non è vero che non vi sia alternativa al sistema vigente e non è vero che sono chiusi tutti gli spazi di azione collettiva politica e sociale. Chi non agisce, chi non si interroga, chi tollera e rimane inerte ha una precisa responsabilità, la stessa che De André richiamava nel celebre verso “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. La sinistra, termine difficile da adoperare oggi, nasce proprio come postura esistenziale di critica (nel senso di analisi e di demistificazione) del mondo e per organizzare uomini e donne per la sua modifica. Questo la sinistra deve tornare a fare per avere ancora un senso nella società, nella democrazia, nelle istituzioni. L’apatia politica, il tacito assenso, è sempre arma dei più forti, di coloro che si giovano di non essere disturbati, controllati democraticamente, di non dover rendere conto degli interessi che si fanno.

La struttura stessa della società odierna impedisce di avere nostalgia dei partiti-chiesa, dell’idea che grandi masse di sfruttati si organizzino spontaneamente intorno a rivendicazioni di emancipazione; così come impedisce il vagheggiare l’assunto che certe idee siano tout-court egemoniche. Questo non può tuttavia essere un incentivo al disimpegno. Semmai, è un incentivo a provare ancora di più e con più tenacia a trovare forme di rappresentanza efficaci, a studiare forme di mobilitazione che hanno portato esiti fruttuosi in termini di cambiamento della realtà, a mettere in campo idee coraggiose – direi spropositate – come spropositate sono le ingiustizie di questo mondo. Piccole e grandi ingiustizie affliggono la nostra Italia, fra problemi internazionali (la crisi economica, l’immobilismo deleterio dell’Europa), strutturali (penso al sottosviluppo del mezzogiorno, alla mafia ecc.), problemi particolari (la mancanza di una visione strategica di politica industriale ed estera per ormai qualche decennio), problemi specifici (la nulla attenzione del dibattito pubblico verso il differente trattamento sul lavoro di donne e uomini, delle cause del precariato giovanile ecc.). La politica deve tornare ad agire sui gangli del potere, sui diversi livelli, con un’azione a tutto tondo e visione prospettica, per risolvere questi problemi.

Durante questa legislatura che volge al termine, dopo la rottura del patto di Italia Bene Comune che provava a tenere insieme un’alleanza di centrosinistra per il governo (che è cosa diversa da “di” governo), si sono moltiplicati i tentativi di ridare voce ad un orizzonte alternativo. Prima con la creazione di Possibile, poi con il lungo processo di Sinistra Italiana, infine con la nascita di ArticoloUNO (solo per citare quelli più “istituzionali”). È vero: la maggior parte dei media, e certamente quelli che più intercettano un pubblico di “gente comune”, non hanno interesse a dare spazio alle tematiche e soprattutto alle questioni poste da queste forze. Ciò nonostante è quantomeno singolare che durante gli anni di governo più sfacciatamente regressivi – non perché quelli di prima lo fossero meno, ma perché la retorica stessa usata dagli esponenti governativi è tale, mentre in precedenza si aveva maggiore pudore – non vi sia stato un allargamento complessivo della sfera di influenza della sinistra all’interno della società. Negli anni dei “ciaone” agli elettori, dell’”italia che ce la fa” mentre il paese reale affonda, negli anni del violento attacco al mondo del lavoro con il Jobs Act mentre il precariato sbarra il futuro, del discredito gettato sul mondo dei saperi con la “buona scuola”, e ancora negli anni dell’attacco al sistema dei partiti con l’abolizione al finanziamento pubblico, della legge elettorale ipermaggioritaria che rassomigliava a quelle democrazie plebiscitarie che hanno molto di plebiscitario e assai poco di democratico, negli anni della riforma costituzionale che avrebbe modificato un terzo degli articoli oggi presenti, per non parlare delle quotidiane scene susseguitesi durante gli anni della costante violenza contro i deboli e i migranti mentre si moltiplicavano i lascia passare ai forti con sgravi e aiutini fiscali di ogni tipo, ebbene, in questi anni la sinistra politica è complessivamente arretrata. Molte destre si sono andate invece palesando: quella dal volto gentile del Partito Democratico, quella securitaria e xenofoba della Lega e quella dell’incultura e dell’autoritarismo come valori fondanti dei Cinque Stelle. (La casistica di Berlusconi e Minniti sfugge ai radar, sempre imprecisi ma sovente necessari, della semplificazione). Si badi bene: non è avanzata la “destra”, se ci riferiamo ai valori fondamentali, nel paese e nella società, ma lo ha fatto a livello politico e mediatico, il che, certamente, ha un suo influsso anche determinante nel formare le coscienze dei cittadini, ma non è un fenomeno divino né naturale. È una dinamica precisamente politica: non a caso sale la quota degli astenuti che si rifiutano di farsi rappresentare da questo tipo di forze e di discussione pubblica.

