Cercando Europa e trovando equivoci. Sovranismo, nazionalismo, xenofobia

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di Franco Cardini – 14 maggio 2019

CERCANDO EUROPA E TROVANDO EQUIVOCI. SOVRANISMO, NAZIONALISMO, ETNOFOBIA, XENOFOBIA, IDENTITARISMO

Dice un vecchio proverbio siciliano, d’origine araba: «Quando c’è vento, fatti canna». E un altro più nobile, ma dalla medesima origine, aggiunge: «Quando è notte, non combattere le tenebre: però mantieni accesa la lampada».

Tempi tristi, i nostri. Tempi di resurrezione di vecchi fantasmi e di nascita di mostri e di mostriciattoli nuovi; di roba vecchia che si camuffa da “nuovo che avanza” e di roba nuova ancora peggiore di quella vecchia.

Del nazionalismo, pestilenziale ideologia nata senza dubbio da noi tra il Sette-Ottocento e i primi del secolo scorso e che ha peraltro conosciuto una balda romantica giovinezza nonché illustri e spesso affascinanti sostenitori, ma ch’è stata all’origine di due guerre mondiali, noialtri europei d’Occidente speravamo d’esserci liberati: a parte forse la Gran Bretagna, caro e pittoresco paese dove non c’è piccolo villaggio che abbia il suo bravo museo di circoscrizione reggimentale. Per il resto, eccetto qualche frangia lunatica, il nazionalismo sembrava fino a qualche anno fa definitivamente emigrato in Europa orientale, in Russia, in Asia, in Africa e in America latina, dove avevano attecchito modelli nazionalisti invecchiati e magari riciclati.

Magari, forse, v’era un’eccezione illustre: la Francia, dove la grandeur resta un mito intatto che da san Luigi e Giovanna d’Arco attraverso il Re Sole e a Napoleone giunge a Clemenceau e quindi – dopo la “falsa partenza” petainista – a De Gaulle, a Mitterrand e a Chirac e dove, ancor oggi, con Macron, Marianne non si tocca (a parte il periodico rinnovarsi dei suoi tratti somatici ufficiali: con modelli “alti”, che da Jeanne Moreau a Brigitte Bardot a Marlène Jobert sono migrati sino a Catherine Deneuve fino ad approdare, nell’ultimo ventennio, a Laetitia Casta e quindi a Juliette Binoche). Ma la Francia, con il gigante di nome Maurras, resta la vera Grande Madre del pensiero nazionalista trascritto in sia pur ormai desueti termini filosofici.

Oggi, peraltro, il termine “nazionalismo” – comunemente considerato una forma estrema di patriottismo – sembra alquanto svalutato e decisamente démodé: lo si è integrato e rabberciato con gli spezzoni e i brandelli  di lunghe frustrazioni e d’improbabili rammendi cercando disperatamente di  procurargli qualche credibile e spendibile revival; e, alla fine, se n’è individuato una specie di sosia o di parente povero – fornito, però, di faccia feroce d’occasione – al quale si è posto il nome di sovranismo.

Per la verità, i due concetti  non sono né simili, né imparentati. Il nazionalismo è il culto e l’esaltazione della patria non solo intesa come “terra dei padri” (da qui il suo nome), bensì anche come somma della sua storia, del suo linguaggio, delle sue tradizioni “identitarie”, magari del suo culto religioso e relativo folklore: il tutto passato attraverso il filtro fisiologico-genetico di genealogia e di ereditarietà con relativi annessi più o meno vagamente etnoantropologici, dai costumi alle credenze alla gastroenologia (quest’ultimo divenuto ormai ipertrofico). Quanto al suo rapporto con tesi socioeconomiche, esso può presentarsi come “di sinistra” (cioè democratico e tendenzialmente egalitario) o “di destra” (vale a dire tradizionalista oppure egemonista e al limite imperialista).

Ma il nazionalismo, che quando non è appoggiato alla consapevolezza della sovranità politica si trasforma in irredentismo, dell’idea che la propria comunità nazionale debba coincidere anche con l’indipendenza o al limite l’autarchia politica può anche fare a meno. Ne sono moderni esempi i paesi del Regno Unito e i 53 stati componenti il Commonwealth (letteralmente traducibile in latino come res publica,in tedesco come Reich) presieduto a partire dal XVII secolo da Sua Maestà Britannica, gli stati membri del quale sono tutti fortemente e orgogliosamente nazionalisti magari fino allo sciovinismo, ma nessuno dei quali – dato appunto il legame con la corona attualmente detenuta dagli Windsor – è propriamente “sovranista”, nonostante ciascuno di essi sia sovrano sotto il profilo delle istituzioni formali.

In Europa, è evidente che il “sovranismo” più o meno genericamente oggi rivendicato e grosso modo condiviso da quasi tutte le formazioni politiche in molti paesi aderenti all’Unione Europea è tale in quanto intende rivendicare alla propria nazione alcune di quelle prerogative sovrane ordinariamente proprie agli stati nazionali ma che, in un sistema federale o confederale, sono state da essi cedute a favore dell’autorità centrale: principalmente quella monetaria.

