Sinistra e Destra: tradizione, identità, appartenenza

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di Costanzo Preve, da l’intellettuale dissidente, 22 gennaio 2014

La sinistra del trascendimento sociale si rende invece perfettamente conto del fatto che nessuna conquista sotto il capitalismo è irreversibile e garantita. Non si tratta dunque di semplice massimalismo o di semplice populismo. Si tratta invece di un lodevole sforzo per comprendere l’insieme dei rapporti sociali, e di qui nasce quella critica all’imperialismo che a mio avviso è il punto più alto ed il massimo contributo di questa sinistra nel periodo 1871-1914.

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  1. Si parla molto oggi di superamento della vecchia dicotomia fra sinistra e destra, ma non sempre si portano argomenti convincenti per rendere realmente credibile questo superamento. Chi sostiene che la dicotomia è ancora valida fa in genere riferimento al valore dell’eguaglianza e della solidarietà, dicendo che la destra non pratica questi valori, mentre la sinistra sostiene i salariati in nome dell’eguaglianza e gli immigrati in nome della solidarietà.

Chi invece sostiene che la dicotomia è ormai obsoleta, e viene mantenuta artificialmente per creare una contrapposizione fittizia puramente elettorale, fa riferimento soprattutto al recente allineamento della cosiddetta “sinistra” (o almeno della sua parte largamente maggioritaria sul piano elettorale, sindacale ed intellettuale) all’imperialismo americano ed alle sue guerre di dominio geopolitico del mondo (Irak 1991, Serbia 1999, Afganistan 2001-2002).

 In questo breve testo non vorrei semplicemente ripetere queste polemiche, in cui tutto è già stato detto e ridetto. Preferirei esporre le cose in modo più rigoroso e sistematico, seguendo un filo del discorso maggiormente convincente.

  1. Per onestà verso il lettore, dico subito di essere convinto sostenitore del sostanziale esaurimento di questa dicotomia, e del fatto dunque che un sostanziale superamento sarebbe ormai possibile ed utile. Una simile affermazione non è però sufficiente, bisogna argomentarla sul piano prima storico e poi teorico e culturale. E’ quello che cercherò di fare.

Farò prima una brevissima premessa autobiografica per spiegare i due momenti della mia vita in cui ho maturato questa convinzione, un primo momento in modo puramente teorico e culturale ed un secondo momento in modo anche emotivo.

 Dopo questa breve premessa autobiografica prenderò la strada della esposizione storica e teorica.

 In primo luogo sosterrò perché, a mio avviso, la dicotomia fra sinistra e destra, formalmente iniziata con la rivoluzione francese e la collocazione dei parlamentari nel 1791, ha però il suo vero inizio contemporaneo dopo la Comune di Parigi del 1871 e con la seconda rivoluzione industriale. Da questa data hanno inizio le tappe della vera e propria formazione progressiva delle identità di sinistra e destra, identità che strutturano fisiologicamente anche delle appartenenze.

 In secondo luogo affronterò il problema centrale di queste brevi note, e cioè se si possano classificare tranquillamente il fascismo e il nazismo come fenomeni storicamente di destra, ed il socialismo e il comunismo come fenomeni storici di sinistra. Una simile domanda può sembrare ovvia e retorica, ma in realtà non è così. Per quanto riguarda il fascismo ed il nazismo ritengo che nell’essenziale abbia ragione lo storico israeliano Zeev Sternhell, e cioè che si tratta di fenomeni la cui natura non è veramente né di destra né di sinistra.

 Personalmente, tenderei però a sfumare la tesi di Sternhell, nel senso che mi sembra piuttosto che si sia trattato di fenomeni storici la cui natura profonda è proprio il superamento della dicotomia, ma la cui ideologia (e la falsa coscienza che la accompagna) è invece stata il tentativo di egemonia e di integrazione di tutte le precedenti tradizioni della destra.

 Per quanto riguarda il socialismo e il comunismo ritengo invece che il solo socialismo sia stato a tutti gli effetti un fenomeno di sinistra per così dire storicamente fisiologico, mentre il comunismo ha avuto certamente una matrice storica di sinistra, ma il suo sviluppo ha comportato la creazione di una sinistra talmente anomala da superarne di fatto i vecchi confini. La logica della mia riflessione è quella di applicare anche al comunismo lo stesso ragionamento che Sternhell ha applicato al solo fascismo, ma non però in base alla nota teoria del totalitarismo, che anzi respingerò con alcuni sintetici (ma spero chiari) ragionamenti.

 In terzo luogo, sulla scorta di una periodizzazione del Novecento sviluppata recentemente da Massimo Bontempelli, sosterrò che la dicotomia fra sinistra e destra, che era stata precedentemente reale, comincia ad esaurirsi intorno alla metà degli anni Settanta (almeno in Europa), e questo esaurimento ha un salto qualitativo nel triennio 1989-1991, in cui si dissolve rapidamente il comunismo storico novecentesco come sistema economico, ideologico, politico e geopolitico.

 Paradossalmente questo fatto viene oscurato dalle corporazione degli intellettuali, dei politici e dei giornalisti, che interpretano la fine del fascismo e del comunismo (Grecia e Portogallo 1974, Spagna 1975, paesi dell’Est europeo 1989, Russia 1991) come la vera restaurazione della dicotomia “pulita” fra sinistra e destra dopo la fine dell’equivoco anomalo del fascismo e del comunismo. Definirò quest’idea, senza alcun malanimo, ma anzi con stima verso Norberto Bobbio una vera e propria “illusione bobbiana“. Questa illusione bobbiana rappresenta a mio avviso, sul piano teorico almeno, l’ultima trincea filosofica per il mantenimento di una dicotomia che a mio avviso ha smesso di rappresentare in modo efficace la realtà presente. Nel contesto culturale italiano, si tratta del proseguimento dell’egemonia dell’azionismo, passato dal vecchio azionismo antifascista, al nuovo azionismo antiberlusconiano.

 In quarto luogo, infine, sosterrò che è proprio l’avanzato esaurimento storico della dicotomia a fare da premessa materiale al suo superamento anche filosofico e culturale. Ovviamente, non mi nasconderò riserve ed eccezioni, perché non esiste modo peggiore di difendere una tesi di quello che non riesce neppure a vedere i punti deboli della propria argomentazione.

