Alfredo Reichlin e il pensiero lungo: Dove sta andando l’ordine mondiale neoliberista?

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Salvatore Biasco

Dove sta andando l’ordine mondiale neoliberista?
Alfredo e il pensiero lungo
Nelle riflessioni di Alfredo era sempre presente la cornice globale
del processo capitalistico e delle sue dinamiche. Direi che ciò fosse
un’eco lontana della tradizione analitica risalente alla Terza Internazionale, che era ancora presente nella sinistra del dopoguerra e
che sollecitava a non perdere mai di vista l’‘analisi di fase’. Analisi
di fase vuol dire lettura dei cambiamenti, delle dinamiche interne
ai sistemi economici e sociali, delle relazioni tra sistema economico
e sistema politico su scala internazionale e interna. Nei suoi ultimi
scritti egli vede «un vero e proprio cambiamento d’epoca […]. La
grande novità da cui partire è che l’‘ordine’ politico-economico quale
si era imposto con la rivoluzione conservatrice degli anni Settanta […]
non regge più» e «tutto ci spinge a pensare la storia sulla base di una
visione meno scontata del suo farsi». E lamentava, di fronte a questo
scenario «la mancanza di un nuovo pensiero politico»1
. Era appassionato, profondo, quando trattava questi temi. Gli apparivano misera
cosa i dibattiti sulla contingenza politica o le alchimie piene di tatticismo che appassionavano la sinistra e ignoravano i grandi temi
che poneva la crisi di un regime economico e politico quale quello
che aveva dominato negli ultimi trent’anni (immagino ciò che avrebbe
pensato se fosse vissuto fino ad assistere alla vacuità della discussione
che ha seguito la sconfitta elettorale).
Ritengo di fare omaggio al suo continuo interrogarsi «dove andiamo
da qui?» se impiego questo spazio a lui dedicato a riflettere su cosa
stia succedendo nell’ordine mondiale della politica e dell’economia,
un interrogativo che mi aveva posto direttamente e un compito di
riflessione che – gratificandomi e sopravvalutando le mie forze – mi
aveva assegnato.

Il Convegno è stato essenzialmente un excursus nella storia d’Italia
–  più specificamente della sinistra – vista attraverso la vita, l’azione
e il pensiero di un grande personaggio. Reichlin è stato posto nello
sfondo degli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, fino a quello dei
nostri giorni. Io lo proietterò negli anni Venti e oltre del Duemila.
Egli continua a essere con noi insieme alle sue lezioni di metodo,
di prospettiva, di orizzonti politici.
Non è emerso in questo Convegno che Alfredo aveva una peculiarità
inconsueta per una persona con alle spalle la sua storia. Per chi lo frequentasse era sorprendente che non guardasse mai al passato, ma
sempre al presente e al futuro. Anche quando era sollecitato a parlare
del passato, Alfredo non raccontava episodi dei quali fosse stato protagonista: la sua era una lezione di storia sociale e politica, da cui trarre
categorie, insegnamenti e confronti con il presente. I suoi amici (benevolmente) e coloro che gli erano distanti (non penso avesse nemici)
gli attribuivano la frase «il problema è ben altro». Ma spesso il problema
era effettivamente ben altro per chi vedeva le vicende del mondo inquadrate in un flusso storico, nella dinamica delle forze sociali, nei
risvolti culturali, nella forza e solennità ‘scientifica’ della politica.

L’omogeneità del regime neoliberista
È quindi con una certa trepidazione che tento di rispondere alla
sua domanda se siamo alla vigilia di una qualche uscita dal regime
neoliberale che ha informato questa fase del capitalismo con un’ottica
essenzialmente rivolta al mondo occidentale e a cosa è in gioco per
la sinistra (è vero che chiede al suo lettore «come non rendersi conto
che è venuto in discussione quell’‘ordine’ globale che si costruì negli
anni Ottanta?», ma poi reclama prudenza «perché il cosiddetto ‘neoliberismo’ domina ancora il senso comune»).
