Occidente, non più al centro dell’Universo

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Siamo ignoranti come capre 

Intervista a Giulietto Chiesa  di Simone Bertasa,  24 novembre 2014

“Se non c’erano gli americani a quest’ora noi, eravamo europei” (Giorgio Gaber).
 
Giulietto Chiesa ha un’altra visione dell’Europa e del mondo, perché ha un altro punto di osservazione: inviato a Mosca per anni, ha conosciuto personalmente Gorbacev, ha vissuto gli anni della desovietizzazione, di Eltsin e di Putin. Un “mondo di mondi” gigantesco di cui ci ricordiamo solo quando confligge con le periferie del nostro, come nelle vicende del conflitto ucraino: è in questi casi che ci rendiamo conto che ci mancano (e non ci sono offerti) gli strumenti di base per decifrarlo; che guardiamo la Russia – e forse anche noi stessi – con occhi, sostanzialmente, americani. Abbiamo parlato soprattutto di questo, con Giulietto Chiesa, all’ora di colazione, in Città Alta.
 
“Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà” (dallo stesso pezzo di Gaber).
 
Per restare aggiornati sul lavoro di Giulietto Chiesa, oltre al sito www.giuliettochiesa.it , a www.megachip.info, vi è ora Pandora TV, il suo canale web.
 

Che lavoro fa Giulietto Chiesa?

È impossibile spiegare che lavoro faccio: faccio quello che mi piace, quindi è come se non avessi mai lavorato.

 Quindi lei non è un giornalista…

Neanche questo, perché mi piace raccontare, e raccontare non lo considero un lavoro.
Gli unici momenti in cui è stato per me un po’ un lavoro, nel senso che io avrei voluto essere altrove, era quando ero in guerra. Fare l’inviato di guerra non è proprio gradevole.

Dove è stato in guerra?

Bella domanda. Ero partito per fare il corrispondente dall’Unione Sovietica, sono stato lì un po’ di tempo e questo paese è andato in pezzi; quindi sono andato in guerra, a fare l’inviato. L’inviato normale, diciamo. Sono stato otto volte in Afghanistan, che non era Unione Sovietica, ma siccome c’erano i sovietici, ci andai. Poi sono scoppiati tutti quei conflitti di cui abbiamo saputo pochissimo, il Nagorno-Karabakh, l’Ossezia del Sud… Ho anche stabilito un record: sono stato il primo giornalista occidentale ad arrivare in Ossezia del Sud, a Tskhinvali ,quando la Georgia attaccò. Bisognava attraversare la linea del fuoco con le mani alzate. Mi ricordo che quando oltrepassai la frontiera c’era una neve enorme. Vi furono conversazioni attraverso i radiotelefoni, affinché mi lasciassero passare. In quei casi, appunto, non si può dire che si stia facendo una passeggiata…

Credo che solo la verità onori l’intelligenza delle persone, e lei mi pare un giornalista legato a doppio filo alla ricerca della verità…

Sì, ho imparato un sacco di cose cammin facendo. Quando ho iniziato a fare il giornalista ero già adulto, avevo 39 anni, e la mia idea del giornalismo era del tutto diversa. Pian piano poi sono diventato quello che sono, ma prima della ricerca della verità metto il rispetto per gli altri.

 E gli altri sono tanti, e molto diversi tra loro…

Io per esempio sono partito da qui, l’Italia: un paese monoetnico dove tutti noi parliamo italiano. Quando invece vai in un paese come la Russia, che lo storico russo Mikhail Ghefter definì benissimo come “un mondo di mondi”, ti accorgi immediatamente che la nostra monoetnicità è una rarità assoluta. In paesi come quello ci sono più di 70 etnie diverse, che parlano 100 lingue diverse. La prima volta che sono stato in Daghestan fui ospite a cena a casa di un poliziotto che parlava 5 lingue. Un poliziotto normale. In Daghestan ci sono almeno 7 diverse etnie che parlano 7 lingue tra loro diversissime, come il Tedesco e l’Italiano.

 E come mai noi non sappiamo nulla di queste cose?

Perché siamo ignoranti come capre!