  1. In questo e nei prossimi due paragrafi svolgerò alcune considerazioni personali sulla ragioni che mi hanno progressivamente portato ad abbandonare radicalmente la dicotomia fra sinistra e destra come criterio di orientamento e bussola per gli avvenimenti storici e politici contemporanei.

Faccio questo non perché creda all’autobiografismo (sono d’accordo con Hegel, che scrisse che tutto ciò che nei miei scritti c’è di personale è falso), ma perché il lettore ha diritto di conoscere non solo il prodotto ma anche il processo di produzione. In questo paragrafo toccherò soltanto cinque punti telegrafici.

In primo luogo, con la stragrande maggioranza dei cosiddetti intellettuali comunisti e marxisti, ho dato per scontato per almeno un ventennio che la sinistra fosse l’unico luogo storico e culturale possibile non solo per la rivoluzione, ma anche per la razionalità e il progresso dell’umanità. Si trattava di un presupposto di autosufficienza che conteneva un aspetto parzialmente narcisistico, evidente oggi nella crociata antiberlusconiana di personaggi che approvano tutte le guerre imperiali americane, ma poi credono che il problema dei problemi sia il cattivo gusto delle televisioni private o il conflitto di interessi. Questo presupposto di autosufficienza mi spingeva ovviamente a condividere il “tabù dell’impurità” verso chiunque si dichiarasse di destra o di estrema destra. Non mi era chiaro, e non poteva esserlo ai miei coetanei ingannati, che il prolungamento di questa guerra civile simulata serviva soltanto a riprodurre un sistema politico consociativo (ancorché migliore di quello nato dopo il 1992 ad opera del colpo di stato giudiziario di Mani Pulite). In poche parole, per dirla in termini cartesiani, non ero stato ancora investito né dal dubbio metodico né tantomeno dal dubbio iperbolico.

 In secondo luogo, ripeto quanto già scritto in molte altre sedi, e cioè che considero gli esiti storici del Sessantotto un episodio della storia dell’individualismo radicale contemporaneo (chi ha sostenuto con migliori argomenti questa tesi è stato il francese Lipovetsky). Il Sessantotto, almeno in Italia e Francia, si caratterizza per la compresenza di una spinta irresistibile alla modernizzazione post-borghese dei costumi, da un lato, e di una falsa coscienza ideologica che mascherava questa modernizzazione post-borghese con l’assunzione di una utopia comunista e libertaria, vissuta peraltro in buona fede in quasi tutti i casi. In quanto tale, il Sessantotto non è dunque la matrice dei partitini rivoluzionari del periodo 1969-1977 e neppure della lotta armata brigatista in Italia. L’ideologia di destra che fa questa equazione è del tutto fuori strada.

 In terzo luogo, se si studia l’ideologia italiana dei micropartitini erroneamente detti estremistici degli anni 1969-1977 (Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, partitini marxisti-leninisti, eccetera), si deve sapere che il loro riferimento a Marx ed a Lenin era del tutto formale, astratto ed infondato. Il marxismo era assunto nella forma dell’operaismo italiano, ed il leninismo nella forma del populismo pauperistico. Questo spiega perché vediamo oggi il populista pauperistico Aldo Brandirali nell’area politica di Berlusconi, e l’operaista Adriano Sofri fra gli apologeti del sionismo, delle guerre americane e dell’imperialismo più totale. Non si è dunque trattato di un “tradimento“.

 Nessun moralismo serve a capire il fenomeno. Questa gente non ha mai avuto in nessun momento il minimo rapporto con Marx o con Lenin, e si tratta allora di avventure della dialettica del tutto specifiche.

 In quarto luogo, se si esamina l’ideologia della lotta armata in Italia (sia sul versante Brigate Rosse che in quello Prima Linea) si vede che si tratta semplicemente dell’uso delle armi da fuoco a partire dal precedente demenziale paradigma teorico e politico dell’operaismo e del populismo pauperistico. Marx e Lenin non c’entrano niente. Marx è il teorico del lavoratore collettivo cooperativo associato, e Lenin è il teorico delle larghe alleanze di classe.

 Tutto questo era del tutto estraneo agli allucinati pistoleros, che erano mossi da tre presupposti del tutto onirici.

Primo, una concezione paranoica del capitalismo mondiale come meccanismo unitario e pianificato, il cosiddetto SIM, lo Stato Imperialista delle Multinazionali (e questa concezione unitaria e non concorrenziale resta oggi nell’idea di impero senza imperialismo di Toni Negri). Il capitalismo diventa l’organizzazione Spectre di James Bond.

 Secondo, una concezione che definirei di operaismo mistico, per cui la classe operaia di fabbrica continua ad essere vista come il gigante buono da svegliare con azioni esemplari, alla faccia delle leniniane alleanze di classe.

 Terzo, una concezione che definirei di antifascismo mitico, per cui ci si sentiva eredi ed emuli di Pesce, il partigiano dei GAP, e di Kamo, il rapinatore di banche armeno del tempo di Lenin, e si vedeva un fascista in ogni poliziotto democristiano ed in ogni ingegnere FIAT (questo antifascismo mitico permane ancora oggi in chi continua a vedere Bossi, Berlusconi e Fini dei semplici eredi del fascismo metafisico).

 Come si vede questi tre presupposti non hanno nulla a che vedere con il marxismo e con il leninismo. Chi li ignora può ripetere questo luogo comune infondato, ma chi sa chi sono stati e che cosa hanno scritto Marx e Lenin (ed io lo so) non si farà prendere per il naso.

 In quinto luogo, devo dire che l’avvento del gorbaciovismo nel 1985 mi fece cadere in una comprensibile schizofrenia, che peraltro condivisi con molti intellettuali marxisti del mondo. Da un lato, sulla scorta di analisti marxisti come Paul Sweezy e Charles Bettelheim, ero convinto da tempo che il socialismo reale fosse diretto da una nuova ed inedita classe sfruttatrice, formatasi con il consolidamento delle burocrazie dispotiche della fusione tra partito e stato (più esattamente, fra partito comunista e stato socialista), e perciò nessuna riforma potesse partire dall’alto in una direzione di emancipazione socialista.

 Dall’altro, continuavo pascalianamente a sperare nell’autoriforma della burocrazia, e che il baraccone potesse essere salvato all’ultimo momento, perché mi era già chiaro che il crollo geopolitico del baraccone burocratico avrebbe comportato il sorgere da incubo di un impero americano unilaterale.