Le riflessioni che propongo si interrogano sulle contraddizioni
interne a quell’ordine. Dove portino non si sa. Ma d’altra parte – parafrasando quanto sostiene Wolfgang Streeck in un’analisi dedicata al
capitalismo contemporaneo2 – quest’ultimo potrebbe autodistruggersi
senza che esista un’alternativa. L’ordine liberale potrebbe essere arrivato
a un punto critico senza che vi sia all’orizzonte una chiara alternativa.
Quel regime può essere osservato sotto sei profili, che do per noti:
1) l’insieme delle politiche economiche (pro mercato); 2) la pervasività,
primazia e l’ambito globale della finanza; 3) la scala planetaria della
produzione e del commercio, dominata dalle multinazionali; 4) l’assetto geopolitico con protagonisti gli Stati-nazione, centrato su un ordine
internazionale aperto e multilaterale, a sua volta centrato sul Paese
che ha garantito e ha diffuso le pratiche neoliberiste; 5) una regolazione
sociale riflessa dai rapporti di forza, con esiti di precarizzazione,
marginalizzazione dei sindacati, bassi salari e, al tempo stesso, accumulazione concentrata della ricchezza; 6) una cultura (tesa a legittimare l’ordine esistente).
Gli esiti sono altrettanto noti: vincitori e vinti e disuguaglianze
estreme e crescenti. Per completezza, questi profili andrebbero posti
nel contesto di un progresso tecnico sui generis e del rilievo assunto
dal possesso della conoscenza, che si relazionano in modo variegato
con alcuni di essi e con il quadro generale.
Alfredo era convinto del carattere coeso con cui si presentava il
regime neoliberista, e, infatti, bastava prenderne uno solo di questi
sei profili per interpretare tale fase implicando tutti gli altri, tanto
omogeneo ciascuno era con il resto. Oggi penso che quei singoli
profili si siano in parte disgiunti e non si combinino e sovrappongano
più come prima, ragione per cui andrebbero esaminati ognuno per
sé, pur rimanendo interdipendenti.
Mi fermo sui due che stanno cambiando, il quarto e il sesto, vale
a dire: equilibri tra Stati e cultura. Nella loro dinamica, questi mutamenti lambiscono, ma solo lambiscono, anche il primo, le politiche.
I profili che non cambiano sono quelli che delineano le caratteristiche
salienti del capitalismo contemporaneo finanziario e produttivo e delle
sue strutture di organizzazione e di potere. Sono quelli cui Alfredo
in sostanza si riferiva quando tracciava il quadro della natura e della
logica globalizzate del capitalismo neoliberista («l’inaudita potenza di
una oligarchia finanziaria che sovrasta il potere politico, svuota le istituzioni democratiche e manovra le ricchezze del mondo»). Non penso
che sia ora il caso di soffermarsi su quei caratteri e rinvio ad altra
sede, dove ho sviluppato in modo largo le riflessioni (correnti e successive) che Alfredo ha stimolato3
. Va solo detto che finché il secondo
e il ter zo profilo non mutano rimane pressoché immutato anche il
tipo di regolazione sociale, il sesto, che vede i lavoratori nettamente
indeboliti, frammentati e divisi rispetto ai processi di mercato.
