Anna Falcone: “Caro Calenda…con amarezza e pur senza rassegnazione

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di Anna Falcone – 23 gennaio 2019

Caro Calenda, sono stata sempre, nel mio agire civile e politico, costruttrice di ponti e aperta al dialogo e al confronto delle idee. Mai artefice di divisioni, men che meno attratta da posizioni estremiste o inutilmente identitarie. Per me la politica è visione e concretezza, responsabilità e coraggio, coerenza e onestà. Di tutto ciò non trovo traccia nel dibattito odierno e men che meno nel suo ultimo appello e dichiarazioni. Perché se per lei il socialismo è una forma di estremismo, se la sua responsabilità non va d’accordo con il coraggio di cambiare, idee, facce e modello di sviluppo, se l’unica trovata che riesce a mettere in campo è il rovesciamento della strategia della paura contro il nemico alle porte (tanto funzionale alla riproposizione di un ormai indigeribile modello di sviluppo, rapace e fallimentare, che di immodificabile ha solo le facce di chi comanda!), allora faccia buon viaggio e si prenda lei la “responsabilità” di non aver saputo costruire quei ponti verso un futuro, finalmente, “democratico” e “uguale” per tutti.

L’Italia, l’Europa, l’intero mondo occidentale non hanno bisogno dell’ennesima autoproclamata élite che, paternalisticamente, generosamente, segretamente (magari) decida cosa è meglio per il “popolo bue”, ma di un nuovo umanesimo sociale e universale. Per vincere i populismi di destra non serve il governo degli “optimates” (anzi, rischia di essere drammaticamente controproducente!), ma una nuova “età dei diritti” e una proposta politica più credibile e più coraggiosa! Un modello di sviluppo lungimirante, equo e circolare, interpretato da persone la cui storia sia una garanzia di competenza e spirito democratico e di servizio. Un progetto finalmente fondato sulla pari dignità delle persone, sulla partecipazione vera di tutti, sulla lotta alle diseguaglianze, sull’ambientalismo, sulle donne e sui giovani, sulla cultura, sui beni comuni e sull’accessibilità, nessuno escluso, ai benefici delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Una società in cui le istituzioni tornino ad essere protagoniste e promotrici di diritti e ricchezza diffusi, a partire da lavoro, salute e istruzione, e non scatole vuote asservite all’economia, o complici dello sfruttamento dei più forti sui più deboli.

E la prima ricchezza di ogni Paese sono proprio i talenti delle tante donne e uomini che – fuori dalle vostre cerchie e con immani sacrifici – lo portano avanti ogni giorno. Quelli che una società miope e clientelare non solo non riesce a valorizzare, ma, quando può, mortifica e punisce come un ‘pericolo’ per lo status quo. La fuga all’estero di tanti giovani e meno giovani, questo sì un vero esodo, né è drammatica testimonianza. Alle “sante alleanze” senza popolo che ripropongono troppi leader e nessun coraggio di cambiare davvero non crede più nessuno. E non basterà la solita spruzzata di società civile a salvarvi l’anima e la credibilità. Con amarezza e pur senza rassegnazione: la speranza è l’ultima a morire, ed io coltivo una incrollabile fiducia nel desiderio di cambiamento, di giustizia sociale e di democrazia degli italiani.