 Con questi sentimenti schizofrenici affrontai il fenomeno Gorbaciov, e ci misi molto per capire ciò che avrebbe dovuto essere marxianamente chiaro, e cioè che la classe sfruttatrice dei burocrati di stato, resasi conto di non poter continuare con il vecchio meccanismo statalista e pianificato di sfruttamento, si sarebbe infine riciclata come nuova borghesia compradora e speculativa del più solido e collaudato capitalismo occidentale. Il che ovviamente avvenne, insieme con l’affermazione dell’odioso ed ipocrita unilateralismo geopolitico americano. Meno Pascal e più Marx, meno scommessa e più analisi, eccetera, mi avrebbe forse fatto capire meglio le cose. Ma come disse il saggio proverbio, meglio tardi che mai.

Sul piano intellettuale, cominciai a capire che la dicotomia di sinistra e destra era del tutto inservibile per mettere a fuoco i problemi di un eventuale rinnovamento del marxismo nel triennio 1991-1993, quando per l’editore Vangelista di Milano scrissi una serie di libri, fra cui una trilogia dedicata ai rapporti rispettivi del marxismo con il nichilismo, l’universalismo e l’individualismo.

Mano a mano che approfondivo l’analisi, mi rendevo conto che la dicotomia non era solo inservibile, ma addirittura fuorviante, e dava luogo a ciò che nel Seicento Bacone chiamava “idola”, cioè pregiudizi devianti.

 Per quanto riguarda il nichilismo moderno, la sinistra ne era stata addirittura il luogo privilegiato con la sua evoluzione dal precedente storicismo progressistico al disincanto post-moderno della fine della storia.

 Per quanto riguarda l’universalismo, la sinistra era stata storicamente il vettore principale del suo scioglimento nei particolarismi non universalistici della classe (operaia) e del partito (socialista e poi comunista). Ma l’universalismo della classe e del partito era stato sempre e solo astratto, aprioristico e formale, mentre nella realtà storica non aveva mai funzionato come tale.

 Per quanto riguarda l’individualismo, infine, la sinistra non aveva ripreso la preziosa indicazione di Marx sulla libera individualità sociale (che per Marx avrebbe dovuto essere la base dell’antropologia comunista, dopo la dipendenza personale precapitalistica e l’indipendenza personale borghese), ma era caduta in forme di identità e di appartenenza di tipo organicistico e tribale (il cosiddetto “popolo di sinistra“).

 Insomma, non posso farla lunga per ragioni di spazio. Basti concludere che fu proprio il processo di ripensamento personale a farmi prendere atto del fatto che finché ragionavo in termini di opposizione polare fra sinistra e destra non ne sarei mai venuto fuori.

Sul piano teorico avevo già dunque rotto con la dicotomia fino dai primi anni Novanta. Ma restava ancora un radicamento emotivo di appartenenza, duro a morire come tutti i radicamenti identitari ad origine biografica. La rottura emotiva per me risale al marzo 1999, quando i bombardieri americani e dei loro servi europei della NATO (con la lodevole eccezione della Grecia, patria della filosofia) cominciarono a cospargere di uranio radioattivo la Jugoslavia.

 Da vecchio conoscitore dei Balcani, sapevo perfettamente che non c’era in corso nessun genocidio e neppure nessuna pulizia etnica (cioè espulsione etnica di massa da un territorio), ma solo una repressione armata di un movimento armato indipendentista (una situazione comune ad almeno cinquanta paesi al mondo).

 Sapevo anche che il movimento armato indipendentista albanese UCK perseguiva la pulizia etnica dei serbi, mentre Milosevic non perseguiva quella degli albanesi. Sapevo anche che gli americani erano del tutto indifferenti ai cosiddetti “motivi umanitari”, e volevano invece un insediamento militare geopolitico nei Balcani (l’odierno Camp Bondsteel).

 Sapevo anche che i cosiddetti colloqui di Rambouillet erano stati una trappola pianificata dalla Albright. Bene, tutto questa era largamente noto, ed invece vidi la sinistra che appoggiava la guerra americana, Veltroni che sfilava in suo appoggio,  che inneggiava sulle colonne del giornale-partito “La Repubblica”,

 che prestava il suo nome alla cosiddetta Operazione Arcobaleno, eccetera. In quel momento in me si ruppe qualcosa. Poi lessi che la rivista “Diorama Letterario” di Tarchi si era invece impegnata contro la guerra con contributi pacati ed equilibrati, ed allora decisi che il “tabù dell’impurità” avrebbe dovuto essere rotto proprio per preservare la mia salute mentale e la mia dignità personale di studioso. E l’ho fatto.

 Dopo questi tre paragrafi dedicati ad una ricostruzione necessariamente autobiografica, possiamo finalmente passare alla parte teorica. Inizierò allora sostenendo che la dicotomia contemporanea fra sinistra e destra non inizia a mio avviso nel 1789, come si tende a dire, ma si costituisce veramente solo a partire dal 1871, ed ha una significativa accelerazione solo dopo il caso Dreyfus in Francia, in cui si costituisce per la prima volta il gruppo degli “intellettuali di sinistra” come gruppo identitario di appartenenza stabile. Certo, questo riguarda solo l’Europa Occidentale, non l’Inghilterra, l’America o la Russia, ma è egualmente interessante.

A proposito del periodo storico che va dal 1789 al 1871 so bene che molti utilizzano ampiamente la dicotomia tra sinistra e destra per classificare le posizione politiche contrapposte. Tutto questo è legittimo, ma non sono del tutto d’accordo, perché c’è il pericolo di confondere queste categorie con il loro uso attuale, che è diverso e talvolta opposto. Ad esempio la parola “patria” nasce a sinistra, e ci mette quasi un secolo per transitare a destra (e sta oggi tornando lentamente a sinistra, vedi il caso Chevènement in Francia – proprio per la nuova situazione imperiale americana).