Non bastano, tuttavia, questi aspetti di continuità a chiudere la questione della resilienza del regime neoliberale, inteso come ordine mondiale. C’è un pezzo centrale che resiste, eppure lo scenario non è più
quello del neoliberismo, diciamo così, ‘puro’. Il fatto che altri profili
si distacchino da un quadro coeso è foriero di dinamiche che peseranno
sugli scenari futuri e sulla possibile trasformazione del regime Il primo mutamento che risalta in evidenza è ovviamente la ridefinizione dei rapporti di potere tra Stati che avviene dentro l’ordine
neoliberale, di cui sono protagoniste le decisioni attive prese a livello
governativo. Il regime neoliberale non ha spazzato via gli Statinazione in nome della dimensione mondiale del mercato, né ha
abolito i conflitti interstatali. La contestazione che il Paese centro,
gli Stati Uniti, sta portando all’ordine liberale internazionale è l’aspetto
più eclatante. Alfredo era incline a considerare che la caduta dell’URSS
avesse lasciato gli USA in una sorta di padronanza del mondo («una
‘superpotenza’ […] paragonabile solo alla Roma di Augusto» 4). Non
so se avesse cambiato idea e certamente si riferiva a una serie di
agenti che rendevano potente questo Paese (la forza delle sue imprese,
la potenza finanziaria e militare, il dollaro, la superiorità tecnica).
Non ha potuto assistere all’ascesa di Donald Trump. Al di là della
personalità di questo presidente, la sua elezione rivela che una parte
della dirigenza statunitense e dell’opinione pubblica si è percepita
come perdente nel sistema globale multilaterale e ha sviluppato un
desiderio declinante di sopportare i costi (percepiti) dell’egemonia.
L’ideologia e la pratica neoliberale erano state fondate sull’idea che
nulla sarebbe cambiato nel contesto di libertà degli scambi e della
finanza in cui la Cina sarebbe rimasta un mondo a parte e la Russia
non avrebbe avuto ruolo a causa della sua debolezza economica (e
gli USA sarebbero rimasti una ‘superpotenza’ incontrastata). Tutto
è, invece, cambiato, proprio in virtù di quell’ordine e del suo successo.
Non solo è emersa una potenza che rischia di essere un rivale globale;
è emersa la Russia, ma anche tanti poteri regionali concentrati molto
più sui loro interessi che su un atteggiamento cooperativo.
Oggi gli USA affidano la restaurazione del dominio americano
alla rottura dell’architettura multilaterale da sostituire con accordi
bilaterali basati sulla valutazione di costi e benefici, barriere commerciali volte a frenare l’avanzata cinese. Ma il ritiro da responsabilità
internazionali lungi dal contenere la Cina, le lascia, anzi, campo libero
di costruire istituzioni e accordi di vario tipo centrati su sé stessa.
Né la Cina ha intenzione di cambiare l’ordine economico liberalizzato,
visto che il suo futuro è legato alla continua globalizzazione degli
scambi, ma di piegarlo a un suo ruolo crescente che domani possa
anche innalzarla con sue regole a leader della globalizzazione aperta.
Dove può arrivare questa rottura? La guerra commerciale non è
un compito facile. Per andare fino in fondo gli USA rischiano di far precipitare l’ordine multilaterale verso un disordine capitalistico incontrollato. Basti considerare che i beni finali sono legati alle catene
del valore decentrate internazionalmente e due terzi del commercio
mondiale sono generati dalle multinazionali di cui la metà è all’inter –
no dello stesso gruppo societario. Tutto ciò ha un rilievo anche interno
agli USA. Sulla strada di una escalation agiscono quindi fattori
frenanti tali da far ritenere improbabile possa andare oltre un certo
limite. Lo stesso Trump non ripudia il commercio mondiale in
quanto tale, sebbene tenda a renderlo bilaterale. Non indifferente è,
poi, la frattura interna con quella parte dell’establishment legata al
consenso del dopoguerra, che ancora vede una razionalità (o anche
spesso convenienza) nella continuazione di un ordine aperto sotto
l’egemonia finanziaria e commerciale degli Stati Uniti (multinazionali,
finanza e i più abbienti hanno tutti prosperato in un ordine aperto).
E d’altra parte i vantaggi di un Paese egemone si misurano in modo
più lato nelle esternalità positive che ha (e ha avuto) di disegnare le
regole secondo i propri interessi e di condizionare, attraverso i regimi
di sicurezza, le scelte geopolitiche di altri Paesi.