 Grazie Giulietto, mi conforta molto.

Ma scusa, ogni giornale italiano ha 2 o 3 corrispondenti da New York…noi parliamo del nostro mondo, continuiamo a guardarci addosso! Ed il resto del mondo noi non lo conosciamo per niente. In questi anni in cui ho fatto questo mestiere ho visto con i miei occhi come “il resto del mondo” cresceva, e diventava importante, prendeva coscienza di sé. Pertanto, mentre noi continuiamo a guardarci come fossimo il centro dell’universo, l’universo continua a muoversi per conto suo. Ed è enorme, e noi non lo possiamo governare tutto.

matrioska putin

 Ci mancherebbe…

Una volta mi sono trovato in Jacuzia, e mi hanno invitato a fare un giro sul fiume Lena. Un fiume grande, la cui vista in certi punti arriva fino all’orizzonte. Ero a bordo di una nave, chiamata “Demian Bednij”, che è il nome di un grande poeta russo, e camminavo in un corridoio: ad un certo punto mi ritrovai di fronte una grande mappa di plastica, raffigurante un emisfero, una sorta di cartina geografica. La guardai concentratissimo, e mi chiesi “di che si tratta?”. Capii che era una carta geografica che raffigurava un emisfero con al centro la Jacuzia. Guardandola bene, mi resi conto che l’Europa era a sinistra, relegata in un angolino in basso. A destra c’era invece l’immenso Oceano Pacifico, ed al centro la Siberia, che è gigantesca. E si vedevano a malapena gli Stati Uniti. Il mondo visto così è completamente diverso dal nostro.

 La Jacuzia è sul mare, e nel Risiko mi permette di attaccare l’Alaska…

No, sul mare c’è l’estremo oriente russo, ma siamo lì vicini. La Jacuzia è un paese all’incirca grande come l’Europa, abitata da un milione di persone, con immense ricchezze. Il problema è che non relativizziamo le nostre percezioni, così noi non sappiamo niente del Daghestan, niente del Caucaso, ma non sappiamo niente neanche della P2.

 Non sappiamo niente nemmeno di quanto sta accadendo più vicino a noi. Come in Ucraina, per esempio, dove lei sostiene abbia avuto inizio il terzo conflitto mondiale.

Il tentativo di innescare il terzo conflitto mondiale. Mi spiego, io non faccio una profezia, è un’analisi dei fatti. Vedo la tendenza.

 Persino il Papa ha usato l’espressione “Terza Guerra Mondiale”.

Cos’è che abbiamo in comune io e il Papa? Se ho capito bene Papa Francesco è il protagonista di una grande crisi, la crisi della Chiesa Cattolica. Non pretendo di essere nel vero, ma il passaggio tra Ratzinger e Bergoglio l’ho visto così: Bergoglio è uno che ha capito che la Chiesa Cattolica si trova in una grande crisi perché si identifica nell’Occidente, e perciò sta perdendo consensi nel resto del mondo. Bergoglio è il tentativo di riprendere contatto con il resto del mondo. Forse qui ho qualcosa in comune con lui. L’Occidente è quello dell’illusione della crescita infinita, che ha dominato questo pianeta negli ultimi anni. Non è possibile una crescita infinita in un mondo finito.

 Ci sarebbe bisogno di iniziare a colonizzare un nuovo pianeta.

Non c’è tempo. La fine arriverà prima.

 Qui in Europa tutto è piccolo, in America tutto è grande. Qui per sostenere un’economia proficua servono piccole imprese, mentre le grandi multinazionali farebbero solo un grandissimo disastro…

E l’hanno fatto, infatti. Gli Stati Uniti hanno impostato, hanno costruito, è la loro cultura. La loro potenza si basa sulla tecnologia. E questa tecnologia ha preso il sopravvento. Ne abbiamo da tutte le parti: io sono stufo di vedere la tecnologia, in questo momento. Loro però pensano anche di potere imporre al resto del mondo la loro opinione; e questo non è possibile. È un errore di prospettiva storica, collettivo, che il modello occidentale, che è americano (perché loro l’hanno promosso) debba essere inevitabilmente giusto per tutti. Una mancanza di prospettiva storica di uno stato giovane, molto pragmatico, molto sintetico, che non ha una piena visione del mondo. Loro hanno pensato di colonizzare culturalmente ed intellettualmente tutto il mondo, senza rendersi conto che non potevano colonizzare neanche gli europei. Noi siamo diversi da loro.