 Mazzini e Garibaldi sono indubbiamente più a sinistra di Cavour, ma questo ci dice veramente molto poco sul nostro risorgimento. Alcuni parlano di tre tipi diversi di destra francese (la destra borbonica legittimista e tradizionalista, la destra orleanista speculativa, liberale e faccendiera, ed infine la destra bonapartista, populistica e plebiscitaria). Tutto vero, ma anche tutto inutile per capire il presente. I nordisti erano chiaramente più a sinistra dei sudisti, perché volevano liberare gli schiavi, ma erano poi i portatori del capitalismo più selvaggio, oligarchico, banditesco e piratesco della storia universale. Potrei continuare al lungo, ma questo mi basta per chiarire come prima del 1871 preferirei non usare questa delicata dicotomia.

Fra il marzo e il maggio 1871 si sviluppò e fu sanguinosamente repressa la Comune di Parigi. Un evento storico reale, ma anche un evento simbolico. Dal punto di vista storico, la Comune chiude una fase, e non ne apre assolutamente un’altra. Si tratta dell’ultima grande rivolta popolare ottocentesca, prima della nascita del socialismo e del movimento operaio organizzato, partitico e sindacale. Ma da un punto di vista simbolico, la Comune è l’occasione di uno schieramento ideale. L’atteggiamento di Nietzsche verso la Comune di Parigi mi sembra assolutamente sintomatico, ed è questa fra l’altro la ragione principale per cui, a differenza dei post-moderni alla Gianni Vattimo, considero Nietzsche un pensatore fondamentalmente di destra, e non un pensatore dell’Oltreuomo posteriore alla dicotomia sinistra/destra. La Comune di Parigi appare subito non solo come una comune insurrezione urbana popolare, ma come il sintomo di una crisi di civiltà. Ed infatti è proprio così. Il terreno filosofico della dicotomia fra sinistra e destra è proprio quello dell’interpretazione corretta e della diagnosi della crisi di civiltà.

Ogni crisi di civiltà, o quella che si ritiene tale, viene giudicata in base a parametri di classificazione teorica, che a sua volta traggono spesso origine da reazioni emotive primarie. La distinzione fra destra e sinistra richiede questi parametri di classificazione. Essi non sono sempre in qualche misura arbitrari. Non esistono parametri storiografici definitivi. Ogni generazione ne riscrive di nuovi.

 I parametri oggi più usati in Italia in filosofia politica sono quelli proposti da Norberto Bobbio, ma questo avviene proprio perché viviamo in un’epoca di egemonia liberale e neoliberale, ed i parametri bobbiani sono particolarmente adatti a fondare questa egemonia, perché sono stati programmaticamente costruiti sulla base della separazione netta fra politica ed economia e fra forme e contenuti della decisione politica.

 I contenuti economici classisti della decisione politica sono per Norberto Bobbio analoghi al noumeno di Kant. Essi sono pensabili, ma non conoscibili. Sono una cosa in sé, non una cosa per noi. La uniche forme modellizzabili sono le procedure formali della decisione politica, e questo formalismo politologico è particolarmente affine alla riproduzione capitalistica, che infatti tende a limitare il fattore politico a questo ruolo subalterno e secondario. Occorre dunque prestare una certa attenzione ai parametri di classificazione usati. E dico subito che vi sono due coppie di parametri molto usati, che io però sconsiglio vivamente.

Una prima coppia di parametri da sconsigliare è quella fra conservazione e progresso. In generale si classifica automaticamente la destra dalla parte della conservazione e la sinistra dalla parte del progresso. Questo era probabilmente vero alle origini del processo storico della modernità illuministica, ma nel frattempo le cose si sono fortemente ingarbugliate.

 Non vi sono dubbi sul fatto che il concetto di progresso è stato una creazione dell’illuminismo (o meglio della sua corrente maggioritaria, perché c’è anche un Rousseau che non vi credeva ed anzi lo avversava), è poi passato al positivismo ottocentesco ed ha poi abbondantemente intriso l’ideologia prima socialista e poi comunista.

 E’ anche vero che il moderno conservatorismo ha spesso come matrice storica la critica alla rivoluzione francese prima e dopo il 1815, ma è anche vero che esiste anche una seconda matrice, la tradizione liberale inglese antirivoluzionaria “whig” di Burke (destinata a rifiorire nella critica anticomunista di Isaiah Berlin e di Hannah Arendt).

 In definitiva, mi sembra che il modello non tenga molto. Quando le anomalie e le eccezioni cominciano a diventare troppo numerose, allora è bene che la dicotomia venga prima criticata e poi decisamente abbandonata. A lungo la sinistra ha accusato il capitalismo di conservatorismo, ed ha addirittura etichettato come “conservatori” i suoi sostenitori. Questa etichetta è priva di fondamento storico, e si applica soltanto (parzialmente) ai residui nobiliari e alle classi legate alla rendita fondiaria ed in parte finanziaria.

 Marx sapeva perfettamente che il capitalismo è la forza meno conservatrice che esista, e che fa saltare in aria tutto ciò che sembra solido. Il gruppo sociale più conservatore che esista in Occidente è forse la piccola borghesia urbana di origine operaia ed impiegatizia. In compenso, il progresso è divenuto nel Novecento una parola d’ordine legata all’innovazione tecnologica connessa con il mercato capitalistico e con il suo allargamento, ed i suoi maggiori critici provengono tutti da una matrice politica di sinistra. Ricordo qui solo la rivendicazione della cosiddetta “antiquatezza” dell’uomo da parte di Gunther Anders. L’ecologismo, e non solo il cosiddetto ecologismo “fondamentalista”, è oggi prevalentemente una forza di sinistra (o di centro-sinistra), anche se molti suoi presupposti filosofici furono elaborati nella prima metà del Novecento dalla cosiddetta “destra”. In ogni caso, dovunque ci voltiamo, appare del tutto chiaro che la dicotomia conservazione/progresso non è più, ammesso che lo sia mai stata veramente, un utile parametro di classificazione fra la sinistra e la destra.

Una seconda coppia di parametri, generalmente usata per classificare due tipi diversi di sinistra (ma anche di destra), è quella che separa i riformisti dai rivoluzionari. Nella polemica politica i riformisti vengono talvolta chiamati moderati, ed i rivoluzionari estremisti. Si tratta di una dicotomia pretestuosa e pigra, che in realtà non funziona assolutamente.