L’ordine internazionale 2
Questa contraddizione non è in sé la fine di un regime pervasivo.
Potrebbe perfino essere considerata di relativa importanza se non
stabilisse un quadro che ha riverbero su altri elementi contraddittori
che il sistema sta incorporando e che non sarebbero emersi (per lo
meno in questa forma) senza la perdita di un baricentro cooperativo
ed egemonico e della fiducia nella persistenza dell’ordine aperto che
aveva prevalso. Si tratta di una polarizzazione – nel mondo, ma con
riflessi particolari in Europa e in Occidente – tra due tipi di nazionalismi che investono gli indirizzi di Stati, ma spaccano anche le
élites e la popolazione all’interno di ogni singolo Stato nazionale secondo dinamiche che – ne accennerò poi – si presentano come cruciali
per gli scenari futuri.
Un polo è costituito da una costellazione di Stati che condividono
con l’amministrazione americana una visione conflittuale e contrattualistica delle relazioni internazionali. Si tratta di Stati dell’Est europeo, cui si era unita l’Italia, ai quali altri Stati potrebbero aggiungersi.
Diffidano dell’apertura e della globalizzazione e si concentrano su am –
biti di interessi e sfere geopolitiche circoscritte. Altri attori statali –
quali la Germania, la Francia, a suo modo il Regno Unito e, fuori dall’Europa, il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico – non sono, tuttavia,
meno concentrati sulla protezione dei propri interessi nazionali («America First» non è prerogativa solo degli USA), ma, essendo in grado di piegare, governare o ignorare le regole in modo a loro confacente,
giocano la partita ancorati all’apertura internazionale, alla forma liberale
dello Stato, alla difesa delle aree di influenza e alle narrazioni dell’economia affermatesi negli ultimi trent’anni per quanto edulcorate.
Attenzione, però, a facili generalizzazioni. Questa polarizzazione
non è un riflesso di uno scontro tra esigenze diverse di differenti
parti del capitalismo, e non è neppure una polarizzazione tra un
campo che è dentro il liberismo globalizzato e un altro che ne è in
qualche modo fuori o si propone concretamente di uscirne. Innanzi
tutto non è così per le politiche svolte all’interno dagli Stati ‘sovranisti’.
Se in Trump troviamo addirittura un’intensificazione delle politiche
neoliberali in tutte le direzioni canoniche in cui si articolano, negli
altri non troviamo nulla di incompatibile con le esigenze dei ceti
proprietari, né troviamo nuovi modi di organizzare la produzione o
una sfida alle istituzioni finanziarie, se non la retorica contro le
banche. Non si capisce, poi, in nome di cosa i sovranisti dovrebbero
avvertire la voglia di svolgere questa sfida. Essi riabilitano senza
dubbio la forza dello Stato, che certo è elemento nuovo rispetto al
neoliberismo canonico. Ma questa non è diretta a scontrarsi con la
popolazione più abbiente, a garantire i diritti sociali compressi dal
regime neoliberale, a vincolare la libertà economica per far valere
finalità collettive o a operare una seria redistribuzione della ricchezza.
È intesa piuttosto come difesa dai migranti, come svincolo da regole
comuni, come attiva contestazione dei valori dell’Occidente giudicati
decadenti e lassisti, come messa in discussione dello stato di diritto,
dell’equilibrio dei poteri e così via. Sul piano economico, la difesa
della competitività non produce idee diverse da quelle canoniche,
orientata, com’è, verso il mantenimento degli indirizzi di detassazione,
l’ostilità ai sindacati, gli incentivi alle imprese. Si tratta a tutto tondo
di una versione illiberale, xenofoba (e militarista) che in modo sui
generis è dentro e non fuori il campo del neoliberismo e del modo
d’essere dell’economia globale.