Ora, però, uno stato, per essere perfettamente sovrano, deve esercitare secondo la dottrina corrente quattro tipi di sovranità, simbolicamente indicati come “di bandiera” (politica e istituzionale), “di toga” (giurisdizionale, giuridica, giudiziaria), “di spada” (militare e quindi diplomatica: dal momento che un paese che non sia in grado di difendersi sovranamente, dunque di disporre direttamente di forze armate, non può credibilmente assumere alcuna decisione in temi di politica estera); “di moneta”. I paesi dell’Unione Europea, aderenti alla NATO, in quanto tali non dispongono di sovranità “di spada”: la pretesa dei locali sovranisti, cioè di disporre esclusivamente di quella “di moneta”, è pertanto pateticamente inadeguata. A livello personale, io non simpatizzo con i sovranisti: non perché sono tali, bensì – al contrario –  in quanto tali non sono abbastanza. Se l’Unione Europea – come molti auspicherebbero, e ormai un numero sempre minore di persone spera – volesse un domani trasformarsi in una realtà politicamente sovrana a perfetto livello, dovrebbe farsi cedere dai singoli membri una ragionevole porzione delle libertà “di bandiera” e “di toga” di ciascuno di essi e rivendicare a se stessa sia quella “di moneta” – titolare della quale è oggi la Banca Centrale Europea, formalmente dipendente dal Consiglio d’Europa ma di proprietà delle Banche Centrali dei singoli stati membri –, sia quella “di spada”, che le è attualmente scippata dalla NATO, gli Alti Comandi della quale sono controllati dal governo degli Stati Uniti d’America. Alcuni paesi dell’Unione Europea sono attualmente controllati da una forza armata d’occupazione agli ordini di una potenza straniera. Ciò dev’essere chiaro e tutti debbono saperlo e capirlo.

E allora, alla vigilia dell’ennesima competizione elettorale di livello europeo e ancora in assenza di un’unità politica europea, chiediamoci: è credibilmente ancora auspicabile tale unità? C’è qualcuno che oggi la sostiene? E’ possibile che l’ideale di unità politica d’Europa – che è stato per lunghi anni quello di almeno una parte della mia generazione – possa davvero sorgere (o risorgere) in un futuro ragionevolmente e concretamente sperabile? Si può riprendere il discorso di un’Assemblea Costituente europea, a suo tempo scivolato sulla buccia di banana delle “radici cristiane” che costituì l’alibi per bloccarne l’affermazione?

Oggi, il sovranismo debole e difettoso delle parti politiche che “sovraniste” si autodefiniscono e che sono a caccia di consenso elettorale si esercita esclusivamente contro due obiettivi polemici: l’euro, senza però analizzare le conseguenze di una sua possibile sparizione o del ritirarsi di qualche paese della UE dalla sua area; e i “migranti”, specie poi se hanno l’ulteriore duplice difetto di essere africani (quindi “neri”) e/o musulmani. E naturalmente se sono poveri: dal momento che il pregiudizio etnofobo o xenofobo non si esercita nei confronti degli stranieri ricchi. Torna valido l’antico detto: uno straniero ricco è un ricco, uno straniero povero è uno straniero: con l’aggravante dello svilupparsi della sinistra mitologia del complotto teso a snaturare la realtà demografico-culturale d’Europa trasformandola in una terra di  meteci. I demagoghi che manovrano quest’assurdità manipolando o falsificando dati statistici a scopo terroristico stanno  eccitando la più infame delle guerre: quella dei poveri contro altri poveri. E’ quanto si cela dietro qualunque proposta che si riassuma nello slogan Italians first o in qualunque altra sgrammaticata parola d’ordine espressa in broken English.

Infine, una parola sull’equivoco identitario. I sovranisti sono sostenitori dell’identità: una parola che di solito le sinistre detestano. Personalmente, sono sostenitore  dell’identità in quanto necessaria autocoscienza comunitaria. A patto che si sappia e s’intenda bene che l’identità è, per sua natura, qualcosa di imperfetto, complesso e dinamico; che essa è cioè la risultante di molte identità individuali e/o di gruppo: personale, familiare, di sesso e di gender, anagrafica, linguistica, etnica, religiosa, intellettuale e culturale, geostorica. Si è titolari d’identità, in ultima analisi, a un livello di consapevolezza e di consenso intimo di natura culturale: si è portatori d’identità se, quando e nella misura in cui si sceglie di esserne volontariamente e consapevolmente partecipi, esattamente come un gruppo umano diventa nazione solo se, quando e nella misura in cui tale vuol essere al di là di qualunque determinismo. Se alla vigilia della scelta del nuovo Parlamento europeo non si capiscono ancora queste poche e semplici verità, il futuro della nostra Europa – l’unione politica e culturale della quale deve diventare, a mio avviso, il nostro comunitario manifest destiny, nella prospettiva di appropriarsi di essa come vera Patria – si annunzia triste e cupo.

E parliamone, quindi, ancora una volta, di questa Europa che forse uscirà ancora più a pezzi dalle elezioni del 26 prossimo ma che ad essa rimane comunque estranea. Ho personalmente sperato a lungo di poter vederla affermarsi come Nazione, in modo analogo ai giovani Stati Uniti d’America, che alla fine del Settecento decisero di riconoscersi appunto Nazione. Ma una Nazione deve possedere un senso di unità che fino a oggi non abbiamo saputo darci: l’Europa è il luogo delle diversità, è quello che Cacciari ha definito un Arcipelago.

Eppure, e proprio per questo, si dovrebbe riflettere appunto su quel che nella realtà geoidrologica è un arcipelago: una catena di montagne la parte emersa di ciascuna delle quali è un’isola che, però, pur appartenendo al medesimo sistema orografico, mantengono ciascuna la loro identità. Eppure sono unite. A noi il ricercare il senso di tale unità.