 E’ bene metterne in luce la matrice teorica, che è la concezione storicistica del tempo. Se concepiamo infatti il tempo storico come un “medium” omogeneo ed orientato, simile ad una strada lunga e diritta (e così lo concepivano le ingenue ideologie del progresso), gli agenti storici possono essere pensati come automobili che corrono più lente, e dunque più sicure, oppure più veloci, e dunque più efficienti ma anche più insicure. I moderati riformisti sono quelli che vanno piano, mentre i rivoluzionari estremisti sono quelli che vanno forte, e dunque rischiano di andare fuori strada perché non rallentano in curva.

 Ma questa concezione della storia è assurda. Il tempo storico non è per nulla una linea dritta con un prima e un dopo omogenei, e neppure una strada a curve con gli stessi requisiti direzionali stabili. Il tempo storico apre ogni tanto delle “finestre” di opportunità, che nessuno potrebbe mai creare arbitrariamente con un puro atto di volontà, e queste sono appunto le rivoluzioni che possono riuscire. In quanto alle cosiddette riforme, il guaio è che molto spesso vengono battezzate “riforme” delle incredibili controriforme peggiorative (riforma della scuola, riforma delle pensioni, riforma della sanità, eccetera). Il termine riforma ha perduto oggi qualunque significato connotativo, e viene usato esclusivamente in un contesto di mistificazione ideologica.

 Nello stesso modo il termine estremista è ormai usato arbitrariamente per connotare qualunque comportamento ostile all’impero americano ed ai suoi alleati, ed è diventato come il termine “terrorista“. Bin Laden lo è, mentre Bush guarda caso non lo è. Il massacratore Sharon non lo è, mentre il povero Arafat lo è. I coloni razzisti israeliani non lo sono, mentre gli eroici partigiani palestinesi lo sono. Non si tratta di semplice confusione semantica, ma di vera e propria degradazione semantica. La degradazione semantica è un segnale sicuro di corruzione sociale, ed allora l’etimologia deve lasciare spazio alla politica rivoluzionaria.

 Messo in guardia il lettore dall’uso di parametri inutili, bisogna però pur sempre utilizzare dei parametri. Devo ammettere che non ne conosco di veramente soddisfacenti. Qualunque parametro venga scelto, anziché distinguere con chiarezza destra e sinistra, taglia diagonalmente sia il campo delle destre che il campo delle sinistre. E’ infatti questa una buona ragione per consigliare l’abbandono della dicotomia, ormai di tipo rigidamente identitario. In modo del tutto provvisorio userò qui solo due coppie classificative. Per quanto concerne la sinistra, distinguerò fra sinistra dell’immanenza sociale e sinistra del trascendimento sociale. Per quanto riguarda la destra, distinguerò fra destra capitalistica e destra tradizionalistica. Ma sia chiaro che anche questi parametri sono del tutto insoddisfacenti.

Dal 1871 al 1914 si costituisce la sinistra nel senso contemporaneo del termine. Sarà poi la guerra del 1914-1918 a dividerla fra socialisti e comunisti, perché sono sempre e solo le guerre i veri “momenti della verità” in cui chiacchiere e traccheggiamenti non sono più possibili, ed allora o si è per o si è contro. Lo stesso atteggiamento verso la rivoluzione russa del 1917 è in un certo senso una derivazione secondaria di un precedente atteggiamento verso la guerra. Chi ha imparato ad odiare veramente il capitalismo è stato poi anche psicologicamente incline ad accettare la rottura del comunismo. Chi invece non aveva consumato psicologicamente questa rottura è rimasto quasi sempre socialista.

 Gli anni 1871-1914 non sono stati soltanto gli anni del marxismo della Seconda Internazionale (fondata nel 1889, cento anni esatti prima della caduta del muro di Berlino). Sono stati anche gli anni in cui si è costituita la sinistra intellettuale radicale, attraverso le battaglie del caso Dreyfus in Francia, attraverso l’antimilitarismo soprattutto tedesco, ed infine attraverso le prime critiche al colonialismo ed al razzismo.

 In questo contesto è emerso a mio avviso quel dualismo che intendo connotare con le mie espressioni (forse un po’ improprie) di sinistra dell’immanenza sociale e sinistra del trascendimento sociale. La sinistra dell’immanenza sociale si adatta all’integrazione della nuova società capitalistica della seconda rivoluzione industriale, esalta le conquiste salariali e normative che le lotte sindacali effettivamente riescono a conseguire per i lavoratori dei campi e delle officine, ed accompagna gradualmente l’uscita dei lavoratori da quella miseria nera che prima ne scandiva le dure condizioni di vita.

 Questa sinistra dell’immanenza sociale adotta una filosofia gradualistica del progresso del tutto fasulla ed inesistente, che però rispecchia con ideologica esattezza la propria natura compromissoria.

 La politica estera non gli interessa, se non come sorgente di tasse e di leve militari. I popoli colonizzati gli interessano poco, e così finisce con il condividere i pregiudizi razzisti degli stessi piccoli coloni europei. La cultura le interessa soltanto come divulgazione popolare e come strumento di promozione sociale. Tutti gli elementi della sua futura subalternità sono già massicciamente presenti. Questo “terzo stato” marcia verso i futuri supermercati e verso futuri stadi di calcio e non se ne accorge nemmeno.

 La sinistra del trascendimento sociale si rende invece perfettamente conto del fatto che nessuna conquista sotto il capitalismo è irreversibile e garantita. Non si tratta dunque di semplice massimalismo o di semplice populismo. Si tratta invece di un lodevole sforzo per comprendere l’insieme dei rapporti sociali, e di qui nasce quella critica all’imperialismo che a mio avviso è il punto più alto ed il massimo contributo di questa sinistra nel periodo 1871-1914.

 Vorrei insistere su questo punto per il fatto che oggi siamo di fronte allo stesso problema di allora, con la differenza (in peggio) che la maggior parte della cosiddetta sinistra istituzionale e parlamentare (D’Alema, Rutelli, Jospin, Blair, Schroeder, ed in più tutti gli scagnozzi ex-comunisti dell’Est addomesticato) è ormai schierata a fianco del nuovo imperialismo, e con la differenza (in meglio) che questo fatto scandaloso comporta un rimescolamento benefico delle categorie di sinistra e di destra che annuncia un periodo storico del tutto nuovo, duro e faticoso ma anche promettente.