Cultura antropologica e legittimazione
Seppur resiliente, il quadro non è comunque di continuità, per
il consenso di massa che ha reso possibile l’affermazione del ‘sovranismo’ e per la pressione che quel consenso esercita su vari aspetti
del quadro complessivo.
E qui sta il punto. Perché la forte discontinuità che è venuta in
essere è nel profilo che abbiamo chiamato culturale, il sesto. Profilo,
che qui è riferito al fortissimo indebolimento della legittimazione
del sistema. Questo, Alfredo lo riteneva inevitabile («tutto il modo di ragionare della gente comune è destinato a cambiare se avanza la
coscienza di quello che è poi il fatto più reale»). Ed è, infatti, cambiato
in modo travolgente e scomposto e tutto fa pensare che lo sia in modo
irreversibile. La narrazione neoliberista non ha più presa o fascino
verso larghe masse. Sempre meno gli esiti dei meccanismi del regime
neoliberale su reddito, ricchezza, capacità di contare e partecipare,
felicità, sono considerati e accettati come immutabili e nell’ordine
naturale delle cose. Il capitalismo globalizzato non appare più in Occidente una forza dinamica tale da sostenerne i suoi miti.
Su cosa si sia fondata la legittimità fino alla sua rottura è un capitolo a sé che non posso affrontare qui (rinvio sempre alla versione
larga di queste riflessioni).
Se questa rottura si è indirizzata verso l’appeal della narrazione
sovranista la ragione ultima è nel successo stesso del neoliberismo
(un altro), che ha distrutto i legami sociali ed eroso le vecchie identità
collettive e il nucleo progressista della cultura dei ceti popolari. «I
lavoratori delle comunità sconfitte e abbandonate si sono aggrappati
a ciò che rimaneva della loro identità collettiva […]: l’accento, il
luogo, la famiglia e l’etnia», cito Paul Mason5
. Parlando dello svuotamento della democrazia Reichlin si chiedeva che ragione abbiamo
di meravigliarci «se i movimenti si formano sempre meno sull’asse
sinistra contro destra e sempre più come rivolta dal basso verso ‘la
Casta’, il vertice, il chi comanda».

Scenari e trappole per la sinistra
Dove si indirizza oggi la rottura culturale domina il quadro attuale;
dove si indirizzerà domani inciderà nella dinamica della storia.
Tre sono le possibilità:
a) il legame delle classi subalterne ai loro governanti sovranisti e
a un blocco interclassista potrebbe durare sorretto da una retorica
pro lavoratori e pro ‘popolo’ in un quadro che, invece, presenterà sostanziale conferma dell’orizzonte che, se non proprio neoliberale,
certo si guarda bene dallo sfidare la ricchezza, i grandi centri di
potere e le istituzioni finanziarie o di ristabilire diritti collettivi, in
un contesto di scarsi miglioramenti generali, ma di chiamata a raccolta
contro il nemico esterno. E poiché il sovranismo giustifica un’idea
più forte dello Stato, quest’ultimo può prendere una forma autoritaria e antidemocratica, aiutato dall’instabilità del contesto internazionale,
che la stessa presenza di posizioni transattive nella scena mondiale
può provocare. Ma è difficile che questa alleanza tra il top della società
e i ceti popolari possa sorreggersi a lungo solo sulla retorica. La crisi
di legittimità tocca anche le politiche tradizionali, per cui è improbabile
che l’assetto neoliberista delle politiche economiche possa confermarsi
così com’è. Dovrà in qualche modo essere garantita una qualche redistribuzione, e dovrà la forza dello Stato essere indirizzata anche a
moderare e contenere gli effetti delle politiche neoliberiste con pratiche
che se ne discostano. D’altra parte, il populismo tende a sostenere
porzioni dello stato sociale. Questo può indurre in inganno una certa
sinistra attratta dalle ‘virtù’ della chiusura nazionale se non capisce
che il sovranismo è un insieme coeso con le mobilitazioni xenofobe,
tradizionaliste. Non sarà forse la versione estrema di un modello illiberale ad affermarsi, ma, al meglio, può nascere da questo insieme
di ingredienti uno Stato neocorporativo che – pur con dati che attenuano ma confermano i caratteri nazionalistici e autoritari – si regga
su una collaborazione tra grande capitale, quei sindacati che fossero
attratti dal corporativismo, l’alta burocrazia e un establishment in
cerca di nuova legittimazione, nel quale i ricchi vengano garantiti e
sia concessa loro la possibilità di chiudersi in recinti sicuri.
