L’arte è rivoluzionaria. E antifascista

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi 2 giugno 2019

Alcuni giorni fa una via di Fiumicino è stata riempita di svastiche e di scritte inneggianti il fascismo: un modo per l’estrema destra di quella città di dire che quello è il “loro” territorio, per marcare platealmente la propria presenza. Un paio di notti dopo alcuni anonimi resistenti hanno coperto quelle scritte con delle poesie: un modo singolare ed efficace per esprimere la loro protesta e per dare un segnale di riscatto civile e morale. I fascisti hanno naturalmente reagito e le poesie sono state coperte con nuove scritte e nuovi simboli. Ma anche i resistenti hanno reagito e a coprire tutto sono arrivate riproduzioni di quadri celebri. Non so cosa succederà nei prossimi giorni: probabilmente i fascisti continueranno ad imbrattare i muri di quella via con le loro svastiche e i loro triti slogan, ma credo che quello che è successo a Fiumicino sia qualcosa su cui riflettere.
Cosa significa essere antifascisti? Io lo sono perché sono comunista, qualcun altro perché è liberale o cattolico democratico: sono molti i percorsi che ci portano a essere antifascisti, percorsi che nascono da idee molto differenti le une dalle altre e che conducono a esiti spesso contrapposti. Io sono antifascista almeno quanto sono anticapitalista, anzi sono antifascista perché sono anticapitalista, ma so che per molti, anche molti di voi che leggete e apprezzate quello che scrivo, non è così. In qualche modo ci definisce quel prefisso anti, ed è un limite oggettivo, perché significa che abbiamo bisogno del fascismo per definirci. E rende più difficile la lotta, perché ciascuno di noi vi partecipa, andando per la propria strada; io ad esempio non sono disposto ad allearmi con un liberale sostenitore del capitalismo solo perché dice di essere – ed è sincero quando lo dice – antifascista. Per me lui sarà sempre un nemico. Ma al di là della mia asocialità politica, il tema è più complesso, perché diventa difficile definirsi antifascisti quando non ci sono più i fascisti. A Fiumicino ovviamente ci sono, come in tante altre parti d’Italia, ma come combattiamo contro i fascisti che non si dichiarano tali, che adesso sono maggioranza? Se non c’è il fascismo, scompare anche l’antifascismo.
Se qualcuno a Fiumicino si fosse limitato a cancellare le svastiche dai muri avrebbe compiuto un’azione coraggiosa, perché naturalmente non è semplice agire contro chi sai che potrebbe picchiare te e la tua famiglia, non è semplice agire in un contesto di violenza diffusa, come è quella imposta da queste bande fasciste in alcune zone del nostro paese, ma non avrebbe fornito una risposta soddisfacente a queste domande. Avrebbe fatto molto, ma non abbastanza.
Invece chi ha coperto le svastiche prima con le poesie e poi con i quadri, chi ha usato la cultura e l’arte contro questa forma violenta di prevaricazione, ci ha ricordato che si è antifascisti prima di tutto quando si fa e si diffonde cultura. Le persone di Fiumicino con quel loro gesto hanno detto una cosa di una semplicità apparentemente banale, ma che pure abbiamo dimenticato: noi con l’arte e la cultura non ci definiamo solo con quell’anti messo davanti a qualcos’altro, ma in maniera positiva. Chi ama il bello e lotta per diffonderlo, chi sa e lotta affinché anche gli altri sappiano, chi legge poesie, chi guarda le opere d’arte, chi ascolta musica – e ovviamente chi scrive, chi dipinge e scolpisce, chi compone musica, chi fa arte e chi la insegna – tutti questi agiscono contro l’ignoranza, che è ciò di cui il fascismo, in tutte le sue forme, si nutre e in cui cresce. Il fascismo si combatte prima che con l’antifascismo con la cultura.
Era il 1924 e quando la casa editrice moscovita Gosizdat commissionò ad Aleksander Rodchenko un manifesto, questi sviluppò un’idea molto semplice: una donna che grida “libri”. Quel fotomontaggio, la cui protagonista era l’artista Lilja Brik, è elementare, quasi banale come strumento pubblicitario, eppure è diventato una della immagini simbolo del Novecento, per la sua forza espressiva e per il suo potere evocativo.
A quasi cent’anni di distanza, quel grido chiama in causa anche noi, ogni giorno, così come ha fatto agire le donne e gli uomini che a Fiumicino hanno usato l’arte per combattere il fascismo. Prima di fare politica o – se voi ancora la fate – mentre fate politica, non dobbiamo dimenticare che il nostro primo compito è quello di diffondere il bello, di trasmettere cultura, di offrire alle persone quello che conosciamo, di condividerlo con il maggior numero di persone. Anche se non abbiamo da nascondere delle svastiche disegnate su un muro, dovremmo affiggere poesie e quadri, lasciare in giro libri, aprire le finestre quando ascoltiamo musica, dobbiamo riempire le bacheche dei social di cose belle. E’ un gesto profondamente antifascista. Perché rivoluzionario.

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...