Le misure che le classi dirigenti hanno preso contro questo complessivo attacco ai fondamenti della socialdemocrazia sono state largamente insufficienti. Insufficienti dal punto di vista del merito: non si può adoperare un armamentario ideologico aggiornato agli anni ’70 per contrastare un’offensiva neoliberista tale per cui gli sfruttati sono arrivati ad interiorizzare come naturali tutti gli assunti degli sfruttatori. Così che oggi il ragazzo sottopagato al quarto stage consecutivo pensa di essere un campione della meritocrazia e che la pensione di suo nonno della quale egli vive sia un insopportabile privilegio acquisito. Così che oggi l’italiano che vede alzarsi il prezzo del ticket sulle prestazioni sanitarie pensa che la colpa sia dell’immigrato appena sbarcato e non della progressiva privatizzazione delle cure mediche. Così che oggi, insomma, chi patisce crede che i suoi patimenti siano naturali o dovuti o causati da agenti esterni deboli e non da chi da quei patimenti trae enormi profitti e impedisce che siano evitati come invece sarebbe tranquillamente possibile se solo ci fosse la volontà politica di farlo. Non è rimasto più nessuno (o quasi) a dire che nessuno deve poter essere sfruttato al punto da lavorare per un salario inferiore alla soglia di sussistenza, a dire che le guerre e il cambiamento climatico hanno portato qui l’immigrato e sulle une e sull’altro lucrano gli stessi che lucrano sulla privatizzazione del welfare, e nessuno è rimasto a dire che la politica serve a creare un sistema che liberi gli uomini dalle sofferenze [quelle da cui ci si può liberare, ovviamente]. Qualcuno lo dice dal punto di vista dell’intellettuale, qualcuno del volontario attivista, qualcuno ancora come esponente politico soppesando le parole. Nessuno è rimasto più a dirlo con voce autorevole, corale, sicura. Nessuno dice ciò che andrebbe detto come andrebbe detto (le due cose sono parimenti importanti) ma tutti unanimemente son pronti a dire “l’Italia è un paese di destra” e ad arrendersi con rammarico a questa presunta evidenza. Ciò che invece è evidente è che l’Italia sia un paese, come tutti i paesi liberaldemocratici, nel quale vi è una lotta per l’egemonia culturale e materiale, solo che uno dei contendenti diserta continuamente il campo dopo aver riempito le proprie trincee di armi giocattolo.

Non si può oggi pensare di ribaltare la situazione politica semplicemente giocando in difensiva: il problema del lavoro non è un problema solo di legislazione del lavoro ma è eminentemente un problema di produzione, di come, cosa, per chi si produce e di come si consuma – altro grande tabù della discussione, appiattitasi ormai fra asceti vs. turboconsumisti. Il problema dei terremoti, delle alluvioni e della siccità ecc. non è un problema solo di gestione delle emergenze ma un problema strutturale di come si usano le risorse del Pianeta Terra, di come ci si approvvigiona di energia, di come riqualificare le nostre abitazioni e mettere in sicurezza i centri storici ecc. Non si può oggi trattare il tema migratorio come una lotta fra educati vs barbari, fra civili vs incivili, ma deve essere inquadrato in un ripensamento del tema della cittadinanza che investe tutta l’organizzazione europea e del tema della politica estera imperialista (si dice così, perdonate la schiettezza) che l’Occidente conduce sul resto del mondo. Non si può con una mano finanziare l’isis tramite gli accordi con l’Arabia Saudita e poi piangere i morti e chiedere le chiusure delle frontiere con l’altra. Non si può pensare che il tema delle fake news e del cyberbullismo prescinda da un’alfabetizzazione ad oggi insufficiente delle giovani generazioni, da un ripensamento del sistema di istruzione e del sapere che dovrebbe dare gli strumenti per discernere le fonti attendibili da quelle non attendibili e soprattutto quelli per pensare come cittadini liberi e coscienti, non si può celare la mancanza di un’educazione sentimentale adeguata. Sono solo alcuni esempi. Nel mondo globalizzato tutto si tiene, e allora i problemi non si possono risolvere sempre solo provando a lenirli a valle invece che comprendendone la fonte e organizzandosi per risolverli a monte. Non stiamo facendo della teoria (che pure avrebbe la sua dignità) ma stiamo parlando delle cose che accadono ogni giorno nelle nostre strade, nelle nostre case, nei nostri portafogli o, per meglio dire, nei nostri conti online.

