Che cosa succederebbe se tornassimo alla Lira?

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di Salvatore Biasco – 31 maggio 2018

COSA SUCCEDEREBBE AI PATRIMONI?

Prendiamo tutto per buono. Il venerdì notte ci annunciamo che siamo tornati alla lira. Siamo presi di sorpresa. Ciò che conta sono le aspettative. Ci aspetteremo probabilmente una svalutazione che strada facendo si attesti sul 25-30%. Sulla base di questo (visto che siamo ottimisti e vediamo le cose dal lato più favorevole) ci aspetteremo nel tempo una inflazione al 3,5% circa (ovviamente – siamo ottimisti o no? se viene assorbita sui profitti). Poiché vogliamo mantenere l’1% reale che otteniamo oggi come rendimento dei titoli di stato, ci sentiamo protetti dall’inflazione se (oggi: il futuro viene scontato subito) i tassi di interesse sul BT decennale sono al 4,5% (=1+3,5), Questo riguarda i titoli di nuova emissione. Quelli vecchi si adegueranno a questo rendimento (i vecchi ammontano a 2,300 miliardi, di cui 1.700 sul mercato). Su questa base un titolo vecchio con 10 anni di vita (emesso a 100 con una cedola del 2%), sarà quotato grosso modo a 75 (per chi lo compra il rendimento a scadenza è circa 4,5%, come i titoli nuovi). Se la vita residua è di 8 anni sarà quotato circa 84 (per chi lo compra è un rendimento a scadenza del 4,0%, più basso perché di durata più breve) Se la vita residua è di 5 anni la quotazione è circa 92 (rendimento a scadenza del 3,5%). Chi li possedeva si troverà con delle perdite.

Ci fermiamo qui? Impossibile. Probabilmente daremo qualche probabilità a un default (sostituzione dei vecchi titoli – si chiama swap – con altri titoli con scadenze allungate tassi ridotti e importo minore). Il sospetto è forte per un investitoreL’unico modo per proteggerci è chiedere tassi di interesse che scontino quest’evento. Poiché siamo ottimisti riteniamo che che l’evento del default non abbia probabilità del 100%, ma del 30% e che non avvenga presto, ma entro 5 anni con pari probabilità per anno). I tassi di interesse salgono su questa base di 3 punti. Poiché siamo ottimisti diciamo che vanno al 7,5% sul decennale e per scadenze minori al 7% e al 6,5%. Su questa base un titolo già emesso di durata residua 10 anni sarà quotato 45 (meno della la metà). Se la durata residua è 8 anni sarà quotato 62. Se la durata è 5 anni sarà quotato 78. (matematica finanziaria)
Finora non abbiamo parlato di panico, ma di valutazioni su base strettamente razionale e relative ad aspettative sostanzialmente ottimistiche.
Chi subisce queste perdite? Tutti. In primis la banche che posseggono titoli di Stato italiani per 400 miliardi circa. Se solo scrivessero in perdita il 20% (arrotondiamo sempre ottimisticamente) sono 80 miliardi di perdite. Quante banche dovrebbero portare i libri in tribunale? Immaginate il panico e una situazione in cui nessuno si fida più di nessuno. Se questa è la sitazione ritenete che il credito rimanga fluido come se nulla fosse successo?. Vi sarebbero fallimenti di imprese (specie se al blocco del credito segue con l’uscita dall’euro una caduta della produzione). Anche i crediti verso la clientela si deteriorerebbero.
I titoli di Stato sono anche posseduti dalle assicurazioni, da altri intermediari finanziari dalle famiglie (tramite fondi pensioni, fondi comuni, assicurazioni, ecc.). La perdita delle dimensioni che stiamo implicando dell’ordine totale di 350-400 miliardi non è senza conseguenze su consumi e investimenti (le imprese hanno, poi, circa 650 miliardi di debiti verso l’estero che non possono essere rideterminati in lire su cui subiscono perdite).
Ma non sono solo queste le perdite. Immaginate cosa avverrebbe in borsa, che certo non sarà euforica. Di nuovo: sono perdite subite da banche, imprese, intermediari finanziari, famiglie, assicurazioni.
Mi fermo qui rinviando a un secondo post la risposta alla domanda; come tutto ciò entra nell’economia reale e, soprattutto, c’è qualche leva per tamponare questa valanga?
Un postilla: è importante che qualsiasi analisi delle conseguenze dell’uscita dall’euro parta da cosa succede ai patrimoni (perché sta lì il punto) e sia dinamica, cioè sequenziale, cioè dipani il processo (vedremo poi come raggiunge l’economia reale e le leve di politica economica). Attendo confutazioni puntuali. Non mi si obbietti che l’Italia aveva indicatori migliori prima dell’entrata nell’euro, perché lo so. Si stia al punto: cosa succedde dinamicamente se usciamo?
Domani o dopo il sequel.