Quando c’era Oceano

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi – 6 luglio 2019

Credo sia una fortuna che Omero abbia consegnato le bozze dell’Iliade al suo editore senza rileggerle. Certo sono rimasti alcuni errori, ad esempio quello su Pilemene, re dei Paflagoni, che muore nel quinto libro, per poi ricomparire, vivo e vegeto, nel tredicesimo, o la lunga notte in cui Odisseo e Diomede scoprono e uccidono Dolone, una spia troiana, una notte che dura due libri e in cui il re di Itaca cena tre volte. Ma al di là di queste fastidiose incongruenze – su cui i filologi si sono accapigliati per secoli, non avendo evidentemente di meglio da fare – questa mancata rilettura ci permette di sbirciare in un mondo che Omero avrebbe voluto tenerci nascosto. O forse questi errori sono consapevoli e il poeta ha deciso che noi sapessimo quello che Esiodo non avrebbe mai voluto raccontarci.
Nel quattordicesimo libro, riferendosi a Oceano, Omero lo chiama θεῶν γένεσις, ossia l’origine degli dei, e γένεσις πάντεσσι, ovvero l’origine di tutto. Perché c’è stato un tempo in cui questa divinità antica e misteriosa era più potente di Zeus e degli dei dell’Olimpo. C’è stato un tempo in cui il dio dell’acqua regnava sul mondo.
Secondo queste antichissime storie all’origine di tutto c’erano appunto Oceano e Teti, il dio dell’acqua e la dea madre, nel cui nome c’è un’antica radice che significa prendersi cura. E Teti è solo uno dei tanti nomi con cui conosciamo la Grande madre, la divinità più importante del Mediterraneo per secoli, prima che il culto solare prendesse il sopravvento. Quindi all’inizio di tutto c’era una donna e c’era l’acqua, che aveva una potenza generatrice tale che alla donna bastava immergersi per dare alla luce delle nuove creature. All’inizio dei tempi si poteva generare senza i maschi e il loro “prezioso” seme. Adesso capite perché è una storia che non vogliono raccontarci.
Questa primigenia coppia divina generò le Oceanine, le dee dell’acqua che scorre nei fiumi e nel mare, e le Nefelai, le dee dell’acqua che cade dal cielo. Secondo queste storie Oceano era il fiume che scorreva agli estremi margini della terra, rifluendo in se stesso, in un circolo ininterrotto, che abbracciava tutte le terre conosciute e alimentava i fiumi, le sorgenti, e tutti i mari interni – compreso il Mediterraneo – che continuavano a scaturire dal suo corso vasto e potente.
Esiodo naturalmente tentò di ridimensionare il ruolo di questa divinità, tentò di spiegare che Oceano e Teti erano due Titani, che, pur non partecipando alla guerra contro gli dei dell’Olimpo, rappresentavano il vecchio ordine sconfitto. Ma mentre gli altri Titani potevano essere dimenticati, imprigionati nel Tartaro, Oceano e Teti erano troppo ingombranti, e i propagandisti della nuova religione dovevano farci i conti, e quindi spiegavano che, anche quando il mondo era già sotto il dominio di Zeus, Oceano poté rimanere al suo posto, oltre al quale si credeva si estendesse solo il buio.
Storie di donne forti, che sanno navigare, perché conoscono bene la forza delle acque e che si prendono cura degli altri, e che proprio per questo devono lottare contro il potere dei maschi, il cui mondo si riduce a quella cosa che hanno in mezzo alle gambe. A me ricorda qualcosa, una storia molto meno antica di quella raccontata da Omero.

Volete sapere che faccia aveva Oceano? La conoscete sicuramente – è una delle immagini più famose del mondo antico – anche se forse non sapete che si tratta proprio di un suo ritratto. Lo avete visto al cinema – ad esempio in Vacanze romane con quella splendida Oceanina che è Audrey Hepburn – e se siete stati a Roma quasi certamente non avete resistito alla tentazione di farvi una foto mentre mettete una mano dentro la sua bocca, ovviamente stando ben attenti a quello che dite in quel momento, perché sarà anche una leggenda, ma è sempre meglio non sfidare una leggenda.
Il mascherone di marmo che dalla fine del Quattrocento è conosciuto come la Bocca della verità, ma che verosimilmente ha questa funzione oracolare fin dall’undicesimo secolo, ai tempi dell’antica Roma era più prosaicamente un tombino, e la sua “bocca” serviva quindi a liberare le strade dall’acqua piovana e da altri liquidi meno commendevoli. E proprio perché quelle acque poi sarebbero tornate al fiume, parve naturale dare a quei tombini l’immagine del dio Oceano. Poi siccome i maschi ragionano appunto solo con “quello”, a Oceano è toccato l’ingrato compito di scoprire spose infedeli.
Ma Oceano sa la verità sulle donne e sugli uomini, e si ricorda tutto di quei tempi tanto lontani: quindi state attenti quando mettete la mano lì dentro.