b) La seconda possibilità appare oggi meno probabile, ed è che
le strutture politiche che hanno supportato la conduzione e l’ideologia
liberale dell’economia siano capaci di far fronte alla rabbia sociale
dei perdenti. A mano a mano che le contraddizioni crescono le preferenze delle élites cosmopolitane e liberali sono più difficili da far
penetrare nel corpo sociale. E non sono idonee altrettanto a superare
le difficoltà economiche e le disuguaglianze che si sono prodotte.
Quelle strutture potrebbero resistere solo se fossero in grado di rivedere i termini del contratto sociale e percepire la forza del mutamento del clima culturale e della perdita di legittimazione come un
rischio sistemico, affrontandolo con la stessa decisione con cui si è
intervenuti sulle banche quando lo hanno rappresentato. Questo vale
innanzi tutto per l’Europa per la quale la sconfitta delle forze sovraniste è nella cooperazione solidale e nella capacità di ricomporre
gli scollamenti sociali, non nelle leggi della competizione cui s’è
finora ispirata. Ma è difficile prevedere questa inversione a U.
c) In un caso e nell’altro, il quadro è di grande cambiamento,
anche se non tale da definire un nuovo regime di regolazione o un’alternativa tra progetti economici. Piuttosto, lo definisce tra progetti
politici. La polarizzazione tra i due scenari che in qualche modo coesisteranno rischia di schiacciare la sinistra tra false alternative, l’una
veicolata da una cultura tecnocratica, cosmopolitana e più aperta,
l’altra da una protezionistica, xenofoba e identitaria, ma dirigista Non che sia falsa l’alternativa tra stato di diritto e la sua manomissione
autoritaria verso un fascismo moderno, ma se la sinistra si fermasse
lì, senza un progetto di società che porti fuori tout court dal modello
neoliberale, che sappia parlare a tutti, articolare le domande sociali
ed essere all’altezza delle soggettività contemporanee, non avrebbe
futuro e rimarrebbe fuori gioco. A essa attiene opporsi simultaneamente a entrambe le alternative reinventando una democrazia lesionata
anche se in modo differente, in un caso e nell’altro. Qui ritroviamo
Alfredo, che non avrebbe avuto dubbi su ‘per che cosa’ schierarsi;
e ritroviamo il suo insegnamento (la necessità di un pensiero politico
che interroghi i problemi di fondo e da cui dipende anche «un ruolo
e un rinnovato bisogno di ciò che si chiama la sinistra, intendendo
con questa parola non un partito come tanti altri ma una forza e
una passione che vuole cambiare il mondo»6).
Ritroviamo, anche, il suo rammarico verso la sinistra che non ha
«sentito come inaccettabile il disconoscimento, tipico di questi anni,
dei soggetti sociali ridotti a mondo subalterno». E, infatti, non sarà
facile a essa riconquistare un consenso senza reinventarsi il compito
che ha svolto nella storia e che ha dimenticato.
Si presenteranno delle svolte. Il sistema scaturito dal regime neoliberale non si tiene nella coesistenza tra le parti resilienti e le parti
che tendono disordinatamente a modificarlo. Una delle due finirà
per prevalere sull’altra in condizioni di disordine internazionale se
non di vera e propria crisi strisciante o dirompente. Questa può
venire tanto dalla finanza, quanto dall’estensione del ripiegamento
nazionalistico, quanto dai limiti e conseguenze della logica neoliberista,
quanto dagli effetti parossistici degli indirizzi presi dalla tecnologia.
