LO SPAESAMENTO DI ANNA MARIA ORTESE

per Filoteo Nicolini

LO SPAESAMENTO DI ANNA MARIA ORTESE

Nel 1997, un anno prima della scomparsa, Ortese pubblica le sue più mature riflessioni sulla vita nel libro Corpo Celeste*. La scrittrice sente la ripetizione dei giorni, il vuoto, il senso di inutilità. Avverte che anche altri scrittori vivono ora un tempo di separazione da sé stessi, dagli altri, dalle generazioni precedenti. E’ sempre da ammirare la lucidità con la quale certe anime sanno interpretare il tempo che vivono, e Ortese ne e’ una avanguardia. Al mutamento che percepisce si somma la sensazione parallela di essere trasportati e di attraversare un paese sconosciuto, straniero. E di non poter tornare indietro sui propri passi. Il paese reale, ammesso che esista, è stretto da vicino da questo paese sconosciuto, vale a dire da nuovi linguaggi, la frantumazione, una sensazione di nebbia, il non sapere perché si è cambiati, cosa si voleva prima, cosa si sperava. I nuovi linguaggi sono caduti al livello del gergo, ora c’è l’ intimidazione, la beffa, il cinismo.
C’è inadeguatezza a sopportare la velocità e la violenza dei mutamenti.
E Ortese scrittrice affronta il tema che più sente, l’ estraneità tra il libro e la vita reale. Non avverte più nessuna intesa tra chi scrive e la vita delle persone. Un breve tempo brilla il libro, con la sua copertina o il nome ritenuto importante e accettato; e poi subito scompare. E cresce la sensazione che proprio la parola scritta, diaframma tra essere e fare, vada sparendo.
E il mondo sia ridotto ad azione, e sia quest’azione a suggerire il libro. Non più il contrario. L’ azione, immessa nella vita, senza copertura di parole, e’ come una imbarcazione piegata su un fianco, e non guidata più da nessuno.
La Ortese avverte una caduta di convenzioni e della relativa memoria, un improvviso passaggio, dalla cultura di convenzioni e memoria, all’ orrore della memoria e cultura della fisicità. Di colpo, la vita è diventata senza aggettivi, la vita reale è pura esaltazione di momenti fisici e dittatura della fisicità assoluta. Tutto questo ha invaso la vita dell’ università, della scuola, della stampa. La parola viene rimandata al grido. Chiunque alluda o scriva riferendosi a qualcosa che era prima, una legge, una inclinazione alla pietà, non è udito, e’ deriso. La degradazione è la dea del momento, a cui si portano fiori, ma viene chiamata dissacrazione.
L’ estraneità a noi stessi non era certo il nostro scopo, conclude con amarezza. Ciascuno sperava di restare sé stesso. Ora non lo e’ più nessuno. Quando stringiamo la mano a un amico che appena ieri sera abbiamo salutato, non siamo sicuri che in queste poche ora non sia diventato un altro. Qui aggiungo che la sua è l’ epoca prevista da Musil, nella quale l’ essere non e’ che “delirio di molti” e il rapporto tra persone e’ costituito dalla “dissociazione”,
L’ ultima testimonianza riguarda il mondo editoriale. Arriva Ortese alla triste conclusione che i libri, prima di scriverli, bisogna concordarli con l’ editore, progettarli con chi ne sa di più. Le operazioni commerciali arrivano a inventare lo scrittore, se l’ opera nuova deve essere vendibile. E divenire narrativa industriale.
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Questo spaesamento illustra la distanza che Ortese percepisce tra l’ Io e la vita, per cui quello che trova davanti a sé non è più la sua vita, ma un territorio nel quale non si riconosce più, rifugiandosi nella base sicura del pensiero e del sentimento. Nello stesso libro infatti troviamo una luce sicura:” Combattiamo per la reintegrazione della Terra nel nostro sistema di valori! Tornino al primo posto! E’ l’ uomo che va ridimensionato, non la Terra”. E si commuove davanti a San Girolamo che, nella sua cella piena di libri, toglie una spina dalla zampa del leone.
FILOTEO NICOLINI
* ADELPHI, 1997
Immagine: DE CHIRICO, “Bagnanti sopra la spiaggia”. 1934
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