È stata data una risposta insufficiente anche dal punto di vista formale. Rifiutato il modello leaderistico, della sola virtualità delle organizzazioni, il comitato d’affari notabilare e altri prodotti della seconda repubblica, cosa vi si è sostituito? Quali nuove forme di direzione collegiale vi sono? Quali nuovi strumenti decisionali? Si è stati in grado di riadattare i vecchi ma preziosissimi arnesi della partecipazione rappresentativa all’era dei social network? Una cosa che sembra interessare a pochi e che pure è centrale è il fatto che sia impossibile salvare la democrazia senza fare educazione e formazione delle nuove classi dirigenti. Non come polli di batteria, non con la sola cooptazione, ma discernendo coloro che “sul campo” sono stati protagonisti di battaglie, hanno organizzato una porzione per quanto piccola di mondo sociale. Non ci si può con una mano lamentare della brutalità delle forme di interazione sociale e della qualità scadente del dibattito e con l’altra non preoccuparsi giorno e notte di sviluppare gli anticorpi contro quelle stesse forme. Anticorpi che semplicemente la nostra generazione e quelle più giovani ancora non hanno più. I nuovi partiti possono essere, più che moloch con al loro interno tutto ciò che occorre alla loro vita, delle infrastrutture di mobilitazioni, rivendicazioni, istanze organizzate che trovano in essi una piattaforma coerente e delle pratiche atte a dare seguito e risposta, grazie al Governo, alla conoscenza amministrativa, alla visione complessiva, ai rapporti internazionali, ai corsi di formazione ecc., a ciò che viene sollevato. Alcune di queste cose le sa già chi studia le nuove forme di organizzazione politica, ma soprattutto chi nel proprio piccolo le fa: sono prassi, consuetudini, forme mentali che sono già in uso per chi non proviene dal mondo della politica tradizionale e spessissimo anche da chi proviene da grandi partiti ma ha saputo comprendere i nuovi meccanismi in atto nella società. Non si può pensare di esistere politicamente senza dedicare una parte sostanziale del proprio tempo a mettere in relazione talenti, buone pratiche, esperienze e reti già esistenti.

Tutto questo sarebbe comunque un nonnulla. Nessuno ha del tutto le risposte ad alcune delle domande che ho provato a tracciare. Gli stessi esperimenti virtuosi e di successo continuamente citati che ci vengono dall’estero (Podemos, Syriza, Sanders, Corbyn, Mélenchon, il governo Portoghese ecc.) sono tutt’oggi work in progress e solo in alcuni casi sono riusciti ad arrivare al governo con alterne fortune. Eppure nulla si comprende di noi e di quelle parabole se non si comprende che esse hanno fin da subito chiarito che il loro core business, ossia la ragione della loro esistenza, è dare risposte e soluzioni a quei grandi, enormi, temi. La situazione, come diceva Flaiano, “è grave ma non seria”, ma diventerebbe definitivamente seria se l’ossessione di chi oggi fa politica non ruotasse intorno a questi questi interrogativi, il loro studio, lo sviluppo di un corpus da intellettuale collettivo (per quanto in nuce), la loro rielaborazione in una direzione di avanguardia, la loro messa al centro di una mobilitazione il più ampia e partecipata possibile. Perché il punto, se si vuole vincere quella lotta egemonica, o almeno presentarsi sul campo, non è solo con che titoli e che temi ci si presenta, ma quale declinazione si dà, da quale ottica li si interpreta. La destra sociale fa oggi le proprie fortune avvalendosi di parole d’ordine un tempo “rosse” ma volgendole in senso violento e regressivo, mentre la destra neoliberale si tiene stretta l’etichetta di centrosinistra che nel senso comune è passata ad identificare una progressiva (quello sì) diminuzione dei diritti. Anche per questo motivo, la battaglia che valga la pena combattere, quella capace di coinvolgere giovani, classe media impoverita, piccoli imprenditori e commercianti strozzati dalla congiuntura economica e molti altri è quella per un nuovo modello di società, di produzione e di partecipazione; in nessun modo è quella contro questi o quegli esponenti politici, spesso per altro astri nascenti e calanti a seconda dei capricci delle grandi testate e dei desideri del potere economico e, per tanto, contingenti.