Di certo, il disordine capitalistico peggiora se non affrontato, mentre
non appaiono segni che in questa direzione si stiano mobilitando le
volontà politiche. Prevalga l’uno o l’altro dei nazionalismi in competizione, il sistema è comunque caotico.
Come il quadro si evolverà dipenderà dalle forze che saranno
capaci di dettare l’agenda politica. Senza farsi illusioni, però, per la
complicità che la sinistra ha avuto nella generazione della rabbia sociale e perché non sarà certo la sola chiarezza sugli orizzonti a contare,
ma l’azione quotidiana e la capacità di ricostruire un’identità collettiva
(o identità comunicanti) delle classi subalterne e di prefigurare una
nuova moralità e senso della vita, attorno a una ritrovata cultura
critica e passione sociale. Reichlin ricordava sempre che la funzione
della sinistra è stata quella di portare masse di persone che vivono in modo differente il disagio di questa società a essere forza consapevole di governo, riconoscersi reciprocamente, far pesare assieme
la propria presenza e cultura nel tessuto istituzionale.
Ma, intanto, almeno quegli orizzonti di un’agenda che voglia superare il neoliberismo vanno posti all’ordine del giorno affinché la
rottura culturale possa trovare indirizzi democratici incorporati in
modelli alternativi di società e di organizzazione della produzione
(si chiedeva se «una nuova ‘idea di società’ non sia diventata un compito ineludibile»).
Non mancano le indicazioni di marcia e muovono verso tutto ciò
che riduca le disuguaglianze a dimensioni giustificate o accettabili
e che porti lo Stato a riprendersi il controllo di ciò che gli è stato
sottratto, il che implica: rinazionalizzare alcuni servizi essenziali,
tassare la ricchezza a fini redistributivi, obbligare le imprese ad accettare responsabilità verso i lavoratori e le comunità, svolgere politiche
di ripristino dei diritti collettivi e favorevoli ai salari, sforzarsi di indirizzare la tecnologia verso sviluppi che valorizzino il lavoro invece
di risparmiarlo, ridurre gli orari di lavoro, mettere imprese pubbliche
a presidio di settori strategici e così via. Vi includo anche: cominciare
a indirizzarsi verso un effettivo reddito di cittadinanza. Ma l’obiettivo
principale è tenere l’economia in crescita e arrivare nuovamente alla
piena occupazione attraverso l’infrastrutturazione, la ricerca, l’istruzione, lo sviluppo di reti e piattaforme (possibilmente aperte e gratuite), piani specifici di riassorbimento della disoccupazione e, in
genere, perseguendo tutto ciò che privilegi i consumi collettivi e
cambi il modello di sviluppo.
Un nuovo e coerente sistema di regolazione passa, tuttavia, per
proiezioni internazionali che lo facciano affermare come nuovo
regime e che oggi rischiano di farlo apparire irrealistico. Ma le idee
e le aspirazioni non devono aver paura di forzare la realtà e sono
anch’esse una forza che muove la storia. È per questo che ogni singolo
partito di sinistra mancherebbe alla sua missione se abdicasse al
compito di costruire uno schieramento internazionale, allo stesso
tempo in cui persegue i suoi obiettivi all’interno. Al punto in cui
siamo, occorre affrontare il nucleo centrale del regime neoliberista
e riprendere il controllo dell’economia, obbligando le grandi multinazionali e le grandi banche a scindersi, trovando i modi di tassarle
unitariamente, combattendo con ogni mezzo i paradisi fiscali, tendendo a una de-finanziarizzazione dell’economia e mirando a una
sorta di socializzazione della finanza indirizzata verso gli investimenti,
controllando e disincentivando i movimenti speculativi di capitale,
proteggendo l’interesse pubblico nell’infrastruttura dei nuovi media
e delle nuove piattaforme e regolandoli in modo da evitare traiettorie
tecnologiche protette e monopolio. Il tutto in una cornice attenta a
tenere alta la crescita, l’occupazione e la coesione.

