Stefano D’orazio dei Pooh, il figlio di Eleonora

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: David Nieri
Fonte: Minima Cardiniana

STEFANO D’ORAZIO, IL “FIGLIO” DI ELEONORA
Anno bisestile, anno di Covid, un anno di tristezza e preoccupazione, questo 2020. Anche perché se ne stanno andando, uno dopo l’altro, tantissimi artisti che hanno segnato la nostra vita. La mia, Stefano D’Orazio, l’ha segnata di sicuro, visto che con le canzoni dei Pooh sono cresciuto e molti di quei brani mi hanno accompagnato durante l’adolescenza, anche se all’epoca il periodo d’oro della band italiana era ormai alle spalle. Lo avrei riscoperto diversi anni più tardi, ormai “spogliato” di quel peccato originale che la stampa musicale specializzata, soprattutto italiana, ha sempre appiccicato addosso a molti dei musicisti e artisti di casa nostra, non curandosene o addirittura disprezzandoli.
Il batterista Stefano D’Orazio se n’è andato in punta di piedi la sera del 6 novembre, a 72 anni. Il Covid ha aggravato le sue condizioni di salute già precarie, non lascandogli scampo. Era entrato nel gruppo nel settembre del 1971, dopo l’abbandono di Valerio Negrini, che da quel momento avrebbe partecipato ai destini (felici) dei Pooh ma solo come collaboratore “esterno”, dedicandosi esclusivamente alla composizione dei brani. Ma, come tutti gli altri membri, anche il ruolo di Stefano non si limitava allo strumento, tanto che nei quasi cinquant’anni di attività saranno molte le canzoni da lui composte e interpretate.
Era stato il primo a decidere di abbandonare la band nel 2009, per poi raggiungere di nuovo i compagni d’avventura in occasione della réunion del cinquantennale, nel biennio 2015/2016. I Pooh avevano poi deciso di sciogliersi, ma nel nostro immaginario non si sarebbero mai “lasciati” del tutto. Troppo amici, i vari componenti, troppo intrisa delle loro canzoni la tradizione musicale italiana, troppo presenti nel nostro immaginario per poterli pensare inattivi o scomparsi.
La storia dei Pooh si dipana su una ricca tela nella quale trovano spazio il colore del talento, dell’amicizia, del viaggio e del miraggio. Sullo sfondo, un’Italia che sta rapidamente mutando i connotati, un paese di tensioni, di grandi cambiamenti e sconvolgimenti. Le loro melodie, la nostra colonna sonora.
Vorrei ricordare soprattutto una canzone per omaggiare a dovere Stefano D’Orazio, il primo testo da lui composto per il gruppo. L’anno è il 1975, l’album Un po’ del nostro tempo migliore, il brano in questione Eleonora mia madre. Che, in definitiva, è una delle più belle composizioni in assoluto dei Pooh. Stefano parla di una madre, una ragazza rimasta incinta in giovanissima età (“Eri già mia madre troppo presto e solo per fatalità / Con nemmeno il tempo che ci vuole ad imparare a far l’amore”), che decide di crescere da sola il figlio, rinunciando alla vita, alla libertà, al fiore dei suoi anni. Una scelta di responsabilità e di amore, che avrebbe molto da insegnare a un’epoca in cui il sentimento si è venduto alla mercé della leggerezza, dell’individualismo, dell’istinto, del piacere senza legame, del desiderio senza limite. La madre non si pente e accompagna suo figlio durante le varie tappe dell’esistenza, grazie alle sue rinunce e ai suoi sacrifici: “Donna mai ma senza mai rimpianti, / la rinuncia del tuo tempo, la tua unica ragione sempre io”.
Altri tempi, altri artisti, altri uomini. Perché D’Orazio, prima di tutto, era un uomo perbene. Goodbye, Stefano.
David Nieri

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