I nuovi intellettuali organici

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di Alfredo Morganti 28 maggio 2015

Avrete notato tutti come il renzismo sia una vera e propria macchina da guerra, altro che un uomo solo al comando. Certo, ci sono gerarchie, ci sono piramidi e cerchi magici. Tuttavia non si può parlare di fenomeno improvvisato o meramente spontaneo. Il renzismo è organizzazione, e lo è ben più del partito democratico di cui si è impossessato come accade nei film di fantascienza, quando virus alieni entrano nei corpi umani e li sconquassano. Una macchina da guerra, dicevo, che punta diritta alla ‘cosa’, alla sostanza politica, al punto dirimente, e lo fa con tattiche da commandos, senza dimenticare, ovvio, che questo assalto al cielo deve pur essere ‘rappresentato’ decentemente ed efficacemente. Narrato, si dice oggi. Propagandato, si diceva una volta. Qui, a questo livello, scattano i narratori di storie, i gruppi d’assalto del web, i troller, Proforma, Nomfup, le frangette, i selfie, i tweet mattutini, e compagnia cantando. E in mezzo a questa compagnia di canterini ci sono anche i cari, vecchi intellettuali, gli scrittori, i macinatori di ideologia.

Renzi in questo è rimasto tradizionale. Tra lui e la società ci ha messo la penna (anzi la tastiera) di taluni scrittori italiani contemporanei. Bravi, tutti bravi, per carità. Ma solerti, fedeli e giudiziosi nel fiancheggiare l’Uomo solo al comando. Penso a Barricco, che ci ha messo la faccia e si è sperticato pure in qualche Leopolda. Penso a Edoardo Nesi che alla Leopolda 5 ci ha spiegato che il cambiamento è già avvenuto, l’Italia l’ha solo subito e ora si deve andare a impararlo nei luoghi del cambiamento (lì per lì ho pensato: dove? nelle fabbriche Foxconn in Cina, quelle che lavorano per Apple? Quelle dove gli operai sono praticamente dei reclusi?). Penso a Francesco Piccolo, un talento letterario prestato all’idea che è tutto cambiato, tutto è finito, non c’è più quel mondo berligueriano, bisogna solo alzare le mani e arrendersi al nuovo. Penso anche a un certo Michele Serra, per il quale i ‘vecchi’ debbono abdicare, mollare, fare spazio, spostarsi di fianco per fare strada al ‘nuovo che avanza’ (peccato che il ‘nuovo che avanza’ era l’oggetto del suo scherno, nel suo primo libro di racconti). Penso, infine, a Marco Lodoli, che si fregia di avere inventato lui il nome ‘buona scuola’ e si duole perché i colleghi insegnanti e gli studenti non capiscano affatto il nuovo verbo educativo renziano. Come il Capo, anche Lodoli ritiene che sia solo un problema di comunicazione, e che dunque siamo noi a non capire, noi ignoranti (ecco perché lavagna e gessetti, con Renzi che fa il maestro Manzi). Oggi sul manifesto c’è un bel pezzo di Luca Illetterati su questo aspetto.

Insomma, se le truppe scelte renziane hanno portato l’assalto al cielo della politica e conquistato la ‘cosa’, a difendere questo assalto e questa conquista invece ci sono loro, gli scrittori, le buone penne, tutti fulminati sulla via di Pontassieve. I chierici del ‘cambiamento’, insomma. Peccato però siano così tristi, così mosci, così pronti a genuflettersi davanti ai tempi che cambiano, esprimendo una invereconda stanchezza, una fiacca senza limiti, una depressione da far morire. È davvero finito il tempo delle barricate intellettuali. Oggi gli scrittori renziani sono strani notai: certificano il nuovo, ne prendono atto, ci rimproverano per non capire la novità. Anche loro vorrebbero prendere lavagna e gessetti e farci un disegnino. Anche loro si meravigliano delle proteste, delle ostinate reazioni. Anche loro non capiscono perché in molti non si scansino, non facciano strada, non accettino il ‘nuovo che avanza’ come un destino. Si meravigliano che qualcuno possa essere ancora ‘comunista’. Voglia sentirsi protagonista. Non accetti di essere audience. Voglia esprimere un’idea diversa, insomma, e non si faccia trascinare dal vento della rottamazione e delle abdicazioni. Fatemelo dire: sono solo storytellers, narratori. Ce ne fossero di intellettuali organici come una volta. Tsk!