Cartagine ai cartaginesi

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A me quel troiano non è piaciuto fin dall’inizio. Ho capito subito che è uno che porta guai. Ma a noi serve nessuno ci ascolta mai. Io l’ho detto alla padrona: quella storia del cavallo di legno con la pancia piena di soldati non regge. Nessuno con un po’ di sale in zucca ci può davvero credere. Quanta legna ci vuole per fare un macchinario del genere? E poi chi l’avrebbe fatto? Quei re greci che da soli non sono capaci di fare nulla? Ce li vedete Odisseo e Agamennone e tutti gli altri che si mettono lì con seghe e pialle, con funi e chiodi, per costruire un cavallo di legno? Ma la regina niente: si è bevuta tutta la storia. Anche la parte dei draghi usciti dall’acqua per stritolare quello che non voleva far entrare in città il cavallo. Dovevate vedere come piangeva quando il troiano raccontava.

E poi il ragazzino? Per me non è neppure suo figlio: non gli assomiglia nemmeno. E scommetto che neppure il vecchio è suo padre. Quello è un trucco per impressionare una qualche vedova credulona: guardate come sono bravo, mi porto dietro il padre e il figlio. E la vedova ci casca. E infatti la regina ci è caduta. E così abbiamo dovuto dare da mangiare a tutto il suo seguito di perdigiorno. Ci aveva provato già un paio di volte in Sicilia e una volta a Creta – me l’ha raccontato uno dei suoi servi in cucina, dopo che l’ho fatto ubriacare – ma quelle sono state furbe: hanno dato loro un po’ di pane e li hanno mandati via.

Invece la regina dice che bisogna soccorrere i naufraghi, che bisogna aiutare gli esuli. Aiutiamoli pure, ma devono venire tutti a Cartagine? E le altre città quanti profughi accolgono?

E poi questi troiani da cosa fuggono? La guerra ci sarà stata davvero. Ma non è detto che sia tutta colpa dei greci: questi troiani a me sembrano infidi. Hanno detto che la loro città è bruciata. Mi spiace, costruitene un’altra. Noi ci siamo costruiti Cartagine quando ci hanno cacciati da Tiro, e quelli che c’erano qua attorno non ci hanno certo trattato bene: andate via, ci dicevano, non vi vogliamo. Abbiamo dovuto lottare per costruire Cartagine e adesso arrivano questi profughi che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono fare la fatica di costruire una nuova città, e pretendono di usare la nostra.

Ha fatto un bel discorso la regina: vi ricordate di quando noi eravamo gli esuli, di quando eravamo noi che vagavamo sul mare in attesa di trovare un approdo sicuro? E tutti a commuoversi. E tutti ad applaudire. Ma a Cartagine non c’è più posto. Non possiamo salvare tutti. E poi noi eravamo onesti. Noi non abbiamo mai raccontato panzane come quella del cavallo. Noi meritavamo di essere aiutati. Questi proprio no.

E la regina non si va a innamorare del troiano? Se Creusa l’ha lasciato ci sarà il suo motivo. Capisco, la regina è giovane, non può rimanere sempre vedova, ma non si poteva scegliere un nobile cartaginese, qualcuno di cui conosciamo i genitori? Il troiano dice che sua madre è Afrodite e che da parte di padre discende da Zeus. Lo so io chi è sua madre, ma accidenti è meglio se sto zitta. Qua finisce che quel ragazzino troiano diventa re di Cartagine. E le nostre tradizioni? E la nostra cultura? La regina dice che è una ricchezza mescolarsi, che nascerà una nuova grande civiltà, che non sarà più né troiana né fenicia. Balle. Ognuno deve stare a casa sua.

Ma per fortuna in città qualcosa sta succedendo. Ormai siamo in molti a pensarla così. Se alle prossime elezioni vince il nostro partito, Didone sarà costretta ad ascoltarci, dovrà nominare chi diciamo noi capo del governo e finalmente manderemo via i troiani. Allora sì che Cartagine vincerà.