 Fra il 1871 e il 1914 si sviluppa l’intreccio fra la destra tradizionalista e la destra capitalistica. La destra tradizionalista protesta contro la cosiddetta massificazione democratica in nome di una gerarchia sociale non fondata sul semplice possesso e sulla pura ostentazione del denaro. In modo molto acuto questa destra tradizionalista capisce bene che il denaro di per sé è un principio democratico ed egualitario, cui tutti possono accedere purché accettino le semplici regole dell’accumulazione capitalistica. Il regno del denaro, gli Stati Uniti d’America, sono anche il regno della democrazia.

 Questa destra tradizionalista sogna gerarchie metafisiche (come Julius Evola), oppure lotte contro l’usura nemica dei popoli (come Ezra Pound). La destra tradizionalista è anche sempre estremamente attirata dalla religione (l’esempio di Guénon è sintomatico), perché effettivamente solo la religione offre un vero quadro atemporale in cui le gerarchie possano essere messe al riparo dall’attività corrosiva del progresso.

 E tuttavia l’impotenza politica di questa destra tradizionalista è addirittura patetica e pittoresca. Nel campo della destra essa assomiglia moltissimo a ciò che per la sinistra è la scuola di Francoforte di Horkheimer e Adorno.

 In entrambi i casi si ha una critica della società programmaticamente non politica perché priva di soggetto, e la denuncia sostituisce così la mobilitazione, diventando una pratica intellettuale fine a sé stessa. La destra capitalistica è invece fin troppo in grado di trovare il suo soggetto storico, e cioè l’unione fra il mandato della grande borghesia e la militanza attiva della piccola borghesia.

 Il denaro di per sé non è né di destra né di sinistra, in quanto “non olet”, non odora, come dice il grande precursore del pensiero borghese Vespasiano. Ma se il denaro è indipendente dalla dicotomia, la mobilitazione in difesa della libera accumulazione di denaro è invece sicuramente di destra. Questa desta è anti-socialista, ed anzi rimprovera la borghesia (l’esempio di Pareto è illuminante) perché non è abbastanza determinata e cattiva. Questa destra capitalistica riesce a conseguire l’egemonia politica sulla sognante destra tradizionalista in nome dell’antisocialismo. Sulla scorta di Nietzsche, il socialismo è appunto interpretato come rivolta plebea mossa dall’invidia e dal risentimento, e questa semplice idea, unita all’antisemitismo come denuncia di complotto dei banchieri ebrei per conquistare il mondo, riesce ad essere straordinariamente egemonica, così come tutte le grandi semplificazioni.

 La guerra 1914-1918 è il grande spartiacque, dopo il quale emergono i due grandi fratelli nemici del fascismo e del comunismo. Sono contrario a definire questi regimi con l’etichetta di “totalitari”, perché non conosco nessun sistema più abile a “totalizzare” il consenso passivo del normale capitalismo liberale. L’educazione politica “totale” delle masse nel fascismo e nel comunismo fallisce sistematicamente, perché non riesce a stabilizzarsi dopo i primi anni di mobilitazione capillare. E’ forse meglio usare il termine neutrale e descrittivo di regimi “dispotici”. Il rapporto che questi regimi instaurano con le vecchie tradizioni di destra e di sinistra precedenti è estremamente problematico.

Secondo alcuni studiosi, fra cui è emblematico l’israeliano Zeev Sternhell, i fascismi non sono a rigore né di destra né di sinistra. Essi presentano ovviamente elementi strutturali provenienti da entrambe le tradizioni, ,a poiché li mescolano insieme in modo inestricabile è ugualmente possibile dire che sono una cosa nuova, e meritano un’analisi nuova che non ricorra ai vecchi parametri. Io sono d’accordo nell’essenziale con un’importante specificazione.

 Mi pare infatti che la matrice culturale del fascismo (ed anche del nazismo tedesco, che resta il fascismo perfetto ed idealtipico) sia chiaramente di destra (antisocialismo, colonialismo, militarismo, eccetera), ma l’organizzazione politica capillare delle masse proviene dall’esperienza organizzativa dei partito socialdemocratici e comunisti, e non ha dunque nulla a che fare né con la destra tradizionalista né con la destra capitalistica (e dunque individualistica e conservatrice). Nonostante l’uso di miti agresti e campagnoli il nazismo resta un fenomeno urbano, tecnico, futuristico e moderno, e lo stesso fascismo italiano confina lo “strapaese” in recinti ben protetti.

 Una volta crollati, nel 1943 e nel 1945, il fascismo e il nazismo liberano masse enormi che si dividono in sinistra e destra, ed è questa a mio avviso una chiara indicazione del loro carattere ibrido. E’ comunque interessante, e deve far pensare, che invece i movimenti neofascisti e neonazisti dopo il 1945 si collochino tutti all’estrema destra, e fra il 1945 ed il 1991 si mettano a disposizione del nuovo imperialismo americano in funzione anticomunista. Questo è sicuramente un argomento contro Sternhell.

 Ma non è un argomento decisivo, perché i piccoli movimenti neofascisti dopo il 1945 sono qualcosa di radicalmente diverso dai grandi movimenti fascisti e nazisti fra le due guerre. In Spagna (Franco) ed in Portogallo (Salazar) si ha invece un interessante fusione perfettamente riuscita fra destra tradizionalistica e destra capitalistica, ad opera probabilmente non solo delle tradizioni locali ma anche e soprattutto della mediazione della Chiesa cattolica (che poi in Argentina dopo il 1975 appoggerà la giunta militare responsabile del massacro di trentamila desaparecidos). Il 1936 spagnolo è per me gemello del 1975 argentino, e questo dimostra che i cosiddetti cattolici “buoni” possono diventare belve feroci ancor più dei nichilisti paganeggianti tedeschi ed ungheresi.

 Mentre sono in molti a sostenere che il fascismo è un fenomeno storico al di là della dicotomia sinistra\destra, non conosco nessuno che sostenga seriamente che anche il comunismo è un fenomeno al di là di questa dicotomia. Che il comunismo sia stato un fenomeno di sinistra sembra un’ovvietà assoluta.

