Non sarà Bonaccini a vincere, ma Salvini a perdere

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Autore originale del testo: Giuliano Cazzola

di Giuliano Cazzola

Sono capolista, a Bologna, di ‘’+Europa, Pri, Psi’’, una delle sei liste che sostengono la rielezione di Stefano Bonaccini nella consultazione del prossimo 26 gennaio in Emilia Romagna.

Una  delle ragioni che mi hanno indotto a ‘’metterci la faccia’’ per dare un contributo ad una causa giusta, è data dal fatto che la coalizione di Bonaccini non include il M5S, né l’estrema sinistra, formazioni che sono in campo in modo autonomo, con propri candidati. Ma la questione decisiva sta nella piattaforma politica di +Europa e dei suoi alleati, decisamente  – oserei dire radicalmente – schierata ad usbergo dei valori della società aperta, delle libertà politiche, economiche e civili, del libero commercio internazionale, del rafforzamento della Ue e della difesa dell’euro, dell’accoglienza, della integrazione e della solidarietà. Per questi motivi la lista si batte nell’interesse di una regione – intesa nel complesso delle sue espressioni istituzionali, economiche e sociali – che è un ‘’campione’’ europeo, che deve gran parte del suo benessere e del suo sviluppo all’esportazioni di prodotti  di qualità sul mercato continentale ed internazionale. Una svolta sovranista ed antieuropea sul piano nazionale porterebbe dei danni irreparabili ad una delle economie più floride del Paese e agli standard del vivere civile della regione. Ecco perché +Europa è impegnata a contrastare la strategia di Matteo Salvini, che usa l’elezioni regionali in Emilia Romagna per vincere a Roma; ovvero per consolidare j successi elettorali della Lega e avvicinare la crisi di governo e le consultazioni anticipate, esibendo lo scalpo della regione ‘’rossa’’. Seguendo da vicino la campagna elettorale emerge con chiarezza quello che potremmo chiamare il ‘’paradosso emiliano-romagnolo’’. E’ stato il Capitano a portare la sfida a livello nazionale.

Nella campagna elettorale che conduce in prima persona, battendo a tappeto il territorio (portandosi appresso Lucia Borgonzoni come una silente ‘’Madonna Pellegrina’’) non ha interesse a criticare l’opera dell’amministrazione Bonaccini; anzi, come si è scoperto, Salvini ha invitato gli attivisti a sorvolare sui problemi regionali (salvo usare la clava su Bibbiano dove il leader della Lega terrà il comizio conclusivo, attaccandosi a una montatura, perché non ha argomenti di critica più solidi). Su questo terreno, non voglio esagerare, ma +Europa rischia di diventare l’unico avversario, perché è in campo, come ha detto Emma Bonino, per fermare Salvini.

Chi scrive, infatti, è convinto che Lucia Bergonzoni potrà essere (il che è ovvio) presidente della Regione, solo come effetto collaterale del successo di  Salvini. Ma è meno ovvia la considerazione inversa: Bonaccini sarà riconfermato solo se Salvini sarà sconfitto. Non sarà Bonaccini a vincere, ma Salvini a perdere. Nessuno – se non il ‘’movimento delle sardine’’ – è mobilitato su di un disegno ostile a quanto rappresenta l’ex ministro di Polizia. Nessuno, tranne +Europa, si azzarda a dire, con ostinazione, che il voto in Emilia Romagna costituisce un passaggio storico per il Paese. E che lo scontro va portato a questo livello, in difesa della democrazia e della buona politica, contro l’avventurismo irresponsabile del sovranismo. Stefano Bonaccini – poteva forse fare altro? – si è chiuso all’interno dei confini regionali, nella speranza che gli elettori si accorgano dell’inconsistenza della candidata avversaria (quelli di Roma non sono stati in grado).

Certo, se l’Emilia Romagna fosse una regione del Madagascar, non ci sarebbero problemi. Ma, in Italia, il voto del 26 gennaio sarà ricordato, dalle forze democratiche, come quello di una grande vittoria o di una devastante sconfitta politica. Il coraggio di Bonaccini è ammirevole; deve resistere ad una ‘’macchina da guerra’’, per niente ‘’gioiosa’’, ma impegnata in una battaglia decisiva. Deve sconfiggere – o quanto meno arrestare – un progetto di dominio nazionale; deve combattere al posto di un Pd che non è in grado di affrontare Salvini per quello che è. Basti pensare al rinvio, a dopo il 26 gennaio, del voto sull’autorizzazione a procedere sul caso Gregoretti. Non si voleva trasformare il Capitano in un ‘’martire’’ avvantaggiandolo sul piano elettorale. Se la motivazione è questa, la partita è già persa. Perché, sia pure in modo inconsapevole, chi ragiona così riconosce che la narrazione salviniana è invincibile, tanto da  potersi permettere di violare impunemente quella stessa legge che porta il suo nome.