Di conseguenza, la dimensione europea, prima ancora che mondiale,
appare di fondamentale importanza. I problemi che il neoliberismo
lascia in eredità hanno radici globali, quando non sono integralmente
tali (quali le migrazioni, il clima, l’ambiente, le tensioni geopolitiche
e militari, l’energia, la povertà, la guerra dei dazi, il governo delle
monete internazionali). Non è l’Unione Europa il bersaglio, ma la
sua gestione, filosofia e indirizzi («Una sua disgregazione significherebbe un ritorno ai vecchi confini, con tutto il loro carico di conservatorismo e di più o meno latenti conflitti. È nell’interesse non
solo nostro, ma del mondo, un più avanzato disegno europeo animato
da una più alta visione della propria missione mondiale. Il progresso
è la missione storica dell’Europa. Ed è nell’interesse del mondo poggiare su questo patrimonio di risorse e di civiltà che non ha uguale»7
).
Né il bersaglio è la globalizzazione in quanto tale, ma il modo in
cui s’è caratterizzata nella fase della sua affermazione, per l’assenza
di governo, di controllo, di equilibrio, di salvaguardie e di regole
per gli Stati e per gli attori privati con rilevanza sistemica (ciò che
Reichlin chiamava il «governo del mondo»).
Alla sinistra non si addice una visione di piccole patrie (né è un
passaggio che le renda più agevole il compito nel breve periodo, tutt’altro), ma di pensare in un orizzonte prospettico – come ci esortava
Alfredo – alla ridefinizione delle regole del gioco mondiali, a partire
dalle regole del gioco in campo europeo, che è il suo immediato
orizzonte di riferimento.

Ritornare ad Alfredo
Se la sinistra non è questo finirà per essere stampella d’appoggio
a una delle due alternative che si delineano.
Alfredo avrebbe sicuramente sottoscritto quel programma, ma
allo stesso tempo lo avrebbe trovato (con qualche ragione) troppo
economicista. Non si sarebbe fermato qui, e giustamente avrebbe
aggiunto: ricostruire una soggettività, ritrovare una nuova moralità
e umanità e senso della vita, costruire un senso di convivenza e un
orizzonte che riguardi il destino dell’uomo, elaborare una cultura
critica. Avrebbe voluto una sinistra che combattesse sul piano delle
idee, delle proposte e dell’azione e del protagonismo delle masse su
come uscire dall’impasse attuale, in una prospettiva di riforma sociale
volta a mutare la natura del capitalismo esistente verso lineamenti
che pure in altre epoche ha conosciuto. Mantenere vivo il suo insegnamento è già un passo in questa direzione.

  1. La storia non è finita. Lettera ai nipoti, Roma, Castelvecchi, 2016, p. 223
  2. How will capitalism end?, «New left review», 2014, 87
  3.  S. Biasco, Il futuro dell’ordine mondiale neoliberista tra trasformazione e resilienza, «ItalianiEuropei», 2019, 3, pp. 45-66 (con commenti di Urbinati, Galli,
    Magatti, Capelli, Solti).
  4.  Reichlin, La storia non è finita, cit., p. 33
  5.  Superare la paura della libertà, in La grande regressione. Quindici intellettuali
    da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, a cura di H. Geiselberger, Milano,
    Feltrinelli, 2017 (ed. orig. Die grosse Regression, Berlin 2017).
  6.  A. Reichlin, La politica nel mondo nuovo, e-book, Istituto della Enciclopedia
    Italiana, Roma 2016.
  7. Reichlin, La politica nel mondo nuovo, cit

 

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