Mi sorprende molto che dentro a questa Europa non vi sia però più una voce forte dal punto di vista del dissenso. Noi Europei siamo sempre zitti e a disposizione. È possibile secondo lei invertire questa tendenza?

GC: Si richiede un grande salto generazionale. La generazione che ci governa è composta da dirigenti che non sono neanche le ombre dei dirigenti che c’erano nel passato. Adenauer, per esempio, era un gigante, questi qui che abbiamo adesso sono dei maggiordomi. La differenza è questa: è gente che accetta i rapporti di forza. Là c’è qualcuno che comanda, e se mi chiede il caffè io gli porto il caffè. Maggiordomi, e quando dico maggiordomi intendo dire maggiordomi.

Forse questa classe politica è una perfetta rappresentazione della devoluzione della nostra specie. Rendiamoci conto, noi sul pianeta siamo come formiche su una brioche. Le formiche consumano tutta la brioche, portandola poi in pezzi nella loro casa, il formicaio. Noi invece non ci rendiamo conto che la nostra casa è la brioche stessa, e la stiamo consumando tutta. È come se concorressimo a costituire una nuova atmosfera adatta ad un’altra specie e non più a noi.

Già, il nostro pianeta è questo, non ce n’è altri. Il momento in cui avremo consumato tutto arriverà prima del momento in cui noi potremo avere costruito la benché minima astronave per andare su Marte. Perché io e te siam qui a parlare? Per la concentrazione di ossigeno che c’è nell’atmosfera terrestre. Siamo, esattamente come le formiche che hai citato, prodotti di una determinata concentrazione di ossigeno presente nell’atmosfera.
C’è una bellissima barzelletta che mi ha raccontato personalmente Gorbacëv, domandandomi ridendo se non la trovavo vera: Ci sono due pianeti che si incontrano. Uno dei due è in gran forma, luminoso, trasparente, bella atmosfera… e l’altro invece si presenta tutto pieno di buchi, sporco, malandato e ansimante.
“Ma che cavolo è successo?”, chiede il primo pianeta all’altro, “Ti ho lasciato qualche milione di anni fa, e stavi così bene!”.
E l’altro: “ Mi sono trovato in mezzo a tutto un insieme di insetti, che mi tormentano, mi pungono, mi bruciano, mi fanno male…”
“Insetti? Non saranno per caso uomini?”
“Sì, esatto, sono loro.”
“Ah, allora non preoccuparti, tanto li elimini!”

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Fa piacere poter affrontare certe tematiche con allegria, è fondamentale. Per concludere, vorrei porle una domanda del tutto diversa. Lei è in grado di darmi dei nomi di giornalisti credibili?

[5 secondi di silenzio, NdA]

Sì! Massimo Fini. Non condivido quello che dice, ma è una persona libera. Un altro, che è già morto purtroppo, è Tiziano Terzani. Uno con gli occhi aperti, uno che ha il “panorama grande”, e se hai davanti agli occhi un “panorama grande” sei salvo. In altri casi invece c’è chi deve portare il paraocchi, come i cavalli che se rimangono senza impazziscono. A suo modo, può essere credibile pure Scalfari, ma, ahimè, lo considero uno dei peggiori responsabili del disastro politico italiano. Poi un altro uomo intelligente sulla piazza è Sergio Romano, ex ambasciatore italiano in Russia, è stato uno che ha continuato a dire quello che pensa. E poi Giovanni Sartori, a cui devo molto, anche se è molto diverso da me. Ne consiglio il libro Homo Videns, nel quale è teorizzata per la prima volta la mutazione antropologica che l’atto di visione produce, che l’immagine in movimento genera. A pensarci bene sono pochissimi i giornalisti credibili.