 Ma io ci andrei piano. Il comunismo dei Fronti Popolari, e cioè dopo il 1936 ed ancor più dopo il 1945, è indubbiamente un fenomeno di sinistra. Ma il comunismo che diventa stato, e più esattamente stato-partito, finisce con l’assumere anche altre tradizioni. La mummificazione e l’adorazione della mummia di Lenin in URSS non è affatto un fenomeno di sinistra, ma un fenomeno di culto religioso popolare. Il culto della personalità di Kim il Sung in Corea e di Mao Tze-Tung in Cina non è assolutamente di sinistra, ma è di origine confuciana (anche se secondo alcuni maoisti cinesi era piuttosto di origine legista).

 La persecuzione degli omosessuali a Cuba non è sicuramente di sinistra, ma è ispirata al machismo sudamericano. Il nazionalismo di Ceausescu in Romania non era assolutamente di sinistra. Potrei continuare a lungo (fino al ripescaggio della tradizione nazionale russa fatto da Stalin dopo il 1929), ma non mi interessa in questa sede polemizzare retrospettivamente contro il comunismo, quanto far notare un’importante elemento storicamente trascurato. Il comunismo, infatti, quando si trasforma da affabulazione utopica in potere politico strutturato, deve necessariamente sorpassare i confini ristretti della sinistra (ed ovviamente anche della destra) per aderire alle tradizioni nazionali e popolari di lunga durata, che se ne infischiano ovviamente della recente dicotomia fra sinistra e destra.

 Gli anni fra il 1945 ed il 1975, il trentennio dorato di cui parla Erich Hobsbawm nel suo “Secolo Breve”, sono stati anche gli anni d’oro della contrapposizione dicotomica tra sinistra e destra. La polarità ha strutturato in questo trentennio, almeno in Europa, forze politiche, passioni collettive, programmi alternativi, identità ed appartenenze durature. Non è un caso che coloro che si sono formati in questo trentennio sono anche i più restii ad abbandonare questa dicotomia, per il fatto che essa struttura non solo il loro universo simbolico, ma la loro ragione di vita.

 In Italia questo trentennio vede attizzare la guerra civile simulata (e non solo) fra fascisti ed antifascisti, guerra civile di cui approfitta il robusto estremismo di centro democristiano.

La permanenza di questa dicotomia ormai ineffettuale e stupefacente, se pensiamo che la modernizzazione innescatasi economicamente dopo il 1958 la svuotava in realtà di ogni vero significato politico.

 Ma questa guerra di posizione era dovuta proprio al blocco del sistema politico, che mascherava la sua staticità e la sua grande stabilità con un’apparenza cinematografica di guerra civile simulata fra camicie rosse e camicie nere. Non parlo qui dei servizi segreti e della stagione degli attentati, in quanto considero quelle bombe come bombe di centro, e non come bombe figlie della dicotomia. Ma certo questa “guerra dei trent’anni” sembrerà curiosa ai nostri posteri, come del resto sembra già curiosa ai nostri ricordi.

 A metà degli anni Settanta del Novecento cominciano ad esaurirsi storicamente le ragioni che avevano portato un secolo prima alla dicotomia sinistra/destra. Di questo sono ormai certissimo, e condivido le motivazioni di chi lo dice da tempo proveniendo da “sinistra” (Gianfranco La Grassa) e da “destra” (Marco Tarchi).

 Tuttavia, mi rendo conto che questa situazione storica è oscurata da chi si ostina a vedere il ventennio 1970-1990 come un periodo storico in cui ad un primo momento di attacco della cosiddetta “sinistra” (1967-1979) è succeduto un vittorioso contrattacco della “destra” (1979-1990). Dal momento che questa visione storiografica è diffusa, vale la pena ricordarne le ragioni.

Il 1968 è l’anno internazionale della contestazione studentesca, ed appare ovviamente come un anno di sinistra. Dipende ovviamente da come lo si interpreta. Personalmente, in accordo con il francese Lipovetsky, tendo a vedere globalmente il Sessantotto come un episodio cruciale della storia dell’individualismo moderno, in cui una contestazione nichilista ed anarcoide della morale vetero-borghese fu scambiata erroneamente (Marx avrebbe detto “con falsa coscienza necessaria”) per un attacco utopico complessivo all’intero modo di produzione capitalistico.

 Balle. Più serie furono le lotte operaia italiane (ma anche europee) del periodo 1967-1974, che non ebbero però in nessun momento un carattere rivoluzionario antisistemico se non nelle affabulazioni oniriche degli operaisti pazzi. Si trattava di oneste lotte sindacali di tipo socialdemocratico di “integrazione” nella normale società dei consumi piccolo-borghese europea. Ancora più serie furono le transizioni di paesi fascisti o semi-fascisti (Grecia 1974, Portogallo 1974, Spagna 1975) verso la normale democrazia pluralistica, il migliore involucro possibile che il capitalismo possa augurarsi. Poi ci furono una serie di vittorie comuniste vere e proprie (Vietnam, Laos e Cambogia 1975, Etiopia 1976, Afganistan 1978, Nicaragua 1979), che portarono ad una sovraesposizione militare dell’URSS in incipiente crisi economica.

 Infine ci fu il sorgere del fondamentalismo islamico rivoluzionario (Iran 1979) che mi permette di inserire fra le forze storiche anti-sistema. E’ del tutto normale che avvenimenti storici di questo tipo (ed altre che non elenco per ragioni di spazio) possono essere interpretati come episodi di un ciclo politico di “sinistra” (ma fra di essi non cito episodi minori ridicoli, come il cosiddetto “compromesso storico” italiano).

A questo ciclo politico di sinistra (che ora appare comunque l’ultimo canto del cigno di una fase storica morente, e non l’alba di una nuova ondata di lotte rivoluzionarie per il comunismo) si sostituì a partire da metà degli anni Settanta una controffensiva politica di destra. Una data per me importante, ed anzi decisiva, è il 1976, in cui in Cina ad un mese dalla morte di Mao Tze-Tung la direzione politica maoista (la cosiddetta “banda dei quattro”) fu abbattuta, e la Cina iniziò un riaggiustamento economico in direzione privatistica e capitalistica di importanza strategica.

Ovviamente, colgo l’occasione per dire che io non ho assolutamente nulla da eccepire, anche perché ciò che qualunque persona bennata può chiedere alla grande Cina non è certo di fare il comunismo per noi che ne siamo pateticamente incapaci (ed era ciò che a quei tempi le chiedevano i maoisti populisti e salmodianti), ma semplicemente di opporsi strategicamente all’impero americano. Per questo tutto mi va bene in questo momento, compreso Attila Re degli Unni.

