Il triste caso di Noa Pothoven: il cortocircuito dei media e quello dentro di noi

0
139
Autore originale del testo: Franco Cardini - David Nieri
Fonte: Minima Cardiniana

di Franco Cardini – 11 giugno 2019

DULCIS IN FUNDO (O, FORSE, IN CAUDA VENENUM)

CERCHIAMO DI RESTARE UMANI

E’ dura, ma bisogna cercare di farcela. In apertura di questo lunghissimo MC l’ho detto e ripetuto anche all’amico Tarchi e a me stesso. E allora non possiamo non parlare di Noa. Però io non ce la faccio. Sarà che sono padre di quattro figlie, sarà che sono troppo reazionario. Preferisco lasciar la parola al mio umanissimo ed equilibratissimo amico David Nieri, che dice le stesse cose che penso io ma riesce ad esprimerle con maggior equilibrio. FC

Il triste caso di Noa Pothoven: il cortocircuito dei media e quello dentro di noi

David Nieri 

Avrebbe potuto andarsene in altro modo, senza far rumore. Anche se decidere di suicidarsi a 17 anni può apparire impensabile, inaccettabile. Avrebbe potuto uscire di scena senza scatenare un cortocircuito mediatico, come hanno fatto, come fanno e come faranno – purtroppo – numerosi altri giovani annebbiati dal male di vivere, che un giorno decidono di spegnere definitivamente la luce, magari dopo aver provato e riprovato a riaccenderla, una seppur debole speranza.

Giudicare è inutile, per quanto mi riguarda è impossibile. Il buco nero è qualcosa di tremendo, entrarci dentro significa rischiare di non uscirne più. Soprattutto quando il vuoto interiore si riflette nel vuoto che oggigiorno esiste là fuori. Se ne può uscire, naturalmente: servono determinazione, impegno e un’infinita dose di aiuto, non solo farmacologico. Mi spingo, anzi, a sostenere che se ne deve uscire, che è necessario. A quell’età, poi.

Noa Pothoven era una bella ragazza olandese, ferita dal degrado della nostra umanità. Aveva subìto due stupri: a 11 anni, durante una festa, poi di nuovo a 14, un’aggressione e una violenza in strada da parte di due uomini. Forse il suo cuore si era fermato lì, la sua vita privata di ogni senso.

Aveva già tentato il suicidio, Noa. Aveva anche scritto un libro sulla sua vicenda, poi le cure drastiche, tra isolamento ed elettroshock, l’anoressia fino al ricovero all’ospedale Rinjnstate di Arnhem in condizioni critiche: i suoi organi vitali a rischio di essere compromessi. Incapace di proseguire, ha deciso di lasciarsi morire, interrompendo l’alimentazione. Perché, dopo aver chiesto l’eutanasia – in Olanda è permessa –, la Corte olandese non l’aveva approvata.

Le prime notizie giunte in Italia – e rilanciate dalle testate più famose, “Corriere” e “Repubblica” in primis – hanno parlato proprio di eutanasia, scatenando il solito putiferio, la solita disputa tra le due opposte fazioni. La marcia indietro – anche se solo Repubblica, a quanto mi risulta, ha fatto ammenda – è servita a poco: ormai la battaglia si era aperta, e a nulla è valsa la conferma che di eutanasia non si è trattato. È certamente lecito interrogarsi sui perché e sui come, sulla famiglia che era presente e non ha trovato un modo per evitare la tragedia, tutti interrogativi che restano e resteranno senza risposta. Perché noi, nel cuore di quella ragazza – e anche in quello dei suoi familiari – non possiamo entrarci. Personalmente ritengo che forse, in casi come questo, un po’ di silenzio sarebbe opportuno. Per porci una semplice domanda: cosa può spingere un adolescente a pensare che la morte sia l’ultimo “rimedio” possibile? Senza manicheismi mediatici, utili all’occorrenza per ottenere qualche clic in più. Si chiama rispetto.

Perché se Noa ha deciso di compiere l’ultimo passo, la sconfitta – sono parole di papa Francesco – è di tutti noi. Ne siamo coinvolti, anche se ci sentiamo assolti. Perché ci sono tante Noa che chiedono aiuto, magari uno sguardo, una parola, un sorriso; tante Noa che vivono nella più oscura solitudine, pur contando milioni di contatti sui social. Ci sono ragazzi feriti, ragazzi offesi, ragazzi bullizzati, ragazzi senza famiglia, senza affetti. Miseri ruscelli senza fonte. Perché dal conflitto generazionale degli anni sessanta siamo passati a generazioni senza conflitto. Messa da parte l’autorità – familiare, religiosa, educazionale – è mancata anche la trasmissione dei valori, anch’essi considerati vetuste limitazioni di libertà. Le nuove generazioni stanno crescendo in larga parte con i miti di cartapesta della Modernità: perché prive di guide, prive di maestri. Noa è stata offesa dalla completa rimozione di quei valori che, almeno fino a qualche decennio fa, si ponevano come argine, come ultimo baluardo all’estrema liberazione degli istinti; in altre parole, il filtro dell’inibizione, un freno (anche) al compimento del male. Siamo ormai – e di gran lunga – oltre questo limite. Lo dicono i dati che indagano le giovani generazioni: il consumo di droga e di alcol sta conoscendo un vertiginoso aumento, in maniera inversamente proporzionale all’età del primo esperimento. Il sesso è considerato un semplice passatempo tra i tanti, la soddisfazione di un desiderio momentaneo. A vent’anni, i giovani hanno già sperimentato tutto lo sperimentabile. E in quel tutto, raramente rimangono pagine aperte per l’amore e le relazioni durature.

D’altronde, accantonando Dio e invaghiti dal miraggio delle magnifiche sorti e progressive, ci siamo lasciati alle spalle il senso di comunità e compassione, solidarietà e partecipazione. Tagliando le radici di un passato più misero ma al tempo stesso più umano, abbiamo creato un lungo filare di alberi che rischia di cadere al primo soffio di vento, al primo dolore, alla prima delusione, al primo sacrificio da compiere. Non è il caso di Noa, la cui ripetuta ferita ha aperto una voragine nella sua anima. Ha senz’altro combattuto, finché ha deciso di lasciarsi andare. Eutanasia o meno, non è questo il segnale d’allarme; o meglio, non il più inquietante. L’emergenza assoluta è il vuoto che circonda i ragazzi di oggi.

Rischio di guastare la bella impressione che avrà lasciato in voi la riflessione di David, così semplice e umana, così sincera e diretta. Tuttavia sono purtroppo un vecchiaccio incanaglito: e davanti a quella vicenda non riesco a far tacere la mia voce interiore. Una voce che chiede giustizia. Ma che genere di giustizia potrebb’esserci in questo caso, se non quella infame e degradante degli uomini ch’è piuttosto vendetta? Dice il Signore: solo Mia è la Vendetta. Ecco, appunto: mi affido fiducioso a Lui. Con un’antica giaculatoria ebraica, di quelle terribili che solo in casi eccezionali è legittimo proferire: Dio della Vendetta, non dimenticare.  FC