Scuola, lavoro e diritti: Anna Falcone presenta il programma di Liberi e Uguali

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intervista a Anna Falcone di Aurora Pepa – 27 febbraio 2018

Il giovanissimo progetto “Liberi e uguali” si concretizza politicamente in una lista che raccoglie tante diverse identità della sinistra, nasce con un programma ben preciso ed ha obiettivi futuri definiti. A pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, la candidata indipendente Anna Falcone ha voluto rispondere alle domande di Interesse Nazionale su temi fondamentali come lavoro e scuola.

Il nome “Liberi e uguali” sembra già da solo un manifesto programmatico…

Pietro Grasso ha detto che il suo programma è l’articolo 3 della Costituzione: il principio di uguaglianza e, quindi, la libertà delle persone dalle condizioni di bisogno in cui sono sprofondate a causa della crisi, sono il cuore del progetto, che poi si esprime anche nel programma.

Un programma, il vostro, che è esattamente opposto a quello del Pd.

Ridurre “Liberi e uguali” ad una costola fuoriuscita del Pd non solo è sbagliato, ma anche fuorviante. L’investimento sui diritti e l’investimento di risorse pubbliche per un grande piano sul lavoro, un grande piano di riconversione energetica, sul welfare, sulla scuola e sulla sanità, è l’esatto opposto della politica dei tagli sul welfare e dei bonus fatta da Renzi.

Proprio la logica della “buona scuola”, secondo voi, è una delle cose da rivedere totalmente. Perché?

Perché pensiamo che il primo elemento che consente ad un cittadino di essere libero è la possibilità di accedere ad un sistema di istruzione che sia di alto livello per tutti, quindi un’istruzione pubblica, e che questa istruzione sia garantita dalla culla all’università, alla formazione. Il nostro piano per il welfare infatti prevede non soltanto la garanzia di asili pubblici per la domanda effettiva. Si consideri che un quarto delle donne lascia il lavoro dopo il primo figlio, perché non gode di sostegni adeguati: è un numero che tocca il 33% nel Mezzogiorno ed addirittura il 50% delle donne che hanno un lavoro con contratto a tempo determinato. E allora si capisce bene come dall’investimento sul welfare dipende anche la politica sul lavoro e la ripartenza dell’economia del Paese. Non possiamo fare a meno di donne che lavorino, di giovani che siano qualificati e soprattutto di una politica pubblica che consenta alle cosiddette risorse umane – che io preferisco chiamare “persone” e “talenti” – di poter vivere e lavorare nel proprio Paese.

I pari diritti e la pari dignità sono infatti il fulcro della vostra idea di lavoro.

Assolutamente. Ma anche un salario orario minimo e la possibilità di avere un reddito di dignità o di cittadinanza. E chiediamo che venga ricollocato al suo posto l’articolo 18, eliminato il Jobs Act e messa da parte qualsiasi politica di precarizzazione del lavoro. Dobbiamo tornare ad investire sul lavoro, purché sia un lavoro certo, garantito e che permetta alle persone di avere più tempo.

In che senso?

Uno dei punti fondamentali del nostro programma è investire sull’innovazione tecnologica. Abbiamo risorse tali per cui le persone potrebbero lavorare 6 ore al giorno e raggiungere la produttività che si ha con l’attuale giornata lavorativa di 8 ore. Non si può mirare ad avere un Paese il cui obiettivo principale è la produttività a costo, però, della vita delle persone: la produttività deve essere coniugata con un alto livello di qualità, tant’è che produciamo beni e risorse ad alto tasso qualitativo e di know-how. Ma tutto ciò deve coniugarsi con il diritto al lavoro funzionalmente a ciò che si dice nell’articolo 3. I lavoratori non sono una funzione del mercato: il lavoro è un mezzo per la realizzazione della persona umana, e dunque anche per la realizzazione del diritto al tempo, agli spazi, alla felicità, alla possibilità di poter partecipare. Il tempo è una funzione della democrazia: se non c’è, non c’è tempo nemmeno per studiare, per leggere, per incontrarsi, per associarsi e per esercitare la sovranità popolare che non può essere limitata solamente al momento del voto.

A differenza di ciò che è stato detto da qualcuno tempo fa, uno dei punti del programma di “Liberi e Uguali” afferma che con la cultura “si mangia, si vive e si lavora”.

Sembra davvero assurdo doverlo ribadire, in un Paese che raccoglie la stragrande maggioranza del patrimonio artistico, culturale e architettonico del mondo. Rispetto al resto del globo, siamo la nazione che ha più risorse di questo tipo e soprattutto siamo la nazione che, anche grazie ad un sistema universitario di eccellenza poi volutamente mortificato, avrebbe potuto attrarre studenti e cervelli eccellenti. Che invece esportiamo. Questa è la tendenza che vogliamo invertire, anche tramite l’abolizione delle tasse universitarie.

Perché?

Non vorremmo mai fare dell’università un parcheggio, ma chi studia con profitto e raggiunge i risultati nei tempi ha diritto a farlo senza che questo diventi un onere. In un periodo di crisi, le tasse universitarie sono diventate un peso per le famiglie del ceto medio-basso e succede che tanti giovani pieni di talento non possano sviluppare tali talenti a causa delle tasse universitarie e di tutta una serie di spese a volte inaffrontabili. Vogliamo investire sulle persone perché le consideriamo la ricchezza più grande di questo Paese, invogliando giovani e meno giovani a studiare e riqualificarsi.

Qual è la posizione di “Liberi e uguali” nei confronti dell’euro?

L’Europa deve essere rivista, per poter ritornare all’originario progetto di Altiero Spinelli dell’Europa fondata su diritti e cittadini, non sulle burocrazie. D’accordo ad una moneta che sia funzionale alla realizzazione di questo progetto, ma se la moneta si trasforma in uno strumento nelle mani dei mercati che dettano una linea politica che non ci rappresenta, non va bene. I trattati europei parlano di obiettivi che non sono mai stati realizzati: l’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea, ad esempio, chiama in gioco il benessere delle persone che, insieme anche alla piena occupazione, devono diventare fondamentali non solo per noi, ma anche per l’Europa stessa in primis. Dobbiamo tornare a chiedere l’applicazione dei trattati, non solo però dei punti che interessano i mercati! È necessaria una riorganizzazione coerente di tutte le istituzioni europee che siano coerenti con tali obiettivi.

A.Pepa