 Dal 1975 in America Latina comincia la strategia del massacro sistematico degli oppositori (desaparecidos non solo argentino), ed è questo un capitolo storico che viene quasi sempre solo affrontato in chiave umanitari e giudiziaria, mentre si tratta di una scelta storica di guerra totale da parte degli USA e dei suoi alleati (in primo piano la Chiesa cattolica latinoamericana, connivente e conservatrice).

Dal 1975 in Africa gli USA alleati strategici del Sudafrica dell’apartheid e con il capillare aiuto dei boia israeliani esperti in controguerriglia, inizia una guerra strategica contro i movimenti di liberazione africani (Angola e Mozambico in primo luogo, con l’a’poggio armato degli assassini dell’UNITA e della RENAMO).

 Poi arrivano ovviamente Reagan e la Thatcher insieme con la rivoluzione neo-liberista, che è però soltanto l’aspetto sovrastrutturale di una più profonda modificazione della produzione capitalistica complessiva, che il termine di post-fordismo connota in modo economicistico e del tutto insufficiente. Si tratta infatti di qualcosa di più radicale e profondo di semplici mutamenti tecnologico di processo e di prodotto.

Il crollo, o meglio la dissoluzione implosiva del comunismo storico novecentesco non può essere a mio avviso interpretata come una semplice vittoria della destra contro la sinistra. In Occidente tutto il ceto intellettuale corrotto e stravolto vede con vero giubilo il crollo dell’URSS, senza rendersi conto che il vero problema tragico non è la perdita del potere da parte di burocratici cinici e corrotti (e comunque velocemente riciclati in intermediari economici della finanza mafiosa interna ed esterna), ma lo sprofondamento nella miseria di massa di milioni di sudditi privati di rappresentanza politica e soprattutto il venir meno di un contraltare strategico all’impero americano armato.

 Ho fatto notare in un paragrafo precedente che personalmente non considero il comunismo storico novecentesco (nel senso di socialismo reale statualmente garantito) come un fenomeno di sinistra, ma come un dato storico che nasce a sinistra geneticamente, ma appena preso il potere deve allargare la sua base ideologica oltre i confini della sinistra stessa (nazionalismo in URSS, confucianesimo in Cina, bolivarismo a Cuba, eccetera).

Ritengo che oggi l’avversario principale dei popoli del mondo sia l’impero americano potentemente armato, che non trova purtroppo alcun contrappeso economico, politico, culturale, militare e geopolitico sufficiente. In questo non c’è da parte mia nessun antiamericanismo, anzi.

 Amo la cultura americana e la lingua inglese, ed in generale non penso che esistano popoli cattivi. Mi ripugna il sionismo, ma mi ripugna anche l’antisemitismo di ogni tipo. Essere contro Hitler non significa essere contro i tedeschi, così come essere contro Pol Pot non significa essere contro il popolo cambogiano.

 Non credo assolutamente che la categoria scientifica da cui partire per interpretare lo stato attuale del mondo sia quella di globalizzazione neoliberista, come ritiene Vittorio Agnoletto, ma resti quella di imperialismo, nel significato datole soprattutto nei più recenti scritti di Gianfranco La Grassa. Ma l’attuale sinistra non è più in grado di capire cosa sta accadendo, ed è allora necessario ristrutturare radicalmente il nostro modo di vedere le cose.

Mi avvio alla conclusione. Tuttavia, il lettore ha diritto ad una conclusione chiara ed univoca da parte mia, in cui dica chiaramente perché la dicotomia è obsoleta, e perché siamo giunti all’esaurimento ed al superamento di una tradizione che fissava la contrapposizione di identità e appartenenze rigide.

 In estrema sintesi, si tratta di due punti essenziali intorno a cui il resto gira intorno: il problema del comunitarismo moderno come filosofia politica migliore dell’individualismo liberale, e la difesa di uno stato-nazione indipendente concepito in modo nazionalitario e non nazionalista, razzista ed imperialista.

Esaminiamo brevemente questi punti programmatici, che sono appunto al di là della dicotomia tra sinistra e destra. In primo luogo, il comunitarismo moderno è oggi in grado, a mio avviso, di correggere radicalmente l’errore mortale del vecchio comunitarismo ottocentesco e primonovecentesco, e cioè l’organicismo (in altre parole, la “Gemeinschaft” contro la “Gesellschaft”). Oggi il comunitarismo, correttamente inteso ed elaborato, è in grado di accogliere le buone ragioni del migliore individualismo, e cioè la tolleranza degli stili di vita minoritari, il diritto alla libera espressione artistica, filosofica e religiosa, eccetera.

 Io penso sinceramente che il migliore comunitarismo può accogliere le lezioni filosofiche di Spinoza e di Marx. Il terreno dell’individualismo, invece, è oggi il terreno filosofico comune dell’incontro del nuovo capitalismo globalizzato dei consumi mirati (ed appunto “individualizzati” e non più fordisti e serializzati) con la sinistra snob e politicamente corretta. Potrei fare mille esempi tratti dalla quotidianità, ma credo che il concetto sia già chiaro abbastanza.

 In secondo luogo, lo stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria (e rimando qui alle analisi svolte da parecchi anni dalla rivista “Indipendenza”, cui onoro di collaborare) non ha più nulla a che vedere con i vecchi stati-nazione imperialisti, che Toni Negri continua a scambiare in pittoresca e irritante confusione. Oggi questo Stato-nazione è soprattutto un fattore di resistenza all’impero americano. Per questo Chávez è buono in Venezuela. Chevènement è buono in Francia. La giunta militare della Birmania, sputacchiata da tutti i giornalisti di sinistra è ottima, e forse risparmierà al suo popolo buddista di diventare un bordello per pedofili europei e giapponesi come la vicina Tailandia.

 La Cina è buona, finché resta forte ed indipendente. E potremo continuare, ma il lettore avrà già perfettamente capito. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale di 180°, ed essa purtroppo non verrà presto.

 So perfettamente che agli occhi di un sinistro politicamente corretto quanto ho scritto non è inglese o tedesco, cioè in parte comprensibile, ma armeno e turco cioè completamente incomprensibile. Non importa. Chi ha buone ragioni deve andare avanti. E noi sappiamo che le nostre ragioni sono ottime.