Renzi ovvero dire, (non) fare, e non far votare

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 31 marzo 2016

Dire, fare, votare

Come ricorderete, uno dei primi cavalli di battaglia renziani fu l’abbattimento dei costi della politica. In nome di questa parola d’ordine si abolirono le Province, per dirne una. ‘Abolirono’ nel senso che ai cittadini non fu più consentito di votare i loro rappresentanti, per il resto nulla mutò, se non il fatto che adesso si decide al riparo da occhi indiscreti. ‘Abbattimento dei costi della politica’ è una locuzione sinistra, per certi aspetti. Lascia intendere che le ‘chiacchiere’ democratiche sono un male che costa troppo, allunga i tempi, allontana il ‘fare’, e dunque è meglio passare da questi dibattiti (sinonimo di ‘risse’ per renziani e stampa) alle decisioni rapide e ‘ineluttabili’, come quelle di altri tempi pre-bellici. Bene, anzi male. Se davvero il premier tiene al risparmio, perché non fare un election day (referendum trivelle più amministrative di giugno) che accorpi in una unica data tutte le scadenze? Risparmieremmo 350 milioni di euro. Sono pochi? Tanto per dire, ci ripareremmo tutte le buche di Roma, siatene certi. E poi non chiuderemmo le scuole per due volte in meno di due mesi. Ma il desiderio del premier non è questo, ormai è noto. Lui e il PD vogliono astenersi e far fallire il referendum. Per la semplice ragione che il Green Power va bene nel deserto del Nevada ma non a casa propria: perché qui le lobby sono potentissime e si può trivellare in scioltezza anche a meno di 12 miglia dalle coste più belle del mondo (come la Costituzione), altro che.

Non basta. A poche ore dal voto del 17 aprile, alla Camera si chiuderà la riforma costituzionale. Strana coincidenza, come se si volesse distogliere l’attenzione del ‘popolo’ italiano dalle urne imminenti. È dura dare ragione a Brunetta, davvero dura. Ma il forzista non sbaglia a dire che “Renzi ha fatto la scelta di non votare”. È così difatti: si è deciso di votare in fretta e furia il 17 aprile, non ci sarà election day e si discuterà di Costituzione alla Camera in coincidenza della campagna elettorale, sottraendo spazio mediatico e interesse pubblico al voto sulle piattaforme petrolifere. Ecco come Renzi intende davvero risparmiare sui costi della politica, sfilando il voto da sotto ai cittadini. Non si tratta di ‘costi’ in denaro (la spesa pubblica si piega comunque ai desideri del premier) ma di ‘costi’ democratici. Si deve risparmiare, cioè, sui costi della democrazia, sulle lunghe discussioni, sui parlamenti che dibattono troppo, sull’opinione pubblica che si divide, sulle cosiddette ‘risse dei partiti’. Sono ‘costi’ democratici non pecuniari, quelli che pesano sulle spalle del premier e gli ‘piombano’ la narrazione. Ma se tutti fossimo zitti e mosca, non disturbassimo il manovratore, lui potrebbe ‘fare’ e noi potremmo ‘lavorare’ tutti assieme per il bene del Paese. Lo ha detto anche a Chicago nel tour promozionale USA del suo nuovo album ‘L’Italia riparte’ (feat. Marchionne): “Ci sono quelli che fanno polemiche su tutto, che litigano su tutto, ma se l’Italia smette di fare polemiche e fa la sua parte, può essere un Paese che cresce [non è nemmeno sicuro che cresca dunque!]. Dobbiamo essere una squadra forte e unita”. E si sa, le squadre forti e unite non hanno bisogno di votare. Fanno.