Gli arditi del Popolo

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Autore originale del testo: Matteo Tonelli
Fonte: repubblica
Url fonte: https://parma.repubblica.it/cronaca/2019/01/02/news/gli_arditi_del_popolo_tornano_sulle_barricate-215654976/

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GLI ARDITI DEL POPOLO – di LUIGI BALSAMINI – ed. GALZERANO

Gli Arditi del Popolo tornano sulle barricate

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Contro il fascismo combatterono armi in pugno. A Parma scrissero una delle pagine più gloriose. Ma, nonostante i successi, furono isolati da socialisti e comunisti. E poi dimenticati. Ora sono ricomparsi. Non solo in un libro

di Matteo Tonelli

“Da nulla sorgemmo”, gridavano. E nel nulla, per molto tempo, sono finiti. Relegati in poche righe di qualche libro di storia. Con i fascisti che li odiavano e la sinistra che li osteggiava, mal sopportando quella simbologia militaresca.

Persino il nome, Arditi, nato per le truppe d’assalto che durante la Prima guerra mondiale combattevano con pugnali, bombe e tanto coraggio, era scomodo. Sapeva di fascismo, squadracce e braccia tese.

Poco valeva che di Arditi si trattasse, ma “del popolo” e non di Mussolini. Nonostante fossero un’organizzazione antifascista che dall’estate 1921 all’autunno del 1922 combatté militarmente l’avanzata delle camicie nere, gli Arditi erano considerati “squadristi di sinistra”, figli di quel combattentismo rivoluzionario nato dalle fiamme della Grande Guerra, lontani anni luce dal neutralismo dei socialisti dell’epoca, poco “rivoluzionari” per i comunisti.

La loro storia è uscita dall’ombra non molti anni fa, quando una serie di libri ha ridato ai quei combattenti il giusto ruolo.

L’ultimo è quello di Luigi Balsamini, Gli arditi del Popolo (Galzerano editore. pp. 446, euro 290) che ripercorre l’epopea «di una meteora nel cielo incandescente della guerra civile». La loro storia comincia a Roma nel giugno del 1921, dopo una spaccatura con l’Associazione nazionale degli Arditi, che simpatizza per il fascismo.

La nuova organizzazione è guidata da Argo Secondari e, stando alle stime, nel momento di massimo fulgore conterà su quasi 150 sezioni sparse in Italia e circa 20 mila militanti, divisi in battaglioni. Gli Arditi del Popolo imbracciano i fucili usati nella Prima guerra mondiale, lanciano bombe a mano Sipe e petardi Thévenot; a volte colpiscono con semplici bastoni.

Fanno la loro comparsa ufficiale il 6 luglio del 1921, quando in migliaia sfilano all’Orto Botanico di Roma: inquadrati militarmente, manganelli in mano e guidati dai capicenturia, cantando «morte alla morte, morte al dolor». Una scena che l’Ordine Nuovo, il giornale diretto da Antonio Gramsci, racconta così: «Il verde dei prati scompare sotto una massa bruna illuminata dal sole che fa risaltare i drappi rossi».

Lenin, da Mosca, li applaude. I comunisti italiani invece, li guardano di traverso: «I nostri militanti non possono partecipare a iniziative del genere, la preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del partito. Non si può obbedire a due distinte discipline » taglia corto l’allora segretario Amadeo Bordiga. Eppure in quel tempo l’Italia è alla prese con la montante marea nera.

Le case del popolo vengono assaltate, i militanti della sinistra malmenati nell’inerzia, se non complicità, delle forze dell’ordine. Al governo c’è il socialista Ivanoe Bonomi che spera ancora di poter contenere i fascisti con un “patto di non belligeranza” firmato il 3 agosto del 1921 e mai rispettato da Mussolini e dai suoi. Serve una reazione e gli Arditi del Popolo scelgono di contendere ai fascisti l’egemonia nelle strade e nei quartieri. Si crea così un fronte unico formato da ex combattenti, anarchici, socialisti, comunisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari, operai.

Lottano e, a volte, vincono. Come a Viterbo, a Sarzana e soprattutto a Parma, nell’agosto del ‘22. La resistenza della città emiliana contro i 15 mila squadristi di Italo Balbo resta una delle pagine più gloriose degli Arditi del Popolo, guidati da Guido Picelli.

Per cinque giorni i fascisti provano a entrare in città; per cinque giorni vengono fermati dalle barricate e dai colpi di fucile. Finisce che le camicie nere ammainano i loro labari e tornano a casa. Anche durante la Marcia su Roma gli Arditi faranno la loro parte, impedendo ai neri di occupare San Lorenzo, storico quartiere dalle fortissime venature proletarie. Persino le donne si dimostreranno “ardite”.
A volte più degli uomini: come nel caso delle socialiste, risolute nel condannare la linea attendista del partito che non faceva altro che rafforzare Mussolini. Nonostante i successi, la parabola dell’antifascismo militante era segnata. Perché, oltre ai nemici esterni, Secondari e i suoi avevano dovuto fronteggiare anche quelli interni.

La stretta repressiva dei governi prefascisti, che in teoria avrebbe dovuto colpire tutte “le violenze”, finisce per accanirsi solo sulle azioni degli Arditi, dimenticando quelle degli squadristi mussoliniani. Scaricati da tutti, gli antifascisti devono fare i conti anche con una spaccatura interna di cui fa le spese Secondari. Nell’organizzazione emergono uomini legati ai partiti della sinistra tradizionale, primo fra tutti il socialista Giuseppe Mingrino (che negli anni a venire finirà per diventare un confidente e un agente provocatore della polizia politica fascista).

Per gli Arditi del Popolo il crollo è inarrestabile, nonostante l’appoggio degli anarchici che, con Errico Malatesta, continuano a sostenerli. Falcidiato dagli arresti, nell’ottobre 1922 il gruppo si sfalda. Con gran sollievo dei fascisti che aumentano la loro agibilità. Sugli Arditi scende l’oblio.

Per sentire riparlare di loro bisognerà attendere molti anni. Oggi, però, gruppi della sinistra radicale sono tornati a innalzare le bandiere col teschio col pugnale, come fa Patria Socialista durante la marcia organizzata ogni anno in ricordo dei partigiani a San Lorenzo. Sempre nel quartiere romano campeggia un murale dedicato agli Arditi. A Civitavecchia, invece, è stato recentemente inaugurato un monumento che li ricorda, ed è tornata a sventolare la bandiera con un’ascia che rompe un fascio che venne rubata dai fascisti grossetani.

E ancora, il film documentario di Giancarlo Bocchi, Il Ribelle, ripercorre la vita di Guido Picelli. Testimonianze che rendono ancora più profondo quel «solco di sangue e di macerie fumanti» che, come diceva Secondari «divide fascisti e Arditi».

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