Quando costruivamo piramidi

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Parigi, 16 maggio 2119: il re di Francia Carlo XIII, succeduto da soli due anni al padre Luigi XIX, annuncia via Twitter che per festeggiare il ventesimo anniversario della fine della Grande guerra europea sarà demolita la Piramide del Louvre. Il primo ministro, in una successiva conferenza stampa, spiega che la Cour Napoléon tornerà vuota, come ai tempi dell’Impero, per far risaltare la bellezza del palazzo, e che una squadra di architetti è già al lavoro per studiare come realizzare un nuovo ingresso del museo.
Il giovane re non ha probabilmente valutato quanto i suoi sudditi siano legati alla tradizione e agli antichi simboli della loro città. I professori delle accademie di belle arti del paese e dell’intera Europa si stracciano le vesti all’idea che un tale monumento venga abbattuto e che venga così profondamente snaturata l’immagine del Louvre. Il direttore del museo rassegna immediatamente le dimissioni in segno di protesta. In rete parte una petizione per salvare il monumento, migliaia di francesi – subito seguiti da cittadini di ogni parte del mondo – postano una loro foto sotto la Piramide. Al grido di sauvons la Pyramide una grande folla la domenica successiva all’annuncio si raduna al Louvre e marcia verso l’Eliseo: la Piramide è uno dei simboli della storia di Parigi e non si può toccare.
Naturalmente i programmi televisivi non si occupano d’altro. Vengono organizzati approfondimenti e dibattiti, anche se non si trova qualcuno che voglia difendere la scelta del re. Fino a quando un vecchio insegnante di liceo, il professor Sylvestre Bonnard, scrive una lettera alla redazione del telegiornale di TF1 per dire che forse la piramide si potrebbe spostare, che se ne potrebbe tranquillamente parlare. Il giovane redattore, che non ha mai visto in vita sua una lettera, tanto più scritta a mano, una volta letta, la porta al direttore. Viene immediatamente organizzato un dibattito: il professor Bonnard si confronterà con l’ex direttore del Louvre, la direttrice dell’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e un noto critico d’arte, che cura una rubrica in televisione, tutti contrari al progetto.
Quando l’intervistatore chiede a Bonnard di spiegare la sua stravagante posizione, il professore tira fuori da una vecchia cartella, diversi ritagli di giornali, che risalgono agli anni Ottanta del ventesimo secolo. Alcuni di quei quotidiani, come Le Figaro, non si pubblicano più da molti anni, altri, come Le Monde, sono diventati siti web, ma allora erano importanti e tutti stampati su carta. In tutti quegli articoli si criticava la decisione del presidente François Mitterand di mettere qualcosa nella Cour Napoléon e soprattutto il progetto dell’architetto Ieoh Ming Pei che prevedeva la costruzione di una piramide di vetro, perché non c’entrava nulla con l’architettura del Louvre. Sfogliando i ritagli, il professor Bonnard fa notare che i più critici erano i professori di storia dell’arte, i direttori dei musei, i critici d’arte. Poi Bonnard ricorda le polemiche – in cui si distinsero professori, direttori, critici – quando, negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, venne costruita una bizzarra torre di ferro sul lato del Champ de Mars più vicino alla Senna.
“Anch’io, cari colleghi, amo l’antico. Forse lo amo perfino più di voi, visto che anch’io lo sono. Ma non voglio dimenticare che c’è stato un tempo, più o meno lontano, in cui quello che ora è per noi antico era nuovo, era appena stato costruito. L’errore del re non è quello di togliere la Piramide, ma quello di non costruire qualcosa al suo posto: se noi non costruiremo nulla, non lasceremo mai qualcosa che diventerà antico”.

Il 16 maggio 2019 è morto a New York Ieoh Ming Pei, che tra un secolo – spero – i nostri nipoti ricorderanno come l’architetto della Piramide del Louvre.