Autore originale del testo: Paolo Consiglio
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Pirlo, la Russia e l’indignazione a senso unico: quando lo sport scopre la morale solo con Putin, ma tutela sempre Israele
La possibile nomina di Andrea Pirlo scatena polemiche per i suoi rapporti con la Russia. Ma chi oggi invoca coerenza è rimasto in silenzio mentre lo sport continuava a normalizzare Israele nel pieno del genocidio a Gaza.
La possibile nomina di Andrea Pirlo alla guida della Nazionale italiana ha acceso un dibattito politico che con il calcio c’entra poco. A finire sotto i riflettori non sono le sue qualità tecniche, ma i suoi trascorsi professionali in Russia e i rapporti con una società legata alle scommesse sportive. Per alcuni osservatori questo basterebbe a renderlo inadatto a rappresentare il calcio italiano.
Ognuno è libero di giudicare l’opportunità della scelta. Ma la vicenda pone una domanda più ampia: perché la sensibilità morale si accende solo in alcune circostanze e si spegne completamente in altre?
Dopo l’invasione dell’Ucraina, il mondo dello sport ha adottato una linea durissima nei confronti della Russia: atleti esclusi, federazioni sospese, bandiere eliminate, collaborazioni interrotte. Una scelta che molti hanno ritenuto coerente con la gravità del conflitto.
Ben diverso è stato invece l’atteggiamento nei confronti di Israele. Mentre a Gaza si consumava, e si consuma, secondo numerose organizzazioni internazionali, esperti di diritto internazionale e diversi osservatori, un genocidio, con decine di migliaia di vittime civili, ospedali distrutti, intere famiglie cancellate e una condanna internazionale sempre più ampia delle operazioni militari israeliane, il sistema sportivo globale ha continuato a trattare Israele come un normale partecipante alle competizioni. Nessuna sospensione. Nessuna esclusione. Nessuna misura paragonabile a quelle adottate contro la Russia.
Anche in Italia il dibattito pubblico ha mostrato questa evidente asimmetria. Si discute per giorni dei rapporti professionali di un allenatore con la Russia, ma quasi nessuno si interroga sul significato politico delle competizioni disputate contro Israele o dei rapporti economici, militari e diplomatici che continuano a legare molti governi occidentali all’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu.
Il punto non è difendere Andrea Pirlo. Il punto non è minimizzare l’invasione dell’Ucraina. Il punto è chiedere coerenza.
Se lo sport deve essere uno strumento di pressione politica, allora il principio deve valere sempre. Non solo quando il bersaglio è un Paese considerato nemico. Non solo quando la condanna è geopoliticamente conveniente. Non solo quando la morale coincide con gli interessi occidentali.
I diritti umani non possono essere selettivi. L’indignazione non può dipendere dalla bandiera coinvolta. E la credibilità delle istituzioni sportive e politiche si misura proprio nella capacità di applicare gli stessi criteri a tutti.
Quando la morale cambia a seconda del Paese coinvolto, il problema non è più lo sport. È la doppia morale. È la scelta di vedere solo ciò che conviene vedere. È la decisione di ignorare un genocidio mentre si invoca la purezza etica per una panchina.
Fonti principali:
– Notizie sulla candidatura di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale italiana.
– Dichiarazioni pubbliche e cronache sul dibattito relativo ai suoi rapporti professionali con la Russia.
– Documentazione pubblica sulle misure adottate dalle federazioni sportive internazionali nei confronti della Russia.
– Cronache e rapporti internazionali sulla situazione a Gaza e sulla partecipazione di Israele alle competizioni sportive.
Nota editoriale:
Questo articolo distingue i fatti documentati dalle valutazioni dell’autore. Le considerazioni sulla disparità di trattamento nel mondo dello sport costituiscono esercizio del diritto di critica garantito dall’art. 21 della Costituzione italiana e dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Il riferimento al termine “genocidio” riflette una qualificazione sostenuta da numerosi esperti, organizzazioni e procedimenti internazionali richiamati nel dibattito pubblico e non implica l’affermazione dell’esistenza di una pronuncia giudiziaria definitiva.