Se la crisi della democrazia per come l’abbiamo conosciuta si dimostrerà irreversibile, questi esperimenti esteri si riveleranno anche come esperimenti di nuova resistenza. Se non sarà tale, saranno esperimenti che hanno concorso, in maniera forse determinante, ad invertirne la rotta. Ed essendo – come si è già ricordato – il compito precipuo della sinistra quello di ripensare lo stato delle cose e di organizzarsi per cambiarlo, sono pertanto evidentemente non esperimenti di testimonianza ma di grande impatto concreto. Le resistenze, infatti, hanno bisogno di un orizzonte di senso e di una coscienza politica. Non è vero, come spesso si sente dire, che solo se la stagione diventa del tutto cupa allora la sinistra può rinascere. Così come non è vero che i residui di libertà, civiltà, diritti e pace si auto-garantiscano da soli. Abdicare alla missione di diffondere coscienza politica che risponda ai valori del socialismo il più capillarmente possibile o, peggio, inseguire quella vigente, significa issare bandiera bianca. Ma chi si arrende non può pensare di avere un ruolo né storico, certamente, ma nemmeno istituzionale, poiché semplicemente, chi si arrende in tornanti storici così difficili semplicemente non rende servizio alcuno. L’assunto per il quale nel momento di maggiore espansione delle diseguaglianze la sinistra, cioè quella forza politica che si basa sulla rivendicazione di eguaglianza, sia più debole che mai, se si generano forme di lotta politica simili a quelle prese ad esempio, si dimostra assai meno fondato, seppur il momento storico-politico non sia lontanamente paragonabile alle grandi lotte operaie. Non si può infatti nemmeno indugiare nel pensiero che, dato che non esiste più una classe di riferimento ben definita con le caratteristiche già conosciute nel novecento e dato che non vi siano (visibili) più afflati rivoluzionari, allora un mondo migliore sia definitivamente impossibile. Oggi vale per noi moderati, riformisti, socialdemocratici spinti dall’assurdità della storia ad essere radicali nelle rivendicazioni e nelle intenzioni, il motto di Rosa Luxemburg: “per il movimento socialista, non procedere significa recedere”. Durante questa lunga legislatura la sinistra fra convention, scissioni, congressi, incoronazioni, ha finito per ritrovarsi un po’ prima del punto di partenza di quattro anni fa. Ciascuno pensa di aver fatto tutto il possibile e meglio degli altri e, chissà, tutti forse con qualche ragione, ma i risultati sono poco incoraggianti. Non dirselo non è rendere un servizio migliore di chi ostenta solo l’ottimismo della volontà, o forse ogni tanto dell’ipocrisia. Non si sono fatte forse le uniche due cose che più di tutte sarebbero state da farsi: prendere a quattro mani il coraggio di dire le cose come stanno e agire di conseguenza, lasciando perdere una rincorsa del centro – inteso come politiche di ottemperanza allo status quo, non come geografia politica – che non porta a nulla (non che a geografie politiche sia andata meglio: abbiamo scoperto che in Italia c’è sempre uno più centrista di te che insegue uno ancora più centrista di lui ecc.) e dare la parola, democraticamente, al proprio popolo – o a ciò che ne rimane – per chiedere cosa voglia e, solo in subordinazione, chi voglia. Ma seriamente, cioè per farselo dire, non per sentirsi dire ciò che si vuole sentirsi dire. Il cerchiobottismo ha infatti questo problema: quando non si ha un grande partito, invece che trattenere le diverse parti, le fa scappare prima o dopo tutte.

ArticoloUNO è stato per molti il richiamo a non arrendersi. A non cedere allo sconforto ma anzi a riscoprire una passione civile che è, nei fatti – cioè in un’epoca di pensiero unico e di declino di un mondo –, una forma di resistenza. L’uscita dal perimetro politico del Partito Democratico di personalità, dirigenti, quadri intermedi, giovani, militanti e il riavvicinarsi alla politica di moltissimi ha determinato una delle più rilevanti novità del panorama politico europeo. Non solo italiano infatti, poiché in Italia si è operato il disvelamento dell’ipocrisia sostanziale del PSE nel quale convivono forze ideologicamente socialdemocratiche (o in parte tali) e forze sostanzialmente neoliberiste e allineate al corrente modello di capitalismo rapace e spessissimo speculativo. Ogni paese trova la sua via, che è spesso solo propria, e ogni popolo impara dalle proprie lotte più di quanto possa recepire dall’imitazione di quelle altrui. ArticoloUNO fa parte, da una posizione rilevante ma senza deliri di onnipotenza come è proprio dell’anderliniano “camelloporco”, di questa riscoperta. Il procedere per tentativi e approssimazioni di numerosi soggetti e personalità che si è verificato a sinistra indica certo che nessuno basta a se stesso, poiché gli errori sono così tanti che solo dal tentativo di compensare gli uni quelli degli altri e viceversa (condizione necessaria ma in nessun modo sufficiente) si può dar vita a qualcosa di più positivo della mera somma delle parti.

Le elezioni regionali in Lombardia (con annesso referendum sulla finta autonomia), Lazio e Sicilia impongono una riflessione sulle alleanze e le tattiche; così come le elezioni politiche impongono una riflessione sulla composizione delle liste e della leadership. Ciò non si può demonizzare, essendo queste delle pratiche che fanno per l’azione politica ciò che il carburante fa per le automobili; chi ritiene di poter fare a meno di questo orizzonte o è un rivoluzionario o è un cattivo rappresentante dei cittadini. Tuttavia, è giunto il tempo di interrogarsi di più e più a fondo, in modo quantitativamente e qualitativamente più importante, sul “Che fare”, ossia sul dove si vuole andare con quella automobile perché davvero non è sufficiente, per quanto molto importante, averne una. Incredibilmente, così come il noto detto dei teenager recita che la vita è quella cosa che succede mentre si è impegnati a fare altri piani, allo stesso modo i rebus delle alleanze e delle candidature potrebbero risolversi in futuro mentre si decide che fare per scrivere una pagina di storia che dica che il 2018 non sarà solo il decimo anno della crisi economica ma anche l’anno nel quale l’Italia si è dotata di un piano, di un’organizzazione e, perché no, di un governo per (provare a) porvi fine. Decidere questo da farsi è parecchio faticoso: fra le altre cose, può comprendere estenuanti discussioni davanti a numerose birre fino a notte fonda, l’onere inaggirabile di conoscere persone nuove e con percorsi differenti dal proprio e la caparbietà di andare oltre i titoli di giornale e i luoghi comuni. A giudicare dalle molte feste in giro per l’Italia, animate da militanti ancora appassionati che non hanno abbandonato la speranza, la voglia, la gioia, l’amore per il lavoro e il desiderio di riscatto, popolate da avventori incuriositi e forse un po’ induriti dalle molte delusioni ma che pure non si lasciano ancora andare del tutto all’indolenza – a giudicare dalla generosità con cui molti rappresentanti istituzionali si sono rimessi in discussione cambiando gruppo, lasciando rapporti di potere consolidati e rischiando un salto nel vuoto che ancora non sanno come e se pagheranno – a giudicare dal fiorire della letteratura accademica, e non solo, sul post-capitalismo, su strategie alternative di sviluppo e aumento del benessere per la maggioranza della popolazione, di modalità di azione concreta attraverso l’uso delle nuove tecnologie per far fronte al disastro ambientale e alla diminuzione della povertà, della fame, della malattia ecc., – a giudicare da tutto questo, io credo non sia poi così impossibile farcela.